KIRIKU’ E LA STREGA KARABA’

 

 

“Penso di avere dei poteri che la Disney non ha: sono piccolo e libero…” (M. Ocelot).

Lontano dalla commercializzazione che sempre di più impone le proprie regole sul mercato cinematografico (e più in generale nella nostra vita), Michel Ocelot offre al pubblico dei più piccoli una favola africana che nella semplicità e nell’onestà dei contenuti e di una grafica assolutamente bidimensionale può essere considerato un antidoto ai più noti prodotti su questa tematica firmati Walt Disney, da Il libro della giungla a Il Re Leone a Tarzan, etc.

 

È la storia di Kirikù che da solo decide di nascere e di affrontare la temibile Karabà, la strega che tanto spaventa la gente del suo villaggio. Il piccolo eroe, contrariamente a quanto accade nella versione originale di questa fiaba, non affronta il personaggio cattivo per ucciderlo (un duro colpo per la cinematografia classica, soprattutto quella americana, che vede nella morte del cattivo l’unica soluzione alla lotta contro il male!), bensì per capire da cosa dipenda la sua malvagità: “Io sono Kirikù che sa quello che vuole e voglio sapere perché sei cattiva”. Fedele alla tradizione più antica, quella di narrare fiabe in cui si affrontano argomenti di maggiore rilevanza sociale, Michel Ocelot offre diversi spunti di riflessione: attraverso le avventure di un minuscolo e prodigioso bambino, capiamo che la cattiveria non è innata nelle persone, che può essere la conseguenza di un dolore e che non è necessariamente un processo irreversibile; allo stesso modo il nonno di Kirikù ci spiega che il potere di Karabà, da considerare ovviamente in una visione più generale, si alimenta della paura che di lei hanno gli abitanti del villaggio, dei miti e delle leggende che essi hanno costruito intorno al suo personaggio. Tutte cose che in effetti possiamo facilmente ritrovare, con un po’ di attenzione, nella saggezza popolare che da sempre viene tramandata.


Benché la realtà sia molto più semplice di quanto possa sembrare, la storia la nasconde dietro numerosi e interessanti specifici contrasti: Karabà è alta, bella, ricoperta di gioielli e circondata da feticci che agiscono per lei e i cui movimenti producono rumori quasi assordanti; i colori del paesaggio in cui vive sono il grigio e il rosso, distruzione e inferno. Kirikù è minuscolo, nudo, combatte con astuzia e coraggio, la sua vita nel villaggio è caratterizzata dai suoni (le donne che battono il miglio e la stessa colonna sonora realizzata da Youssou N’Dour utilizzando esclusivamente strumenti tradizionali) e dai caldi colori dell’Africa.
Più in generale assistiamo alla realizzazione di un perfetto equilibrio tra due elementi che solitamente vengono considerati in netta opposizione, la realtà e la fantasia. L’abbigliamento essenziale dei personaggi (i seni nudi delle donne ricordano i numerosi documentari trasmessi in televisione, fornendo un effetto estremamente realistico) si inserisce perfettamente nel paesaggio a dir poco subliminale che fa da sfondo all’intera vicenda.
Gli scoiattoli, i facoceri, le upupe e i serpenti sono animali che vivono in Africa, non hanno tratti umani, non parlano e soprattutto non cantano! Si muovono invece tra piante tropicali fortemente stilizzate.
Pochi soldi a disposizione e un’infanzia passata in Guinea hanno permesso a Ocelot di parlare di un continente finora sfruttato solo scenograficamente e mai in maniera del tutto onesta (vedi le precedenti citazioni, per esempio). Nel pieno rispetto dell’arte, della mitologia e della simbologia africane il regista ha disegnato per i bambini una vera e propria fiaba senza necessariamente imporre loro un prodotto hollywoodiano, ma anzi raggiungendo un livello di qualità nettamente superiore.

 

 

Giulia Arbace