La contessa di Hong Kong, di Charlie Chaplin

Il mio più grande peccato fu, e lo è ancora, quello di essere un anticonformista. Pur non essendo comunista, mi rifiutai di allinearmi con coloro che li odiavano. Questa atteggiamento, si capisce, ha offeso molta gente.
Charlie Chaplin

Partiamo proprio da qui dall’anticonformismo chapliniano che lo porta a 78 anni a girare una commedia sentimentale. Ogden Mears, un diplomatico americano in viaggio su una nave da crociera che lo dovrebbe portare da Hong Kong fino in America, incontra Natasha una donna russa che fugge da Hong Kong. Lei ha avuto una vita difficile ed è in cerca di fortuna, si imbarca da clandestina sulla nave perché vuole raggiungere gli USA e finirà con il rifugiarsi proprio nella cabina del bel diplomatico che vorrebbe denunciarla, ma finirà con l’ospitarla sia pure (apparentemente) a malincuore. Ogden faticherà a difendere la sua reputazione e sarà costretto a mettere in atto mille stratagemmi per nascondere al suo staff la donna con la quale inscenerà delle scaramucce che preludono all’innamoramento. La (finta) durezza di Ogden sarà vinta e alla fine abbondonerà la moglie e la sua carriera per scegliere il sogno d’amore.
È sul personaggio di Sophia Loren, Natasha Alexandroff, che si misura quell’anticonformismo chapliniano che fa sì che Ogden, Marlon Brando, appartenente alla ricca e agiata e sicuramente conservatrice alta borghesia americana, finisca con l’innamorarsi perdutamente della smarrita donna russa, vissuta senza genitori tra Hong Kong e Shangai con alle spalle un passato sconosciuto e misterioso, tanto da fare supporre un trascorso di prostituzione. Chaplin che scrive e dirige, ne fa un assunto portante del film, una questione sottilmente sottesa in ogni passaggio, origine del disagio di Ogden che non si avventura, nella tenzone amorosa, neppure per un attimo nel contatto fisico e, come sempre accade, maschera, invece, la sua attrazione verso la bella Natasha manifestando un’antipatia accondiscendente e bonaria e un quanto mai accademico distacco da ogni offerta, più o meno esplicita, che proviene dalla procace bellezza della donna. È un clima lubitschiano quello in cui si svolge la storia, non fosse altro per le decine di volte in cui si aprono e si chiudono le porte del bilocale navale abitato di Ogden per nascondere la presenza della clandestina. Uno stratagemma di derivazione teatrale che il cinema comico e brillante ha usato in più occasioni, non solo per delimitare lo spazio della scena, ma anche per spettacolarizzare i necessari equivoci che qui costituiscono la vera ossatura sulla quale il film fa perno. È proprio in quest’ottica che Chaplin riesce ad ottenere da questo suo ultimo lavoro il massimo risultato con il minimo sforzo sul set che per almeno tre quarti è quello del bilocale del protagonista nel quale matura, cresce e si aggroviglia l’incipiente storia d’amore tra i due personaggi. Il film è del 1967 e in verità alla sua uscita ha ricevuto solo critiche negative nelle quali si rimproverava al grande autore l’avere affrontato un tema così poco autoriale, di così scarsa consistenza.Ma sarà poi così vero che La contessa di Hong Kong sia una specie di malinconico canto del cigno del grande regista inglese?
Proviamo a ripensare alla sua struttura che, pur nella sua estrema e già vista classicità hollywoodiana, funziona perfettamente e sa sopperire, con un sapiente dosaggio di elegante comicità e di un raffinato e anche allusivo umorismo, alla straordinaria vacuità del mondo attorno. La contessa di Hong Kong sembra astrarsi dal mondo e tanto più il diplomatico Brando è dentro le cose politiche dell’America, da essere nominato ambasciatore in Arabia, tanto più si avverte la profonda estraneità al mondo dei protagonisti della vicenda. Una estraneità che sembra qui simboleggiata dalla nave che vaga nell’oceano da un porto all’altro senza mai vedere terra. Il mondo, tutto esotico da Hong Kong alle Hawaii, da Shanghai all’Arabia, è guardato, più che altro immaginato, non è vissuto dai personaggi che, nella loro ineffabile astrattezza, a questo modo rappresentano perfettamente, invece, il desiderio di fuga da un mondo che non piace ad entrambi. Non piace a Natasha perché ha ricevuto solo dolori, non piace a Ogden perché lo rende infelice. La loro storia d’amore altro non è che una ricerca di una felicità non vissuta ed è qui, in quest’ottica, che il film riassume il tratto chapliniano di una poetica dei sentimenti sempre presente in Charlie Chaplin.

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La malinconia di fondo che avvolge i caratteri, qui è seppellita sotto una coltre molto spessa di coloratissimo manto hollywoodiano, ma è pur sempre presente in quella sorda infelicità dei due protagonisti che di tanto in tanto rannuvola le loro espressioni. Chaplin sceglie, per il suo congedo dal pubblico un film forse a basso rischio, i cui tempi comici, meglio umoristici, sono collaudati, in cui sopravvive una sorta di cinema che si regge sull’aspetto più clownesco del personaggio chapliniano per eccellenza, in quell’essere fuori posto del personaggio di Natasha e in quell’essere inadeguata alle situazioni, ma anche negli abiti che non le stanno addosso perché troppo grandi per lei, nei bottoni che saltano perché troppo stretti i vestiti, ma anche nel resto, in quella maglia di equivoci che il film offre. Ma tra porte che si aprono e che si chiudono, malintesi e bugie, trame amorose che si tendono e si allentano, Charlie Chaplin lascia il suo segno nel sorriso e con lo sguardo distaccato e sereno, giocando ancora una volta sulle trame dei sentimenti, sullo svelamento dopo una forzata cecità e sul sapersi riconoscere in un gemellaggio che insegue la felicità.

 

Titolo: A Countess from Hong Kong
Regia: Charlie Chaplin
Interpreti: Marlon Brando, Sophia Loren, Sidney Chaplin, Tippi Hedren, Patrick Cargill, Margareth Rutheford
Durata: 120′
Origine: Gran Bretagna, 1967
Genere: commedia

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.25 (4 voti)

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