Kill Bill – Volume 2, di Quentin Tarantino

Tante, anzi tantissime, sono le considerazioni e le emozioni scatenate dalla visione del secondo capitolo di Kill Bill. E tanti, sicuramente troppi, sono stati i tentativi di decodificare la scrittura filmica di Tarantino, questa macchina cinematografica che si diverte ad accumulare e ri-concatenare una quantità infinita di informazioni visive ed output emozionali. Un congegno espressivo eccessivo ed esagerato che sembra prendersi continuamente gioco dei meccanismi razionali e degli  schemi interpretativi elaborati da pubblico e critica: chiunque entri in sala per vedere Kill Bill credendo di assistere ad un elegante esercizio di stile in salsa pulp è destinato ad uscire sconfitto, magari convinto che queste quattro ore di pellicole siano solo un divertissement di citazioni e virtuosisimi estetici. Certo il divertimento e la fascinazione dell'occhio non mancano, ma questa storia di vendette e killer fumettistici, più che a un esperimento sulle contaminazioni dei corpi e dei generi, finisce per assomigliare ad una bottega dell'immaginario dove un orefice dispettoso sposta continuamente le sincronie e le diacronie dell'orologio cinema.


Già, perché più che nei tre film precedenti, in Kill Bill Tarantino sembra voler scarnificare la trama lavorando solo sulle incrostazioni e le increspature della forma: non tanto sulla tecnica filmica, i puzzle temporali o l'amplificazione dei punti di vista; quanto sulla relazione fra la costruzione delle immagini e le sensazioni prodotte nello spettatore. Fra la superficie dello schermo e la nostra epidermide. Così, con il trascorrere dei minuti, Kill Bill-volume 2 produce sostanze tossiche che alterano i nostri sensi, scatenano fastidiosi formicolii sulla pelle, attraggono e respingono lo sguardo. Un po' come Bertolucci e Godard, perdonate il paragone azzardato…, le visioni di Tarantino ci ri-guardano nel profondo perché alterano i nostri meccanismi percettivi, le abitudini sensoriali agli oggetti che sfilano nelle inquadrature. È questione di stomaco e viscere, non di cervello. Si piange e si ride, si soffoca dentro una bara e ci si emoziona per una sfida all'O.K. Corral, mentre scorrono litri di sangue che è solo colore rosso – A bande à part, naturalmente…


Ma quali sono gli strumenti cine-sensoriali che utilizza Tarantino? E come agiscono sul nostro modo di guardare la realtà? Per rispondere alla prima domanda basta smontare l'intelaiatura di Kill Bill-volume 2 e accorgersi di come Tarantino ami decontestualizzare continuamente gli oggetti catturati dalla macchina da presa. Si passa rapidamente da una citazione fulciana di Paura nella città dei morti viventi a lunghe sequenze desertiche che sembrano rubate ad un film di Monte Hellmann o di Antonioni; da un flashback ispirato a Bruce Lee e compagni a sfide western che rinviano al cinema di Leone e Corbucci. Kill Bill è un autentico saggio sulla percezione filmica, una fabbrica che produce "scarti" di senso realizzando incontri impossibili fra mondi possibili: non si tratta di semplici contaminazioni di genere o di puro citazionismo perché qui le rappresentazioni vibrano di vita e passioni, sono icone in carne ed ossa. La sposa (che ora ha un nome, a ribadirne l'identità e la consistenza fisica), Bill, il fratello ubriacone di Bill – uno straordinario Michael Madsen – sono personaggi prima perfettamente disegnati dalla sceneggiatura e poi decontestualizzati da una messa in scena che mescola il realismo della vita quotidiana alla finzione di una storia rubata ai fumetti. E questa soglia di carne e colore rosso, di violenza da cartoon e tenerezza da mèlo spiazza i sensi, accarezza e irrita la cute. Suscita quel magnifico sentimento di spaesamento e stordimento che nel finale investe lo sguardo, passando dolcemente dalla pelle agli occhi, al nostro modo di guardare la realtà che ci circonda.


Così, nell'ultimo capitolo della saga, Tarantino assesta il colpo definitivo rappresentando con straordinario realismo l'irreale normalità di un quadretto familiare dove le liti fra genitori si combattono a colpi di spada e proiettili, e la "ninna nanna" è una manciata di inquadrature sulle imprese dello Shogún. Ancora la crudeltà, la tenerezza e la cinica ironia di un teatro dell'assurdo che scuote i sensi frantumando ogni possibile visione "conciliante" della realtà, anche quella più ordinaria e istituzionalizzata come la quotidianità di un focolare domestico. Perché se è vero, parafrasando lo splendido monologo sulla "filosofia di Superman" di Bill/David Carradine, che "ogni cosa è quello che è, e non un'altra cosa" è anche vero, come insegna Tarantino, che svariati ed infiniti possono essere i modi di percepire quella cosa.

Titolo originale: Kill Bill: Vol. 2


Regia: Quentin Tarantino


Sceneggiatura: Quentin Tarantino, Uma Thurman


Fotografia: Robert Richardson


Montaggio: Sally Menke


Musiche: RZA, Robert Rodriguez


Scenografia: Sandy Reynolds-Wasco


Costumi: Kumiko Ogawa, Catherine Marie Thomas


Interpreti: Uma Thurman (Beatrix Kiddo/The Bride/Black Mamba), David Carradine (Bill/Snake Charter), Michael Madsen (Budd/Sidewinder), Daryl Hannah (Elle Driver, California Mountain Snake)


Produzione: Lawrence Bender, Koko Maeda, Kwome Parker


Distribuzione: Mikado Film


Durata: 136 minuti


Origine: Usa