"La captive" di Chantal Akerman

 

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La Captive è un film densamente introverso e misterioso, cupo e disadorno nella mancanza di spiegazioni e parole. Quasi una storia d'amore, di gelosia e di tradimenti, ma raccontata per brevi accenni, semplicemente suggerita come a voler lasciare nel fuori-campo, ai margini, gli elementi centrali della storia, per potersi concentrare solo sulle piccole cose, sui particolari che altrimenti resterebbero invisibili. Un pedinamento silenzioso, caparbio, ossessivo, che si trasforma in un'ossessione a senso unico, perché destinata a restare priva anche di ogni possibile punto d'inizio. Simone segue e perseguita Ariane. Vivono insieme nella sontuosa ed elegante casa di lui, sembrano legati da un enigmatico rapporto che spinge lui a spiarla in ogni movimento, e lei a sfuggire, senza, però, poter mai "mancare" il suo sguardo. Simone cerca Ariane per le strade e le piazze di Parigi, nei musei, nei palazzi, nei caffè, la accoglie a sera, nel suo ritorno a casa, con parole interrogative di ansia e apprensione, mentre lei risponde sempre con apparente serena leggerezza, quasi distratta e attratta, libera e prigioniera al tempo stesso, eppure sempre più invisibile.


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Ispirandosi molto liberamente a La prisonière di Marcel Proust, Chantal Akerman descrive un gioco sottile di avvicinamenti e allontanamenti, di apparizioni e sparizioni, desideri e gesti inconclusi. Lo fa aiutata dalla penombra spessa che travolge il set, dai mille ostacoli che i due protagonisti incontrano nella loro casa, disordinata e scomposta dai lavori di restauro e dai rumori improvvisi, dalla ricerca inutile di un'intimità continuamente persa e, a volte, neppure riconosciuta (si pensi alla scena nella vasca da bagno, dove riescono a vedere l'uno solo la sagoma dell'altro, perché i loro corpi sono divisi da un vetro opaco). La stessa casa li unisce e li divide come dentro un labirinto senza regole, fatta di lunghi e stretti corridoi, di innumerevoli porte e finestre, di vetri schermati che, ancora una volta, lasciano solo intravedere la realtà delle cose.


 


Titolo originale: id.
Regia: Chantal Akerman
Sceneggiatura: Chantal Akerman, Eric de Kuyper dal romanzo di Marcel Proust
Fotografia: Sabine Lancelin
Montaggio: Claire Atherton
Suono: Thierry de Halleux
Scenografia: Christian Marti
Costumi: Nathalie du Roscoat
Interpreti: Stanislas Merhar (Simon), Sylvie Testud (Ariane), Olivia Bonamy (Andrée), Liliane Rovère (François), Françoise Bertin (la nonna), Aurore Clément (Léa, l'attrice), Ellizzette Duvall (Simone), Vanessa Larré (Hélène), Samuel Tasinaje (Levy)
Produzione: Paulo Branco per Gemini Films/Paradise Films/Le Studio Canal+/Gimages 3
Distribuzione: Sharada
Durata: 112'
Origine: Francia/Belgio, 2000