La canzone perduta, di Erol Mintaş

Esordio del curdo-turco Erol Mintaş. Il suo film guarda al popolo Curdo emette in scena un cinema del silenzio, tra l’utopia del ritorno e un presente senza radici.

Nei tempi della geografia sconosciuta in cui i luoghi sembrano perdere l’originaria identità, la loro collocazione fisica, per assumere, nei quotidiani pastoni giornalistici, l’ignota consistenza del non luogo, un territorio come il Kurdistan appartiene ad una mitica presenza geografica, piuttosto che ad una regione riconoscibile a cavallo di cinque nazioni. I sui abitanti sono stati oggetti di una persecuzione storica che in Turchia si è trasformata in persecuzione razziale con obbligo di negazione della propria identità. Una sopraffazione che oggi continua nella diaspora di quel popolo, in Siria o nei primi anni ‘90 in Iraq quando quella popolazione fu costretta un esodo biblico sotto la spinta di Saddam Hussein sconfitto nella prima Guerra del Golfo.
Su questa storia anche recente, senza dimenticare quella passata, si aprono le La canzone perdutaferite di questo popolo che quando mette mano al racconto per immagini o per musica, non può che parlare della propria identità perduta, della propria cultura che non trova un luogo per essere conservata diventando nomade per essere trasmessa dalle generazioni precedenti a quelle successive.
Per Erol Mintaş curdo-turco nato nel 1983, La canzone perduta è l’esordio nel lungometraggio dopo una breve esperienza nel cortometraggio e sceglie di raccontare una storia personale. Sullo sfondo di una Istanbul sconosciuta e marginale mette in scena la storia di Alì maestro elementare che vive con la propria madre Nigar che desidera tornare nel proprio villaggio. Nigar immagina che tutti gli abitanti del quartiere siano tornati alle proprie origini e anche lei coltiva la speranza e chiede al figlio di trovare una canzone che aveva ascoltato molti anni prima. I suoi desideri inappagati sembrano consumarla e Alì è combattuto, ma nulla riesce a fare per esaudirli. Nigar lentamente si lascia andare e Alì resterà da solo.
Sono un curdo cresciuto in Turchia negli anni novanta – ha dichiarato Mintaş a proposito del film – quando tutti i legami dei curdi con la loro lingua materna erano stati tagliati. Per me, mia madre è stata di fondamentale importanza per mantenere viva la mia lingua. Mi raccontava tante storie e forse questo mi ha fatto sentire il bisogno di fare lo stesso. Ci sono molte persone come la madre di Ali, il protagonista, non solo curdi ma molti immigranti della zona del mar Nero, che hanno dovuto lasciare le loro case. Quando ero all’università ho lavorato sui diritti delle minoranze e ho conosciuto molti di loro. Da questo è nata l’idea del film.
La canzone perduta sembra consolidare un sospensione temporale che si materializza quando più forte si fa il desiderio dello spazio, quando il presente sembra aprirsi nel sogno del passato. Nigar anela al ritorno alla propria vita prima della città e il suo desiderio si apre su terre immense che arrivano a formare la linea dell’orizzonte, la sua vita presente, invece, è ristretta tra le anguste e infelici strade di una Istanbul irriconoscibile e fisicamente oppressiva.
La canzone perduta, Alì e NigarMintaş mette in scena un cinema del silenzio che trasforma la frantumazione di ogni tradizione nella paralisi del suo protagonista, incapace ad aiutare la madre, incapace a scegliere la paternità (quindi il futuro) quando la sua fidanzata lo metterà al corrente della sua gravidanza. Alì non ha radici, Nigar le ha perse. Il cinema di Erol Mintaş non vuole raccontare altro partecipando con emozione silenziosa che diventa urlo triste e disperato, alla storia dei suoi personaggi. La canzone che Nigar desidera riascoltare e che mai potrà risentire diventa l’utopia del ritorno, simbolo di ogni sradicamento, verità insondabile ricercata in un passato che non trova connessione con il presente. L’esodo forzato non è l’emigrazione, ma qualcosa di più profondo che i segni della violenza accentuano. Il film rivela le piccole piaghe del quotidiano dei suoi protagonisti. La canzone perduta si fa portatore della storia di un popolo e di come ogni singola persona diventi custode di una cultura e di una tradizione che si è deciso di annullare calpestando ogni dignità umana. Un plauso a Lab80 che distribuisce coraggiosamente un film così lontano da ogni canone commerciale, ma così vicino ad ogni umana solidarietà.

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Titolo originale: Song of my Mother

Regia: Erol Mintas

Interpreti: Feyyaz Duman, Zübeyde Ronahi, Nesrin Cavadzade, Ferit Kaya, Cüneyt Yalaz

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Distribuzione: Lab 80 Film

Durata: 103′

Origine: Francia/Turchia/Germania 2014

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