La ciociara, di Vittorio De Sica

Nel riadattamento del romanzo, Cesare Zavattini, che sceneggiò il film, ridusse l’età di Cesira e per mantenere la distanza generazionale tra la protagonista del racconto di Moravia e la figlia, ridusse anche quella di Rosetta. Sophia Loren,in origine destinata ad interpretare la figlia Rosetta, diventò invece la madre e Anna Magnani che avrebbe dovuto interpretare la madre, abbandonò il progetto. Una circolarità di eventi che sembra segnare, sin dalla preparazione, un film che non può prescindere dall’esclusivo rapporto madre-figlia che la storia, con evidenza, rimette in discussione, risolvendolo con un irrinunciabile maturazione delle due protagoniste e l’acquisizione di una coscienza dei rispettivi ruoli.
Cesira è vedova, ha una figlia, Rosetta, di mestiere vende alimentari. Ma durante la guerra la vita è dura nella grande città. Dopo il bombardamento del 19 luglio 1943 decide di andare a S. Eufemia, immaginario paese della Ciociaria di cui è originaria. Interrompe la sua intermittente relazione con il carbonaio Giovanni e con la figlia si rifugia nel piccolo paese alla ricerca di una tranquillità anche per Rosetta. Conoscerà Michele un idealista professore disoccupato. La fine delle ostilità sembra la fine di ogni paura e Cesira vuole tornare a Roma. Ma sulla via del ritorno per lei si materializzerà l’incubo di non avere saputo proteggere Rosetta.
La Cesira del film non è una antifascista, ma non è neppure una fascista. È una donna che si adatta alla circostanza e che prova a sbarcare il lunario anche in mezzo alla guerra. Il suo interesse dominante è la figlia. Nonostante sia ancora giovane e avvenente e non le manchino i corteggiatori, non è quello che le interessa. Personaggio privo di coscienza politica, ma determinata a sopravvivere, determinata, soprattutto, a proteggere la fragile Rosetta da ogni inganno e da ogni trappola della vita. In una nemesi spietata sarà proprio la più brutale delle violenze, che Cesira non potrà impedire venga perpetrata contro sua figlia, a diventare amaro contrappasso di questa costante protezione. Sarà proprio dopo questo episodio che la mutazione profonda della esile Rosetta, la colpirà al cuore facendole crollare ogni certezza e ogni illusione. La maturazione di Rosetta è repentina e, soprattutto, non è frutto di una libera, progressiva e consapevole scelta, ma di una violenza feroce che solo l’effetto di un malefico epilogo della guerra ha potuto creare. È proprio la violenza a rendere irriconoscibile Rosetta e la sua radicale trasformazione oltre a costituire un atto indiretto d’accusa verso la madre che non l’ha saputa proteggere, ha accelerato innaturalmente il pur inevitabile termine del percorso adolescenziale, con una sacrilega crudeltà. La bella e scenografica ambientazione in cui avviene la violenza –contribuisce all’effetto la profonda e sempre dosata fotografia affidata all’esperto Gábor Pogány – sembra fare da teatro non solo alla violazione dei corpi, ma anche alla sacralità del luogo che avrebbe dovuto religiosamente proteggere madre e figlia. La chiesa distrutta assurge a forma devastante degli effetti della guerra e delle esistenze delle due donne.

La ciociara è a suo modo un film spietato, estraneo al Neorealismo del De Sica precedente e nonostante prosegua la proficua collaborazione con Cesare Zavattini, il film si abbandona ad un realismo che, dopo la grandissima stagione artistica appena trascorsa, assomiglia ad una sperimentazione tutta da inventare. Ma De Sica inventa e sperimenta bene e nonostante questo non possa essere considerato uno degli apici della sua carriera, La ciociara è un film in cui è possibile ritrovare i segni di quello sguardo amorevole sulla gente che il regista di Sora ha sempre avuto da Ladri di biciclette a Umberto D. il film, dopo un avvio che sembra preludere ad una divagazione da commedia, ad un affresco popolare sulla salvezza da una tragedia collettiva, alle piccole realtà delle comunità paesane solidali, vira, d’improvviso, verso il dramma non più collettivo – anzi la gente è impazzita di gioia perché la guerra è finita – ma personale, tanto imprevisto, quanto inevitabile. Un vero ciclone che spazza via il passato, preludendo al nuovo. Una specie di monito per quell’Italia che con la guerra aveva ancora una volta perso l’innocenza. È però anche il frutto di quella sorda carica distruttiva e pervasiva della guerra che tutto distrugge e tutto contamina. Un “effetto collaterale” di brutale violenza che sembra anche qui fare da contrappasso alla, tutto sommato, tranquillità della campagna che teneva gli sfollati lontani dalla calamità bellica.
Una intensissima Sophia Loren, vincitrice dell’Oscar come migliore attrice protagonista, dimostra le sue qualità in un ruolo che evidentemente sentiva come proprio. Il premio Oscar del 1962 per la migliore interpretazione femminile venne a coronare il successo del suo lavoro sul personaggio che sa essere femminile e seducente con l’ingenuo Michele, quando si stende sull’erba sapendo di volere sedurre; sensuale e anche rabbiosa con l’impetuoso e insinuante Giovanni; decisa e durissima con chi attenta o vorrebbe attentare alla illibatezza ancora giovanile di Rosetta. È in questa variegata gamma di toni che il personaggio di Cesira acquista non solo le caratteristiche di una madre tutta italiana, iperprotettiva e fagocitante, ma anche quelle di una donna decisa a combattere per la propria sopravvivenza, mai perduta d’animo, se non davanti all’imponderabile. Ma è proprio qui che il cinema di De Sica sembra che davvero abbia subito una genetica mutazione dopo i quattro anni di silenzio artistico che separano questo film dal precedente Il tetto che è del 1956. Se il neorealismo aveva privilegiato lo spessore dei personaggi, con La ciociara il cinema di De Sica sembra appassionarsi all’intreccio e l’unico personaggio davvero riccamente intessuto è proprio quello di Cesira che – salvo errori – è presente in ogni scena del film, se non addirittura in ogni inquadratura. Cesira/Loren è la centralità della ricerca dell’autore e Cesira è indissolubile dal suo ruolo di madre (anche coraggio). Per queste ragioni si provava a ridefinire questo film quasi esclusivamente dentro la dialettica del rapporto madre/figlia, un’analisi, magari grezza, ma con dentro capisaldi per un indagine psicologica che sarebbe spettata ai cineasti futuri e al cinema a venire. Non è un caso che anche Michele, un insolito e dimesso Jean-Paul Belmondo, sia anch’egli figlio, anch’egli iperprotetto dai genitori ansiosi per lui e anch’egli vittima di un brutale assassinio frutto di una innata bontà d’animo mal riposta. Non è un caso, infine che Rosetta, nutra dei sentimenti acerbi, ma puri per Michele che saranno gli unici a restituirla alla vita giovanile ancora possibile, dopo la violenza, perché non sporcati da quegli effetti collaterali che hanno infangato, invece le loro vite materiali.

Regia: Vittorio De Sica
Interpreti: Sophia Loren, Jean-Paul Belmondo, Eleonora Brown, Raf Vallone, Carlo Ninchi, Pupella Maggio
Origine: Italia/Francia 1960
Durata: 110’
Genere: Drammatico

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