Kotaro abita da solo, di Tomoe Makino

La serie Netflix riprende lo spirito tragicomico del manga di Tsumura, per raccontare con sguardo ironico il trauma dell’abbandono infantile. Diverte e emoziona, senza edulcorare la materia

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Dal titolo, come dalle prime battute, Kotaro abita da solo rende manifesta la propria istanza comunicativa, sfidando tutte quelle attese di levità e intrattenimento che un anime a tema infantile si porta incontrovertibilmente dietro. Se nei tratti iconografici mutua la stilizzazione tondeggiante e accogliente dei character design di Astro Boy (Osamu Tezuka, 1963-1966) e Doraemon (1973), nella cornice narrativa, così come nella strutturazione semantica, prende (in parte) le distanze. Per quanto il personaggio di Kotaro sia modellato su immagine e somiglianza dei suoi (anche drammatici) predecessori animati, i comportamenti, le azioni e il suo universo di valori non celano le intenzioni e la soggettività di un bambino in profonda crisi esistenziale. Una condizione che lo accomuna certamente alle tragiche figure giovanili di Amuro Rey (Mobile Suit Gundam) e Ikari Shinji (Neon Genesis Evangelion), i cui conflitti, in quanto adolescenziali, sono però di grado e statuto differente da quelli del piccolo Kotaro.

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Nell’adattare l’omonimo manga di Mami Tsumura – pubblicato su una rivista seinen (giovani/adulti) e non shōnen (bambini/ragazzi) – Makino adotta il principio della fedeltà. Senza trascendere, né tanto meno edulcorare le tematiche più drammatiche del racconto, Kotaro abita da solo reitera la contaminazione di dramma e commedia dell’opera originale, recuperandone lo spirito conciliatorio. E attraverso il racconto di un nucleo famigliare spezzato, dove il piccolo protagonista di 4 anni tesse i legami con i nuovi (e adulti) vicini dopo essere stato allontanato dai genitori, la serie asserisce la centralità che i legami primigeni hanno per l’infante, mediante una loro restaurazione vicaria. Nonostante Kotaro leghi con i bambini della sua scuola, è nel rapporto con gli adulti che (ri)trova una possibilità di pacificazione infantile. E la ricerca non solo nei legami con personaggi anagraficamente distanti, ma anche nell’emulazione dei loro comportamenti più ambigui. Maschera, infatti, le proprie fragilità con una pretesa di apparente (ed esilarante) maturità, esprimendosi con idiomi da signore feudatario – il suffisso desueto dono, al posto dei più comuni san (signore) e kun/chan (piccolo) – in contrasto sia con la sua immagine da infante, sia con il linguaggio degli stessi adulti. Un espediente verbale dalla connotazione umoristica, che assume una importanza centrale per il modo in cui associa il conflitto del protagonista alle sue fantasie di maturità precoce, per indagarle nelle declinazioni più ironiche e stravaganti.

In Kotaro abita da solo tutto tende, perciò, al recupero dei legami genitoriali. Tra rapporti bambino/adulti e situazioni esilaranti, personaggi ambigui e relazioni empatiche, la serie ricerca l’ossessiva (ri)costituzione delle connessioni famigliari, per mostrarne la (conciliante) reciprocità di influenze. E la costellazione di personaggi stravaganti che ruotano attorno a Kotaro, consente al protagonista di colmare lo “spazio vuoto” dell’assenza genitoriale, per recuperare vicariamente un rapporto con il padre (nella figura dello squattrinato mangaka Shin Karino) e con la madre (in quella di Mizuki). È solo nella cementazione di vincoli parentali di segno inverso, dove è il bambino (e non l’adulto) a prendersi cura immaginariamente dell’altro, che si iscrive l’intero processo di significazione dell’anime. Una narrazione lontana dall’high concept di The Orbital Children, che in analogia a Il mese degli dei (sempre animato dalla Liden Films) riscopre il piacere della linearità narrativa, in favore di una lettura ironica (e assurda) dell’identità di un bambino in crisi. La materializzazione di un racconto trasformativo, che nella sua onda emotiva travolge empaticamente tutti i personaggi, per indagare con spirito umoristico il trauma dell’abbandono infantile.

Titolo originale: Kotaro wa Hitori Gurashi
Regia: Tomoe Makino
Voci: Rie Kugimiya, Saori Hayami, Junichi Suwabe, Toshiki Masuda, Yumiri Hanamori, Soma Saito, Kaito Ishikawa, Yuka Morishima
Distribuzione: Netflix
Durata: 10 episodi da 27′
Origine: Giappone, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
4.03 (31 voti)
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