La commedia e la malinconia. Carlo Verdone ospite a Sentieri Selvaggi

I miei primi passi furono durante il periodo universitario, quando mio fratello Luca mise su una compagnia che si chiamava Gruppo Teatro Arte, e prese in affitto una cantina gelida al terzo piano sottoterra. Era l’epoca post-sessantottina, era tutto molto serioso, se non facevi qualcosa di serioso o serio non eri considerato. Era il 1971 e io a vent’anni debuttai con Pittura su legno, atto unico di Bergman”. Inizia così, con un meraviglioso tuffo nei ricordi, il lungo incontro di giovedì 23 marzo con Carlo Verdone, che ci è venuto a trovare nella sede romana di Sentieri Selvaggi, in via Carlo Botta, per raccontarsi di fronte a un nutrito gruppo di appassionati e studenti. Interprete, regista, sceneggiatore e scrittore classe 1950, romanaccio doc, Carlo Verdone ha saputo – nei suoi quarant’anni di carriera artistica – catturare dei tic, dei vizi, dei malesseri anche profondi della società italiana (non solo di un’area di ‘identificazione geografica tipica’, legata all’area di Roma e dintorni) verdone_regiatramite personaggi e film che sono rimasti fortemente legati all’iconografia del nostro cinema, apportando un (per molti versi dirompente) cambio di percezione ed espressione del linguaggio nella commedia italiana. Gli inizi, dunque. Dall’esordio teatrale con Luca, la prima prova importante arriva proprio con il secondo spettacolo messo in scena dal fratello, il Pantagruel, sempre sullo stesso palco: “Quella cantina era talmente gelida e fredda, che gli spettatori si ammalavano, e una sera anche tre degli attori erano rimasti a casa con la bronchite. Ho proposto a mio fratello di coprire io tutti i personaggi, non solo il mio ma anche la vecchia, la fattucchiera, e il principe. Questo spettacolo è stata forse l’illuminazione che mi ha fatto capire che potevo avere un filo diretto col pubblico, anche se ero e lo sono tutt’ora, una persona un po’ riservata e timida”.

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CARLO VERDONE racconta i suoi progetti futuri da Sentieri Selvaggi (riprese e montaggio Enrico Carocci e Greta Biffarino) from sentieri selvaggi on Vimeo.

Il debutto teatrale con Luca, e gli studi universitari in Lettere, da un lato, e l’attività da marionettista con l’Opera dei burattini di Maria Signorelli, con gli spettacoli per bambini “il pubblico più complicato del mondo”, lì dove rimane per circa due anni e dove comincia anche “a provare le prime voci, anche se quelle erano più da cartoon”, dall’altro. E poi il Centro Sperimentale di Cinematografia, iniziato nel 1972, con presidente Roberto Rossellini, che gli aveva predetto – dopo aver visto i suoi primi cortometraggi in super-8 (“dei movimenti visivi” ricorda Verdone) – “diventerai un grosso regista drammatico”. A far da collante a tutte queste eterogenee attività di una creatività che cercava prepotentemente di uscire e trovare la propria strada, la propria voce, centinaia di film visti al Filmstudio, storica associazione culturale di Trastevere (al momento bloccata nella sua programmazione per mancanza di fondi): “In quel periodo frequentavo moltissimo il Filmstudio in via  degli Orti d’Alibert, una grande scuola di cinema perché grazie a operatori culturali virtuosi in quegli anni si alzava una serranda e c’era la cultura, erano anni sì tormentati per le lotte politiche e studentesche eppure c’era un grandissimo fermento dal punto di vista culturale”. Il ricordo del Filmstudio si riaffaccia con affetto diverse volte durante l’incontro, non solo perché i film visti lì furono la prima ispirazione per maneggiare la prima videocamera (vendutagli da Isabella Rossellini nel 1971), “vedendo tutto il cinema underground americano al Filmstudio, rimasi molto colpito e cominciai a fare dei filmati con dei movimenti visivi” [Allegoria di primavera e Elegia notturna, al momento smarriti ai magazzini Rai], ma proprio perché fu una vera e propria scuola di cinema, “devo dire grazie al Filmstudio se mi sono fatto una cultura cinematografica, ed era bello perché eravamo tutti amici affamati di cinema”. verdone_tali e qualiPoi venne l’attività da volontario, come assistente alla regia, con la prima esperienza in un film erotico di Franco Rossetti, che gli permise di guadagnare il primo settimanale, grande scuola di vita e cinema anche quella “più i film erano difficoltosi a livello economico, più avevo la possibilità di imparare”, infine la prima occasione importante al teatro Alberichino di Roma (siamo nel 1977), con uno spettacolo, Tali e quali, che lo avrebbe poi consacrato mattatore e trasformista: “erano personaggi della vita riportati sul palcoscenico con la caratteristica di risalire dalla voce alla tipologia”. Un’occasione legata indissolubilmente alla figura della madre Rossana: “la persona che forse aveva capito tutto era mia madre, mia madre mi spinse ad accettare l’occasione all’Alberichino” racconta Carlo, che intimorito e temendo l’insuccesso aveva deciso di non presentarsi al debutto, e fu letteralmente spinto dalla madre, sicura del suo successo, a presentarsi a teatro: “nasce tutto per mia madre, sicuramente un talento ce l’avevo ma non ne ero cosciente”.

