Kurt Cobain: Montage of Heck

Un documentario realizzato con una regia emozionale, tra momenti privati e sezioni visivamente potenti che mostrando rabbia ed emozioni contrastanti di un giovane uomo che combatteva contro di sé

Brett Morgen ha la particolare capacità di lavorare sulle assenze, rendendole un elemento a suo favore. Ne avevamo avuto un’assaggio nel documentario dedicato ai Rolling Stones, Crossfire Hurricane, per il quale il regista aveva avuto la sola possibilità di registrare le interviste fatte allo storico gruppo britannico, senza poterli riprendere in video. A distanza di tre anni da quel lavoro, Morgen, ha presentato, con un’acclamata première al Sundance Film Festival prima e una proiezione fuori concorso alla Berlinale poi, Kurt Cobain: Montage of Heck, in assoluto il suo lavoro più intimo ed emozionante. Con una produzione durata sette anni e la totale fiducia di Courtney Love e Frances Bean Cobain (qui anche nella veste di coproduttrice esecutiva), rispettivamente vedova e figlia del leader dei Nirvana, il regista statunitense, ha avuto accesso illimitato all’archivio personale e familiare di Cobain, potendo quindi ascoltare e osservare registrazioni e filmini casalinghi, foto, diari e brani inediti del musicista. Brett Morgen ha letteralmente vivisezionato tutto questo materiale, immergendosi dentro un mondo fino a quel momento sconosciuto, portando a galla e svelando un Kurt Cobain onesto e contraddittorio, bisognoso d’amore ed autodistruttivo.

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Per farlo ha usato la voce dello stesso artista, grazie ad una serie di registrazioni su montage of heckcassetta (le Montage of Heck del titolo), risalenti al finire degli anni ’80, alle quali Morgen fa prendere vita grazie alle sezioni in stile graphic novel realizzate da Stefan Nadelman e Hisko Hulsing che ci mostrano un Cobain adolescente, versione punk rock dell’Holden Caulfield salingeriano. Il regista realizza un lavoro articolato su più punti, contestualizzado il periodo storico nel quale Cobain è vissuto, concentrandosi sull’infanzia e il dolore provato a causa del divorzio dei suoi genitori, nervo scoperto di Cobain, ferita mai rimarginata e fonte di una mancanza che ha cercato di sostituire e colmare per tutto il resto della sua breve vita. Attraverso le poche interviste presenti e le sue stesse parole, quello che risalta in Montage of Heck è infatti il suo bisogno disperato di essere amato e di avere una famiglia. Non a caso il film si apre con immagini e filmini di un Cobain bambino per passare alla piccola Frances Bean e tornare indietro, al punto di partenza, mostrando i suoi tentativi di riprodurre, sotto forme diverse, un nucleo familiare (dalla materna prima fidanzata Tracy, alla formazione dei Nirvana, a Courtney fino al rapporto con l’eroina).

kurt-cobain-montage-of-heckMorgen demolisce poi l’idea romantica della rock star maledetta e voce della sua generazione, ruolo che, al pari di John Lennon, Cobain non volle mai giocare, facendogli provare repulsione per quel successo (leggi accettazione) che aveva tanto inseguito e bramato. Per farlo inserisce dei filmini privati, come quello nel quale Courtney cerca di tagliare i capelli alla piccola Frances tenuta in braccio da un Cobain visibilmente alterato dalla droga. Kurt Cobain: Montage of Heck non è dunque minimamente interessato a raccontare la rock star, i Nirvana, la scena musicale della Seattle degli anni ’90 o le controversie legate al suo suicidio. L’obiettivo di Brett Morgen è quello di mostrare un bisogno di amore rincorso per tutta la vita, realizzato con una regia emozionale, fatta di momenti delicati (come la registrazione di And I Love Her dedicata a Courtney o i filmini con la figlia) e sezioni visivamente potenti, dove i disegni di Cobain prendono vita e mostrano tutta la sua rabbia e le emozioni contrastanti di un giovane uomo che combatteva contro se stesso.

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Titolo: Kurt Cobain: Montage of Heck

Regia: Brett Morgen

Durata: 135′

Distribuzione: Universal Pictures

Origine: Usa 2015

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