"La collina dei papaveri", di Goro Miyazaki

Goro Miyazaki, dopo il comunque discreto I racconti di Terramare, con il suo secondo lungometraggio decide forse scientemente di allontanarsi dallo stile narrativo del padre Hayao. 
Via quindi quegli elementi magici tanto cari al genitore (che qui pure ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Keiko Niwa), accantonata quella fantasia sfrenata e visionaria per raccontare una storia più semplice ma non per questo meno evocativa.  Produce come al solito lo studio Ghibli, di cui Miyazaki senior è co-fondatore, insieme al decisamente meno noto Isao Takahata.
Dalla collina dei papaveri prende spunto dalla trama di un manga anni ’80 pubblicato sul mensile femminile Nakayoshi. La delicata storia narra l’amore fra Umi e Shun, due studenti universitari giapponesi brillanti e determinati. Gli anni sono gli inizi dei ’60 (precisamente il 1963) quelli del boom economico nipponico; la tv in bianco e nero annuncia un anno di distanza dalle Olimpiadi di Tokyo. La cornice storica, appena intuibile, è però viva nella vitalità e nell’ottimismo di una gioventù che, per la prima volta, si fa carico di responsabilità poliche proprie. La battaglia appassionata del corpo studentesco per salvare dalla demolizione l’edificio storico adibito a quartier generale del Club della Cultura è simbolo di una prepotente voglia di assumersi onori e oneri nella ricostruzione di una nazione messa in ginocchio dalle guerre.
Protagonista indiscussa Umi, sedicenne solare e matura, orfana di padre, morto durante una missione in mare in Corea. Per lui, ogni mattina sulla meravigliosa collina che affaccia sul porto di Yokohama, dove si erige la sua vecchia casa, issa le bandiere dei marinai. Umi si occupa della sua numerosa famiglia, in attesa che la madre torni dagli Stati Uniti. Mai un lamento, sempre una parola gentile per tutti.
L’ambientazione ricorda molto le scogliere di Ponyo (prima che le acque prendano possesso del mondo terrestre), la qualità dei disegni è eccellente. D’altronde lo studio Ghibli è, almeno tecnicamente, garanzia di qualità ineccepibile.
Naturalmente, però, lo spunto principale è offerto dall’agognata storia d’amore fra i due ragazzi, profondamente diversi caratterialmente, ma immediatamente uniti dal classico romantico coup de foudre. Sentimento che germoglia quotidianamente, crescendo a dismisura. A minacciare l’unione l’ombra di un possibile legame di sangue fra i due, nodo destinato a sciogliersi solo nel prevedibile ma comprensibile happy ending. In un’atmosfera a dire il vero lontana da un realismo esasperato, immerso in una purezza classica e fuori dal tempo, favola dolcemente patinata. Condita da un buonismo generale che, miracolosamente, non risulta mai stucchevole. Si respira a pieni polmoni il desiderio legittimo di scacciare i fantasmi di Hiroshima e Nagasaki.
Insomma, Goro è un grande disegnatore e il film è godibile ma togliere l’elemento magico (presente anche nel sublime Arrietty) alle storie dello studio giapponese è come privare delle ossa il corpo umano.
Negli anni, Hayao Miyazaki è stato come un portale fra il nostro mondo e un’altra dimensione squisitamente onirica e fantastica. Speriamo che suo figlio sappia raccoglierne il testimone.

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    prima si critica la mancanza dell'elemento magico, poi si ammette che la sceneggiatura è dello stesso Miyazaki (padre). Quindi ha sbagliato Hayao?

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    La mancanza dell'elemento fantastico mi sembra un'inezia, il film è davvero ottimo. Lo Studio Ghibli fa di nuovo centro