Kidding – Il fantastico mondo di Mr. Pickles, di Dave Holstein e Michel Gondry

Mr. Pickles (Jim Carrey), nome d’arte di Jeff Piccirillo, interpreta il ruolo di cantastorie di un celebre show per bambini, divenuto un punto di riferimento per intere generazioni. Il suo mondo esiste in un continuo fluire tra realtà e immaginazione, identità reale e televisiva, gentilezza e collera, una vita di storie e pupazzi e una di perenne solitudine, commedia e dramma.

Scritta da Dave Holstein e tenuta a battesimo da Michel Gondry, qui anche produttore esecutivo, Kidding mette in scena il percorso post-traumatico di un protagonista destinato a vivere tra due mondi e che, a causa della perdita di uno dei suoi figli in un incidente, a cui ha conseguito la separazione dalla moglie (Judy Greer), sta vivendo un periodo buio da cui non sembra possibile potersi riprendere. Quello della serie è dunque un viaggio nell’interiorità più profonda del suo protagonista – non mancano accenni importanti anche alla psiche dei personaggi secondari – in cui realtà e fantasia attendono pazientemente di entrare in scena in una sorta di equilibrio cronometrato: da un lato vi è un mondo fatto di cartapesta colorata da tinte pastello con un narratore premuroso e affabile, mentre dall’altro c’è un mondo freddo e distaccato, che porta in superficie vecchi rancori e rabbia repressa.

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L’incidente scatenante è già accaduto e la serie inizia presentandoci Mr. Pickles già nel pieno del suo percorso, in un viaggio nell’umore, nella psiche, nell’interiorità, il tutto alla ricerca del modo migliore per elaborare il lutto; cosa in cui Jeff infine riesce, non solo rifugiandosi nella moralità, nella gentilezza e nell’altruismo, ma soprattutto ci prova cercando di allontanare la fantasia che l’ha sempre accompagnato e contraddistinto, vedendola come un’illusione che non prepara realmente i bambini alla vita adulta.

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Lentamente, il dolore prende il sopravvento e subentra nella favola: il protagonista si pone l’obiettivo di integrare nello show il tema del lutto, in modo così da iniziare i bambini al pensiero della fine. Dato che una puntata incentrata sulla morte non attirerebbe la solita audience, iniziano quindi i contrasti anche con la sua famiglia. Il mondo infantile di Jeff viene quindi pian piano contaminato dal mondo adulto. La sua depressione, rappresentata attraverso un immaginario che si fa sempre più scuro, s’infiltra con forza sia nella sua vita che nel suo show, inquinando ciò che ha sempre rappresentato il suo io bambino.

Attore e regista collaborano nuovamente dopo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, proponendo un prodotto altrettanto intimista e minimalistico. Sebbene la serie non sia ideata da Gondry sono presenti gli elementi del suo cinema che riconducono al sogno e all’idea di vivere estraniandosi dalla realtà. Il motore pulsante della serie è l’alternanza tra incanto e disincanto, atto non solo a coinvolgere lo spettatore ma anche a farlo sentire spaesato, non riuscendo a capire come le due cose possano coesistere nella stessa persona. L’approccio onirico e naif di Gondry, mischiato al più grezzo lato reale, domina la scena in modo essenziale e incisivo, capace di far accomodare lo spettatore facendolo prima sentire al sicuro, in uno stato di armonia con sé stesso e con il mondo, per poi svegliarlo bruscamente e abbandonarlo allo sconforto. Lo stesso accade ai personaggi e allo stesso Mr. Pickles; forse è proprio questa “l’arte del sogno”: vivere in questa sorta di limbo perenne, incapaci di scindere le due esistenze. È questo infondo il messaggio che arriva al termine della visione di Kidding: se c’è il bene c’è il male, se c’è vita c’è morte, se c’è luce c’è ombra – vi è un rapporto di amore tra luce e tenebra, con l’oscurità che non può che inseguire la luce. C’è sempre un equilibrio e ad ogni azione corrisponde una reazione contraria; e quale scontro di opposti è più potente e caratteristico del conflitto tra fantasia e realtà per destabilizzare l’uomo?

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Jim Carrey torna a interpretare uno di quei personaggi tragicomici che sa caratterizzare tanto bene, forte di quella sua capacità di piangere e ridere nella stessa scena, nella stessa battuta, nello stesso sguardo. Solitamente ricordato e considerato più per i suoi ruoli comici, l’attore da’ il meglio di sé nel dramma, elaborando performance e scene uniche e inimitabili, da Truman che disegna l’astronave sullo specchio fino a Joel Barish seduto sulle scale della sua casa di Montauk e ad Andy Kaufman che perde la parola sul palcoscenico; alla lista si aggiunge ora Mr. Pickles, che si potrebbe azzardare a definire l’interpretazione più autentica e toccante della sua carriera, capace di muovere l’animo di chi guarda.