I dodici personaggi di Tali e quali, sono stati senza dubbio il giro di boa professionale di Carlo Verdone. Dal teatro alla televisione il passo è infatti breve (con la trasmissione Non stop), e ancor più fulmineo il passaggio al cinema, con l’incontro con il regista Sergio Leone, che lo vide in tv e credette così tanto nel talento del giovane Carlo da decidere di farlo debuttare anche alla regia, con Un sacco bello, nel 1980: “Sergio Leone mi ha trattato come un figlio, è diventato il mio padrino artistico, è stato un uomo che ha puntato su un ragazzo giovane”, ricorda Verdone, ripensando anche allo stile portato avanti dal film d’esordio e a come sia cambiato il cinema negli anni, “Un sacco bello era tutta farina del mio sacco, i personaggi provenivano dall’Alberichino, ma gli avevo dato più un’anima grazie a Benvenuti e De Bernardi [co-sceneggiatori, NdR]; ho cominciato a far uscire la mia anima più che il mio stile… non ha uno stile Un sacco bello per come è girato, ha uno stile più nella ricerca delle facce dei caratteristi. Oggi non è più tempo di caratteristi. Tutti vogliono fare i protagonisti”. L’arte del caratterista: su questo punto preme tanto il regista, “i caratteristi sono stati secondo me la colonna portante della vera grande commedia italiana. Ti danno struttura alla grandezza del film, io avevo un grande occhio per beccare delle facce”; facce e voci come quelle, indimenticabili, di Mario Brega o della Sora Lella, “che avevano la loro forza nel mantenere un’anima popolare, senza studio, con dei tempi assolutamente naturali”. Si tocca l’argomento, accanto alla carenza di veri e importanti caratteristi nel cinema italiano odierno, della difficoltà del cinema di oggi: “Per il cinema questo è un momento di cambiamento, pericoloso per la sala, i ragazzi stanno sulle serie televisive, e non possiamo dargli tutti i torti, sono fatte benissimo. Io mi auguro sempre che la sala possa continuare, perché la sala è il tempio dell’immagine”. Non ha peli sulla lingua, Carlo Verdone, nell’affrontare il tema della crisi dell’industria cinematografica italiana: “C’è poco verdone_acqua e saponecoraggio, secondo me i produttori non hanno tanto coraggio certe volte, dovrebbero puntare anche su chi porta qualcosa di spiazzante, non ci sarà mai un cambio generazionale, uno stile nuovo, altrimenti. Lo chiamavano Jeeg Robot, ad esempio, trovo che proprio per il sincretismo di stili che ha esca fuori dai soliti schemi”. Qual è la vera crisi del cinema italiano? “Per me si tratta di una crisi di scrittura, una crisi enorme a livello narrativo. Oggi la realtà della commedia è molto difficile, ci troviamo nella più grande crisi dal dopoguerra, è un momento complicato, scrivere film è difficile oggi. Bisogna cercare di raccontare davvero qualcosa, trovando però un proprio stile personale”.

È uno stile dall’anima, dal retrogusto, profondamente malinconica quello di Verdone, che emerge poeticamente e amaramente dai finali dei suoi film, così personali: “è un lato malinconico che mi appartiene, soprattutto in alcune commedie. In genere il finale è mio, non lo faccio toccare a nessuno, perché mi piace dargli l’impronta mia, della mia anima, sono sincero là; è la mia impronta quella, non riesco a farne uno diverso, perché così è la vita. Quando Sorrentino mi ha offerto di fare la Grande Bellezza ho tirato un sospiro di sollievo di non dover far ridere per forza”. E la ricerca di un rinnovamento continuo, è un problema anche per un veterano del cinema come Verdone, che negli anni ha sempre cercato di riplasmare il proprio linguaggio: “ogni volta che scrivo un film il problema per me è scontrarmi con quello che ho fatto nei film precedenti, in questi quarant’anni, è un combattimento con quello che ho fatto prima, per sterzare e cercare qualcosa di diverso…”, commenta l’autore al pubblico, romano e non, della nostra Scuola. Un’attività iniziata con il primo film del 1980 e che negli anni verdone_grande bellezzasi è scontrata anche con le aspettative, altissime, di un pubblico affezionato quanto esigente, e con un desiderio di non tradire la propria propensione anche alla malinconia, all’esigenza di cambiare registro, pensando, tra i vari progetti in cantiere, anche a un film drammatico prima o poi: “Prima o poi lo dovrò fare quel film… parla di cose che ho fatto per circa un anno e mezzo e mi hanno lasciato un segno profondo… dipende da me. Stiamo anche pensando in futuro forse anche di fare qualcosa a livello Netflix con De Laurentiis, potrebbe anche rientrare in quel progetto là… potrei far vedere qualcosa in più che non il romano della Grande Bellezza, posso stupire anche in un altro modo…”.