La brava moglie, di Martin Provost

La presa di coscienza della condizione femminile mostrata con l’accademismo del ‘cinéma de papa’. L’impianto descrittivo regge per un po’, poi il film entra in riserva e marcia a singhiozzo.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Il Maggio francese passa attraverso una strada bloccata dal traffico e dalla Tour Eiffel vista da lontano. Parigi non è più distante ma è comunque irraggiungibile. Ed è proprio la stessa distanza che si avverte in La brava moglie, un film che mostra il superamento di istituzioni come la scuola di economia domestica dove venivano formate spose e madri esemplari. Per una storia di questo tipo però è l’atteggiamento ad essere contraddittorio. Nel film diretto da Provost ritorna quell’accademismo tanto detestato da Truffaut, quello del ‘cinéma de papa’, dove le regole superano di gran lunga la rottura degli schemi e la libertà del racconto. La stessa di cui aveva bisogno La brava moglie per mostrare la fine di un’epoca, il prima e il dopo, il vento del Sessantotto che qui è solo aria tiepida.

Come sottolinea la didascalia, la storia di La brava moglie comincia alla vigilia dei fatti che, nel maggio del ’68, hanno cambiato la condizione della donna. La vicenda si svolge presso la scuola di Economia Domestica di Boersch, in Alsazia, cittadina celebre per i merletti, i vigneti e lo strudel, gestita da Paulette Van der Beck (Juliette Binoche) e da suo marito. Lì le allieve devono seguire sette regole fondamentali per essere dei perfetti ‘angeli del focolare’. La donna deve affrontare qualche allieva ribelle e controllare il comportamento del suo staff, suor Marie-Thérèse (Noémie Lvovsky) e l’eccentrica insegnante di cucina Gilberte (Yolande Moreau). Quando il marito muore all’improvviso la donna si ritrova sola e piena di debiti. Il cambiamento personale e anche storico però le permette di rimettere in discussione il suo atteggiamento. Il destino le riserva poi un’inattesa sorpresa.

Il solido impianto descrittivo di La brava moglie regge fino alla morte del marito di Paulette. Juliette Binoche rivela con allegria il proprio repertorio comico quando insegna alle allieve a versare il thé anche se a prendersi la scena è Yolanda Moreau (al terzo film con il regista dopo Séraphine e Où va la nuit) che, sola con se stessa, può ascoltare il suo cantante preferito Adamo e sognare sulle note di Tombe la neige. Nel momento in cui deve mostrare la presa di coscienza e l’impeto rivoluzionario, il film invece entra paradossalmente in riserva e perde sia la spinta che l’ironia. Il cinema di Provost ha spesso portato sullo schermo storie di emancipazione femminile spesso con risultati alterni, da Séraphine a Violette fino al recente Quello che so di lei, ad oggi il suo film migliore. Il passato diventa l’occasione per raccontare il presente. Ma il segmento relativo alla passione omosessuale tra due allieve appare soltanto il maldestro tentativo di rendere attuale la storia senza che la loro passione venga adeguatamente approfondita. In più il gesto che deve creare una frattura con il passato sembra ridursi alla scena delle ragazze che nel dormitorio si divertono a prendersi a cuscinate. La Binoche segue la stessa strada della Deneuve che si trova a prendere le redini dell’azienda del marito in Potiche. La bella statuina. I colori sono simili a quelli del film di Ozon ma la nostalgia appare più artificiale con in più alcune figure che rischiano la caricatura come la suora interpretata Noémie Lvovsky. Poi, un’improbabile e detestabile balletto musical rende La brava moglie ulteriormente balbettante. George Sand, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf e Giovanna ‘Arco sono i nomi pomposamente elencati per mostrare che le protagoniste vogliono quel cambiamento che la società le ha sempre negato. Vorrebbero urlare come in un film di Spike Lee. Ma dietro la loro voce c’è solo assenza di rabbia e felicità.

 

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Titolo originale: La bonne épouse
Regia: Martin Provost
Interpreti: Juliette Binoche, Yolande Moureau, Noémie Lvovsky, Edouard Baer, François Berléand
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 109′
Origine: Francia, 2020

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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