Kobe Bryant 2049

L’icona di Kobe è ora un ologramma, come se da una settimana ci fossimo persi nella Las Vegas di Blade Runner 2049 e la sua canotta gialla e viola si alternasse alle proiezioni di Sinatra e Elvis

“Tutti ricorderemo dove eravamo, cosa stavamo facendo quando abbiamo saputo che era morto Kobe Bryant”. Sembra quasi una profezia quella di Flavio Tranquillo, storica voce del basket su Sky, in una delle tante trasmissioni che in questi giorni si sono avvicendate per omaggiare il compianto campione morto in un incidente in elicottero sulle colline della California. È la profezia di un evento che l’acuto telecronista immagina sarà percepito come un trauma generazionale per quel target di “maschi tra i 20 e i 30 di famiglie italiane medio-benestanti con passione per lo sport americano” cui faceva riferimento tempo fa Federico Buffa, altra voce cardine dello narrazione sportiva nostrana; un legame tra vissuto privato e evento planetario, tra storia e Storia, tra sacro e profano che questa stessa generazione ha già potuto constatare nei suo risvolti più paradossali quando ha indissolubilmente legato l’immane tragedia dell’11 settembre a Tonio Cartonio e alla traumatica interruzione della Melevisione. Quello che non poteva prevedere è che la morte di Bryant sarebbe invece stata percepita in maniera trasversale come la dipartita di una vera e propria icona che travalica la dimensione meramente sportiva.
Durante tutta questa settimana, infatti, TG, giornali sportivi e non, hanno stravolto i rispettivi palinsesti per raccontare il tragico evento. È stato praticamente impossibile non imbattersi nella notizia via social, dove è subito rimbalzato un passaparola che ha visto coinvolto chiunque, anche quel tipo di persone che non seguono assiduamente eventi sportivi e dalle quali non avreste mai detto di poter apprendere una notizia del genere.

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Ma cosa ci dice l’universalità della percezione con la quale è stata recepita la morte di questo mito dello sport mondiale?
Ci dice innanzitutto che la narrazione sportiva si conferma la narrazione con insita una natura mitopoietica molto più spiccata e immediata rispetto a tutte le altre: che si tratti di letteratura, musica, business, anche cinema e TV, non c’è un linguaggio che come lo sport ci faccia percepire un’esperienza altra dalla nostra come un’esperienza fuori dall’ordinario. Lo sport americano in particolare ha da sempre covato al proprio interno una quantità spropositata di storie larger than life, dalle quali non a caso il grande schermo ha attinto a piene mani: troppo lunga la lista di citare, basti solo ricordare il recentissimo John McEnroe – L’impero della perfezione che riflette per l’appunto sulla straordinaria esperienza di poter essere McEnroe nel corpo di McEnroe. Un esperimento simile a quanto Spike Lee aveva tentato proprio con Bryant con il suo Kobe doin’ work nel 2009:

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Quella di Kobe Bryant è pienamente inscrivibile nell’alveo di questo tipo di storie, ma racchiude in sé quelle peculiarità che sono sintomatiche della comunicazione del periodo storico in cui è avvenuta e che l’hanno resa familiare e quotidiana per una vastissima fetta di umanità; un umanità che dai tempi di Senna non si ritrovava a dover metabolizzare un lutto sportivo di una simile portata. Le peculiarità della narrazione-Bryant sono le stesse delle due epoche della comunicazione che il suo ventennio alla guida dei suoi Los Angeles Lakers ha attraversato, non certo senza scossoni e deformazioni.

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Tornando alla citazione di Buffa, a cavallo fra vecchio e nuovo millennio, cioè gli anni in cui Kobe cominciava a calcare e dominare sui campi NBA, quello del basket oltreoceano era un seguito generazionalmente molto ben definito. La generazione dei millennials sentiva arrivare da lontano le gesta di un ragazzino cresciuto cestisticamente, e non solo, in Italia, al seguito del papà che giocava da professionista a Reggio Emilia; le notizie arrivavano dall’imperdibile appuntamento del sabato sera con NBA Action oppure ci si doveva accontentare di sporadici trafiletti sui giornali, con l’amico di turno con La Gazzetta dello Sport in mano che correva ad annunciare la magica notte da 81 punti a Toronto. Era abbastanza per creare un’immagine quasi olografica di Kobe Bryant e che prendeva corpo solo riversandosi nei campetti di periferia con la sua canotta numero 8 per cercare di emularne le gesta.
Insieme a una vieppiù diffusa copertura della programmazione televisiva della NBA, l’avvento di internet, che ha ridefinito i parametri della nostra comunicazione e, di conseguenza, della percezione della realtà, ha portato l’esperienza della fruizione del basket NBA a un livello molto più quotidiano, mettendo a portata di click quelli highlights e quelle azioni sensazionali che fino a poco tempo prima erano a totale appannaggio di pochi arditi. O se non altro di chi aveva qualche amico con Tele+.

È curioso che proprio in concomitanza di questo, l’immagine di Kobe virasse verso i connotati del villain, con i tratti più spigolosi del suo carattere a minarne la convivenza con i compagni, a ripercuotersi sui suoi risultati sportivi ma paradossalmente a non scalfirne, e anzi ad accrescerne, la mitologia dell’uomo “solo sull’isola”, per citare ancora una volta la coppia Tranquillo/Buffa.
Quando finalmente arrivarono le vittorie, arrivarono anche le app ufficiali, con le quali seguire le notizie live e video di giocate sensazionali, e i social che irrorano i nostri smartphones di aneddoti che, soprattutto in questi giorni di commemorazione, stanno proliferando fra i post di chi ci ha giocato e l’ha conosciuto e di conseguenza sulle nostre bacheche. È stato un processo con il quale quella generazione cresciuta palleggiando con la sua canotta addosso ha sentito sfuggirle dalle mani il possesso dell’icona che invece ha fatto irruzione prepotentemente nell’immaginario collettivo.
Ma il sentire culturale del contemporaneo sta ridiscutendo il proprio immaginario forse come in nessun’altra epoca è mai stato fatto, e non è un caso che proprio quella enorme fucina di immaginari che è l’audiovisivo del ventunesimo secolo stia attraversando un momento di profonda transizione della propria mitologia, e con lui anche le icone che la plasmano.

Mentre la serialità prende progressivamente coscienza del suo enorme potere mitopoietico e rimescola di conseguenza la propria grammatica, il cinema si è ritrovato a dover fare i conti con la perdita di questo potere e con il difficile processo di metabolizzazione dell’eredità dei nostri padri. E sono infatti figli problematici il Ryan Gosling di Blade Runner 2049 e Kylo Ren che insieme con Harrison Ford/Han Solo trafigge al cuore un’idea di cinema e di mito che evidentemente non può essere più e che deve necessariamente diventare altro.
Ancora un trauma dell’immaginario, quindi, ancora un bug della narrazione che ci spiega perché con quell’elicottero ha preso fuoco anche un pezzo di racconto di quello che siamo. Perché la Storia ha interrotto ancora una volta il nostro pomeriggio a guardare la Melevisione, e perché l’icona di Bryant è tornata ad essere ologrammatica come se da una settimana ci fossimo persi in quella Las Vegas impolverata a deserta fotografata da Roger Deakins e la sua canotta gialla e viola si alternasse alle proiezioni di Sinatra e Elvis.
Il privilegio dei miti è quindi quello di continuare a vivere nei server che di loro ne conserveranno premurosamente memoria, la nostra fortuna è che ovunque siamo ci sarà sempre uno schermo pronto a elaborarne l’abbagliante immagine.

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