La città che esplode: Antoine Fuqua

Training Day parlava già chiaro, ben oltre il genere. La frenesia del montaggio e la sicurezza decisa delle linee action erano solo la forma, esatta, di altre traiettorie. Esistenziali, morali (o moralistiche), chiamatele pure come vi pare. Ma era evidente come tutto l'interesse fosse focalizzato sul rapporto tra i personaggi e la realtà. E, come ha insegnato Michael Mann, dai tempi immemori (memorabili) di Miami Vice (la serie), muoversi nel mondo della/dei narcotici, vuol dire muoversi nel precipitato perfetto, tra i fondi di deposito delle cose.

Ovviamente la questione non era, non è mai, semplicemente, quella di puntare l'indice sulla corruzione della polizia e delle istituzioni, come se si fosse tornati di un colpo agli anni di Serpico o de Il principe della città. Quello che conta, davvero, è la densità, la materia viva dei personaggi e del mondo raccontati.

 

Fuqua si muove in un universo periferico, violento ed esplosivo. Una cintura che sta per saltare, condannando senz'appello la città, un sistema, il mondo intero. Da Training Day a Brooklyn's Finest, da ovest a est, sembra di sentire un urlo: "ma 6-T va crack-er". Come se lo sguardo di Fuqua si accordasse all'anarchia furiosa di Jean-François Richet, il primo "cattivo ragazzo" a incendiare il cinema. Entrambi, non a caso, cresciuti per le strade della periferia, tra le gang e il non senso, l'onore e la miseria. E tutt'e due accordati al ritmo di un rap che attraversa i confini, l'unico vero linguaggio dell'appartenenza al volgere del nuovo millennio.

Fuqua è il ragazzo venuto dal nulla di Pittsburgh, cresciuto a spari e videoclip. La sua vita è già inscritta nelle regole e nelle trasformazioni di un action. E perciò, il rispetto delle esigenze spettacolari del genere non può contraddire il richiamo necessario della verità, non può elidere il contatto con la realtà. Una realtà, naturalmente, in disfacimento, stretta in un gorgo di corruzione e consunzione. Fuqua, senza paura del paradosso, è un regista realista, che si scopre vincolato a una pratica di fedeltà agli ambienti, alle azioni. Per questo Training Day è girato davvero sui luoghi dello scontro metropolitano, nella Los Angeles più inquieta e pericolosa. E per questo L'ultima alba ha richiesto un addestramento severo (fino alla morte) dei suoi protagonisti. Quest'esigenza di una fedeltà al vero, dentro o contro l'industria, non può che divenire un'affermazione di principio, una scelta di campo magnificamente ideologica. E che lo sguardo di Fuqua sia essenzialmente politico lo afferma, senza mezzi termini, l'eccezionale Shooter, che s'insinua nei meccanismi di un fantapotere, fin troppo plausibile. Incominciamo a muoverci nella prospettiva della parabola, che, più che guardare a certo cinema liberal (cui sembra convergere nella veemenza dell'accusa, ma da cui pare allo stesso tempo distanziarsi, per la piena consapevolezza dei mezzi del genere), recupera la lucidità profetica di alcuni film davvero oltre gli schemi, da The Manchurian Candidate a, soprattutto, Gli ultimi bagliori del crepuscolo.

 

E forse è proprio Aldrich il parente più prossimo, sebbene ai personaggi di Fuqua manchi quello spessore titanico capace di porli immediatamente in rotta con il sistema. Ma in ogni caso, l'immagine è sempre quella di un mondo allo sbando, in cui i confini tra la retta via e la deriva sono incerti, indistinti. I personaggi di Fuqua sembrano i figli di quella sporca dozzina, bastardi nati per caso dalle gozzoviglie dei ragazzi del coro. Sono già bruciati al rogo dell'assurdità, consumati dalla folle routine di un mondo ingestibile, come i poliziotti di Brooklyn's Finest, che hanno perso irrimediabilmente la verginità delle reclute e i buoni propositi del loro lontano training day. O sono, al massimo, reduci fuori posto, schegge fuori dal tempo, come Bob Lee Swagger di Mark Wahlberg. Soli per scelta o per necessità, per colpa o per destino, questi maledetti personaggi non sono mai davvero "simpatici", ma sono, in ogni caso, assolutamente veri, nostri, perché sempre colti nel punto di frizione tra l'esigenza insopprimibile di un'autonomia individuale e i meccanismi perversi e asfissianti di un sistema sull'orlo dell'impasse. E proprio Brooklyn's Finest porterà questa frizione a un punto ulteriore: una vera e propria tragedia in cui si è costretti a mettere in gioco la verità della propria identità contro le traiettorie ingestibili del destino.

 

L'ultimo Attacco al potere sembra uno slittamento. Un altro pamphlet, ma virato in chiave profondamente patriottica, secondo l'idea della Nazione sotto attacco, incapace di uscire dall'incubo dell'11 settembre, dalle stragi di Columbine, dai cinema cimiteri di Denver (e come se ne potrebbe uscire, oggi più che mai?). Ma una nazione in grado di ritrovare sempre la forza di ricucire le ferite. Fuori da ogni retorica, nonostante gli scherni critici. Perché che l'Olimpo sia caduto lo sappiamo ancor prima di vedere il film. Lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle e Fuqua ce lo racconta da anni a modo suo. Il terrorista coreano è come Il sassone invasore di King Arthur. La bandiera brucia da tempo immemore. E non è certo un caso che il Salvatore in realtà sia già uno sconfitto, inchiodato alla croce della colpa. Uno che ha fallito l'unica prova decisiva, garantire l'unità della Famiglia, qualunque essa sia. Il Padre della nazione ha perso la sua compagna, la sua dea, la sua musa. Non c'è più Lincoln a raccontare nuove storie. Non c'è più la parola. Gerard Butler, seduto con le armi in mano dietro la scrivania delle stanza ovale, che promette vendetta e morte ai suoi nemici, potrà anche strappare un sorriso. Ma è come Eastwood, lo spietato, che urla nella notte: "torno e vi ammazzo tutti, figli di puttana", mentre alle sue spalle sventolano le stelle e le strisce. È la constatazione del disastro. E allora solo l'action, quell'azione, ciak, può ricomporre i frammenti, per permetterci d'immaginare una nuova unità. Padre, figlio e spirito santo.