Il connubio Carrey – Gondry funziona così come ha funzionato in passato. Questa collaborazione seriale rende la poetica del regista riconoscibile, soprattutto per il suo riuscire a mettere in scena tutta la tragicità di un uomo che sta andando a pezzi ma è al tempo stesso capace di sorridere. Lo show è debitore anche all’estetica del regista francese, che esprime la sua visionarietà attraverso piani sequenza e atmosfere fiabesche surreali tramite un escamotage che li rende accettabili nella storia, in questo caso lo show televisivo per bambini.

Importanti le tematiche del doppio e dell’identità: non solo per mostrare il distacco tra l’immagine pubblica e quella privata ma anche per sottolineare quanto in un modo o nell’altro tutti vorrebbero manipolare a proprio piacimento l’identità unica del protagonista. Ognuno cerca di prendere il Jeff che preferisce, in un furto che farà sentire sopraffatto Mr. Pickles: si sente rubare l’identità della famiglia, vedendosi scivolare via dal ruolo di padre e marito, quando l’ex moglie porterà a casa un nuovo compagno; e si sente tradito da padre e sorella, che vorrebbero sostituirlo con una marionetta, dimenticando che a rendere famoso lo show non sono state azioni abitudinarie, un volto di plastica o una voce armoniosa, ma l’anima e il cuore di Mr. Pickles.

Non riuscendo a essere sé stesso nella vita reale, ovvero la controparte adulta a cui nessun familiare da ascolto, il protagonista è intrappolato nel suo stesso personaggio televisivo, da cui ognuno si aspetta qualcosa. Abituati al Jeff dolce, gentile, un po’ fanciullo dello show, nessuno si rende conto della crisi esistenziale che lo sta attraversando; e anche chi se ne accorge, come il padre, lo ignora e preferisce trovare un sostituto che continui a vivere in quel mondo irreale di loro creazione. «Per gli altri non sei un uomo, tu sei asessuato» gli dice il padre. «Ma io sono uomo» ribatte Jeff, determinato a riacquistare la sua identità di adulto.

La serie indaga anche sulle motivazioni della psiche, sul perché di determinati pensieri e azioni, arrivando alla conclusione che il tutto si lega sempre all’infanzia, dove si succedono eventi e traumi che ci si trascina nel tempo e che caratterizzano la persona che si diventerà. Jeff e Mr. Pickles: due persone, un solo corpo. La questione del doppio, è fondamentale per riuscire a seguire il flusso di pensieri e azioni che vediamo nel protagonista: un Jeff moralista che aiuta tutti e un Jeff dai comportamenti discutibili che lo portano a fare del male. Ciò si esprime soprattutto nel frame finale della prima stagione, in un colpo di scena da maestro che costringe lo spettatore a dubitare di ciò che ha visto; non per quanto riguarda azioni ed eventi, certamente accaduti, quanto piuttosto la perdita del messaggio che pareva essere portato avanti dalla serie, improvvisamente mandato in frantumi. Kidding è quindi una serie scorretta, provocatoria, illuminante e destabilizzante, ma anche umana e in grado di comunicare affetto; emozioni contrastanti, sottolineate anche dal legame immagine-colonna sonora, non sempre in sync per quanto riguarda il rapporto tra ciò che si racconta e ciò che si sente, in un contrasto tra musica disturbante e scene di apparente serenità. Allo stesso modo si alternano le immagini del mondo fiabesco dell’infanzia alle immagini grottesche e violente del mondo reale.

« Come sarebbe la nostra vita se metà delle pagine fossero strappate? »
Tale frase non è solo una domanda atta a muovere la serie ma anche un chiaro rimando a Eternal sunshine of the spotless mind, il quale ha insegnato che non si può sfuggire ai problemi senza affrontarli, in quanto altrimenti questi continueranno a ripresentarsi. Gondry, così come allora, ha vivisezionato il dolore post-trauma facendo affrontare ad entrambi i protagonisti quel viaggio introspettivo nella memoria e nel sogno, conducendoli però ad abbandonarli e preferire la realtà fredda e sincera, che comporta non solo la non idealizzazione del mondo ma anche essere se stessi. Infondo che cos’è la fine di una relazione importante se non una forma di lutto? Il collegamento di Kidding al film del 2004 rimane aggrappato al senso di perdita, che si può provare a cancellare dalla mente ma mai dal cuore.

Titolo originale: Kidding
Ideatore: Dave Holstein
Regia: Michel Gondry, Jake Schreier, Minkie Spiro, Kimberly Peirce, Bert & Bertie
Interpreti: Jim Carrey, Catherine Ann Keener, Frank Langella, Judy Greer, Cole Allen, Juliet Morris
Origine: USA, 2018
Durata: 28-32 min (a episodio)
Rete televisiva: showtime
Rete televisiva italiana: Sky

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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