La discrezione e l’eleganza: ci lascia Ilaria Occhini

Nel 2009, in un’iniziativa che avevamo organizzato con Sentieri Selvaggi in un cinema di Arezzo, stavamo presentando Mar nero, diretto da Federico Bondi. C’era pure Ilaria Occhini, che viveva in città e si occupava assieme alla sua famiglia dei 14 ettari di vigneti. Lei stava rispondendo alle domande sul rapporto tra il suo personaggio (una donna anziana rimasta vedova da pochi giorni) e la sua badante rumena. Quando è stato ricordato che per quel ruolo era stata premiata l’anno prima come miglior attrice al Festival di Locarno, le si sono illuminati gli occhi. Da una parte forse voleva che non si parlasse di quel riconoscimento. Dall’altra però faceva fatica a trattenere la sua gioia e la sua emozione. Soprattutto perché quasi tutto il pubblico si era alzato in piedi per applaudirla.

Nata a Firenze nel 1934, nipote dello scrittore Giovanni Papini da parte materna (che le aveva dedicato il racconto breve La mia Ilaria), aveva debuttato al cinema a 19 anni in Terza liceo (1953) di Luciano Emmer, con lo pseudonimo di Isabella Redi. Aveva il ruolo della protagonista Lucia Lucchesi, una ragazza ricca che si innamora di un giovane di bassa estrazione sociale, ma la loro relazione viene ostacolata dalla famiglia di lei. Si è diplomata poi a Roma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, prima di essere diretta da Mario Monicelli in Il medico e lo stregone (1957). La sua filmografia non è stata ricchissima, ma anche nei suoi personaggi (anche nei ruoli minori) è stata spesso incisiva. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del decennio successivo sembrava destinata a incarnare figure mitologiche, letterarie e storiche: Crimilde in Sigfrido (1957) di Giacomo Gentilomo, Pia de’ Tolomei nel film omonimo di Sergio Grieco del 1958, Ophir in Cartagine in fiamme (1960) di Carmine Gallone, Nerissa in Il tiranno di Siracusa (1962) di Curtis Bernhardt e Alberto Cardone per finire con la monaca di Monza nella versione di I promessi sposi (1964) del regista Mario Maffei. Ma la svolta in questo periodo è avvenuta con Il mantenuto (1963) di Ugo Tognazzi con un ruolo complesso e pieno di sfaccettature, quello di una prostituta che fa credere a un impiegato di essere un’infermiera che lavora di notte e l’uomo (interpretato da Tognazzi stesso) passa per il suo protettore. Ha poi affiancato l’anno successivo Nino Manfredi nell’episodio firmato da Dino Risi Una giornata decisiva di I complessi, ha interpretato il western Gli uomini dal passo pesante (1965) di Albert Brand e Mario Sequi, l’avventuroso L’uomo che ride (1966) di Sergio Corbucci liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo e soprattutto Un uomo a metà (1966) di Vittorio De Seta; qui il suo personaggio di Elena è quello che probabilmente ha fatto scoppiare in maniera inesorabile la crisi del protagonista dopo averlo tradito. Nello stesso anno si è sposata con lo scrittore Raffaele La Capria. E da questo momento la sua carriera cinematografica si è notevolmente ridotta. E lo strsso è avvenuto anche per il teatro (aveva lavorato anche con Luchino Visconti, Orazio Costa e Luca Ronconi) e la televisione, dove si era affermata negli sceneggiati L’alfiere (1956) e Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Majano.

Poi negli anni ’70 si è imposta soprattutto con il ruolo della moglie dell’ex-rapinatore Alain Delon che poi muore in un incidente stradale nel malinconico polar Due contro la città (1973) di José Giovanni. E nello stesso anno è stata Elvira Puccini, la compagna e la moglie del celebre musicista nella miniserie tv Puccini di Sandro Bolchi. Sul palcoscenico intanto ha collaborato tra gli altri, in questo periodo, con Franco Brusati e Giuseppe Patroni Griffi.

Dopo un’altra lunga assenza, ha mostrato ancora un istinto per la commedia in Benvenuti in casa Gori (1990) di Alessandro Benvenuti. Con il personaggio di Adele Papini (riferimento non troppo velato al nonno scrittore) ha vinto il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. E non è stato l’unico premio. Oltre a quello per Mar nero, con la nonna di Mine vaganti (2010) di Ferzan Özpetek, ha ottenuto anche il David di Donatello sempre come miglior attrice non protagonista. Forse era iniziata un’altra interessante carriera. Al cinema forse, oltre a Boom (1999) di Andrea Zaccarello, Domani (2001) di Francesca Archibugi e poi in Tutti al mare (2011) di Matteo Cerami e nel suo ultimo film Una famiglia perfetta (2012) di Paolo Genovese, potevano esserci più occasioni per dimostrarlo. In tv, nonostante il ruolo della madre della protagonista Camilla Baudino (interpretata da Veronica Pivetti) in Provaci ancora prof! andato in onda dal 2005 al 2013, è lo stesso discorso. Però la sua carriera ha vissuto più stagioni. E in ognuna ha comunque lasciato sempre il segno.

 

LA NOSTRA TOP 5

 

MAR NERO (2008) – Il trailer

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MINE VAGANTI (2010)

 

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BENVENUTI IN CASA GORI (1990)

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IL MANTENUTO (1963)

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UN UOMO A METÀ (1966)

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LA PREMIAZIONE A LOCARNO NEL 2008

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