Kodachrome, di Mark Raso

“Nessuna forma d’arte valida è il prodotto della felicità, te lo posso assicurare” parola di Benjamin Ryder, cinico e burbero fotografo di fama mondiale che, ormai giunto al fine della vita decide di intraprendere un ultimo viaggio nel Kansas con lo scopo di sviluppare degli importanti rullini nell’ultimo stabilimento Kodachrome rimasto. Accanto a lui, oltre l’infermiera Zoe, lo accompagna il figlio Matt, agente discografico sull’orlo del baratro che non avrebbe alcuna intenzione di riallacciare i rapporti con l’odiato padre. A convincerlo è infatti un amico di Ben, tramite uno scambio di favori che potrebbe portare Matt ad ingaggiare una delle band più importanti nella scena odierna.

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Nel lungo tragitto verso l’agognata meta, simbolo di un idealistico taglio tra presente e passato, i protagonisti snocciolano le proprie verità travagliate da drammi esistenziali, recuperando, ognuno in modo personale, il contatto con una realtà emotiva e affettiva da troppo tempo persa nel rigore di un sistematico rifiuto colmo di vincoli.

Diretto da Mark Raso nel 2017, Kodachrome è liberamente ispirato ad un articolo apparso sul New York Times nel 2010 dal titolo For Kodachrome Fans, Road Ends at Photo Lab in Kansas, nel quale il giornalista Arthur Gregg Sulzberger racconta il pellegrinaggio di numerosi appassionati della gloriosa pellicola verso l’ultimo stabilimento ancora in grado di svilupparla. Presentato al Toronto International Film Festival, è stato successivamente acquisito da Netflix per i diritti distributivi. Difatti il prodotto rientra nel catalogo della piattaforma streaming come elemento congruente alla tipologia offerta che, negli anni, si è vista protagonista di una prominente vena nostalgica che ha riportato in auge atmosfere e tematiche in stile eighties, tra successi conclamati e fuochi fatui ripetitivi.
Kodachrome, anche per questo motivo, non brilla di originalità pur riportando nel suo contesto elementi che ne denotano una piacevole visione, anche a fronte di una sceneggiatura grossolana e timidamente orchestrata: pecca reale della pellicola è l’assenza di coraggio che, sebbene trovi nello straordinario Ed Harris l’accenno di una spinta risoluta, si frammenta in situazioni banali (love story, dramma familiare) ripercorrendo strade fin troppo battute e ormai asfissianti.
Un road movie che ha comunque il merito di creare un insieme gradevole, sorretto dalla performance del già citato Harris e da un inedito Jason Sudeikis che esce dai soliti panni di attore comico. Elizabeth Olsen si presenta in un ruolo pressoché marginale e nel complesso mal studiato.

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L’apporto concreto che sostiene il film è nella riflessione di fondo che vuole coniugare le vicende dei protagonisti alle mutazioni sociali, a quel boom tecnologico che ha trasformato il mondo e i rapporti umani, il passaggio tra analogico e digitale che rischia di non lasciare alcuna traccia di noi. Ogni ricordo è affidato ad oggetti ormai meccanicamente obsoleti, così che il valore dell’armacord non si pone solo nella percezione malinconica ma anche e soprattutto in un concreto superamento del passato che nella modernità ha perso ogni funzione effettiva. Forse è questa la considerazione che spinge al superamento delle problematiche emotive dei personaggi, coniugate a qualcosa non più fruibile, non più “presente”, ed è questo l’elemento che cattura nella visione di Kodachrome e che, sicuramente, avrebbe meritato un maggiore impatto nella stesura della pellicola.
Tanto più nella rivelazione finale che appare nei titoli di coda, “girato su pellicola Kodak da 35 mm”, costituente più manieristico che percettivo, non apportando alcuna autenticità autoriale alla fotografia del film.
Un’occasione mancata dalle potenziali reali, ove l’elemento Kodak, le istantanee tanto decantate per tutto il girato, avrebbero meritato un notevole spazio che si è perso nella marginalità. Pur guadagnando con una soundtrack davvero apprezzabile.