Koza Nostra, di Giovanni Dota

Gioca molto nel decostruire il congegno dello stereotipo attraverso la forma della commedia nera, anche se spesso sorvola sui passaggi chiave della crescita dei personaggi.

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Omicidi, vendette e lotte tra gang mafiose. Con questa ricetta si potrebbe pensare quasi istantaneamente al classico film ambientato nell’immaginario mafioso che ha fatto tanto la fortuna della serialità italiana nel mondo, come l’acclamata Gomorra Romanzo criminale. Invece, nonostante con questi elementi si possa costruire tranquillamente un film stand alone su qualsiasi personaggio delle due serie citate, fa quasi sorridere che siano le fondamenta della commedia di Giovanni Dota Koza Nostra, anche se nella realtà dei fatti il film forse è uno dei rari esempi di decostruzione del genere “gangster” nell’odierna cinematografia italiana.

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Anche se oggi sembra quasi un’utopica visione quella mostrata da Dota, il film parte dalle verdi e serene montagne ucraine, dove Vlada Koza (Irma Vitovskaya) festeggia la nascita del suo primo nipotino, avuto dalla sua unica figlia Maria (Yuliia Sobol) residente da anni in Sicilia, arrivando a prendere fin dall’arrivo della notizia la decisione di partire alla volta dell’Italia per aiutarla a crescere il neonato. Ma ben presto, complice il rapporto ai minimi storici con Maria e il fortuito incontro con Don Fredo (Giovanni Calcagno), un boss mafioso uscito di galera dopo quindici anni, e i suoi figli Francesca (Giuditta Vasile), Gianni  Gabriele Ciccirello) e Luca (Lorenzo Scalzo), Koza non solo cercherà di riunire il loro legame perduto ma anche di crearsi un nuovo nido familiare.

Koza Nostra gioca moltissimo con la progressiva decostruzione del congegno dello stereotipo e del genere mafioso attraverso la forma della commedia nera. Dalle beate terre rurali dell’est Europa, che sembrano una rivisitazione più colorita di quelle mostrate in Borat, sino alle rovinose e decadenti strade siciliane, veniamo catapultati in ambientazioni che non appare autentica, come se il film, nel costruire un immaginario basato sui luoghi comuni e sulla rappresentazione al limite del didascalismo, voglia spogliare totalmente delle loro vesti intrise di preconcetti e di credenze i suoi protagonisti. Infatti la famiglia di Don Fredo è l’emblema della decadenza di un pensiero troppo attaccato a una concezione quasi preistorica del nucleo familiare, ancora morbosamente attenta ai codici dell’onore e del tramandamento secolare delle tradizioni e del costume. Tra tutti è il personaggio interpretato da un ottimo Calcagno ad avere la caratterizzazione e l’arco di trasformazione più interessante del film. Un uomo colmo di un ideale reso dal film giustamente arcaico e superato, deve fronteggiare un mondo cambiato e più vicino all’accoglienza universale piuttosto che alla clausura mentale che in passato l’ha portato a scegliere il crimine piuttosto che la propria famiglia, per poi pentirsene amaramente. A far emergere questo aspetto sono soprattutto i figli, anch’essi portati con una buona caratterizzazione dal trio Vasile, Ciccirello e Scalzo, dove in particolar modo quest’ultimo con il personaggio di Luca evidenzia l’esaltazione di un mondo rude e di uno slang al limite della scabrosità, come quello gangster, che in realtà non gli appartiene e che viene usato solamente di facciata per nascondere il proprio essere timoroso del giudizio.

Koza nostra è un raro caso di interpretazione del genere che non si vede spesso nel nostro cinema. Se la parabola della famiglia di Don Fredo rappresenta un interessante punto di analisi della decostruzione quasi totale dei marchingegni della criminalità e dei suoi archetipi, anche attraverso una buona dose di violenza e comicità nera, la storia della sua protagonista Koza purtroppo è la componente più debole e quella che è maggiormente attaccata ai luoghi comuni, tanto scimmiottati dal film. Nonostante la buonissima interpretazione di Irma Vitovskaya, molto simile ad una Mrs. Doubtfire ucraina, Koza è spesso l’elemento di distrazione e spesso anche di rottura della narrazione. Rispetto agli altri personaggi quello di Koza è forse l’unico che non attraversa un arco trasformativo completo, calandosi un po’ forzatamente a rappresentare la classica macchietta comica. Eppure erano presenti sul tavolo degli spunti che potevano portarla ad una non indifferente profondità, soprattutto sfruttando, come via principale di una possibile riflessione, il rapporto con la figlia Maria. Questo legame agli sgoccioli assume solo in in una minima parte un’attenta ma purtroppo restia analisi sull’idea di un integrazione propensa ad abbandonare le proprie radici al fine di sposare la concezione culturale ricorrente della comunità in cui si è residenti, però non riuscendoci praticamente mai. Koza rimane una personaggio con un buona dose di umorismo ma dalla personalità alquanto irrisolta.

 

Regia: Giovanni Dota
Interpreti: Irma  Vitovskaya, Giovanni Calcagno, Giuditta Vasile, Lorenzo Scalzo, Gabriele Ciccirello, Yuliia Sobol, Maurizio Bologna, Adriano Pantaleo, Vincenzo Pirrotta
Distribuzione: Adler Entertainment
Durata: 103′
Origine: Italia, Ucraina 2022

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.13 (8 voti)
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