Kika. Un corpo in prestito, di Pedro Almodóvar

Un tormentato punto di passaggio nella filmografia del cineasta spagnolo, spesso meccanico e incolore, che si rintana in un citazionismo sterile. Un passaggio a vuoto. In versione restaurata.

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Uno scrittore statunitense in crisi, una svampita truccatrice, una reporter tv di un programma trash, un pornodivo stupratore. Il cinema di Almodòvar esplora le doppie identità di un noir lacerato da intermittenti fiammate mélo ma soprattutto dalla commedia grottesca. Il decimo film del regista spagnolo, inquadrato ora nella sua filmografia precedente e successiva, è un tormentato punto di passaggio. Non è più Tacchi a spillo, non è ancora Il fiore del mio segreto. Non ha l’ironia e la drammaticità del primo e neance la capacità di far esplodere il dolore del secondo. Kika. Un corpo in prestito è forse il film in cui Almodóvar guarda più a De Palma, tra doppie identità, citazioni hitchcockiane, accesi voyerismi dove le situazioni, continuamente manipolate, non sono mai quello che sembrano. Ci sono ‘omicidi allo specchio’, fotografie e filmati come quelli di un regista di B-movie già evidenti nell’intervista di Andrea La Sfregiata, che ha il volto di Victoria Abril, a una madre di una figlia suicida al cimitero prima del delitto (quasi) perfetto del marito. Almodóvar cerca, come il cineasta statunitense, quella contaminazione tra cinema alto e cinema basso. Nicholas, lo scrittore interpretato da Peter Coyote che poi verrà ingaggiato come sceneggiatore di storie su serial-killer proprio da Andrea, è una variazione del poliziotto amante omicida portato sullo schermo da Van Heflin in Sciacalli nell’ombra, dichiaratamente citato mentre viene trasmesso in tv e nel passaggio in bianco e nero. Resta però confinato li, sulle coloratissime mura décor di un cinema dove i personaggi restano di carta e non diventano mai di carne, tranne gli improvvisi risvegli di Kika (Victoria Abril) che assiste al corpo che resuscita di Ramón, il figliastro di Nicholas.

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Il cinema di genere diventa una piatta sfilata di moda, tra trucco, costumi (quello di Andrea è di Jean-Paul Gaultier), situazioni (la processione dei penitenti come uno spettacolo su passerella). Il cineasta spagnolo cerca continuamente una strada che stavolta non sembra mai trovare e mette in gioco tutta l’armatura del suo miglior cinema precedente dove stavolta lo stile non incrocia mai le diverse storie, neanche quella purezza di Verónica Forqué che è un’altra figura alla ricerca della grazia dopo il peccato o Andrea, faccia sfregiata che sfreccia in moto alla ricerca di storie morbose su cui il film vorrebbe ironizzare ma rischia di finirne invischiato in un labirinto di passioni senza però nessuna intensità. E non bastano Hitchcock, Argento, Powell, Losey per rintanarsi in un citazionismo stavolta sterile. Tutto è meccanico. Dallo stupro di Kika al suo effetto quando viene mostrato in tv. La critica della pornografia televisiva si riduce a scenette slegate tra loro, che non hanno mai una loro autonomia. Nel cinema di Almodóvar ci sono stati dei film anche meno riusciti, ma dove comunque si è sentita l’impronta del cineasta. Kika. Un corpo in prestito resta invece un vero passaggio a vuoto. E neanche trent’anni sono serviti a cercare una, seppur minima, rivalutazione.

 

 

Titolo originale: Kika
Regia: Pedro Almodóvar
Interpreti: Verónica Forqué, Peter Coyote, Victoria Abril, Àlex Casanovas, Rossy De Palma, Santiago Lajusticia, Anabel Alonso, Bibiana Fernández
Distribuzione: CG Entertainment. In collaborazione con Cinema Beltrade – Barz and Hippo
Durata: 112′
Origine: Spagna, Francia 1993

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.8
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Il voto dei lettori
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