"La fabbrica di cioccolato", di Tim Burton


Ci sono mondi che non avremmo mai avuto il coraggio di pensare di poter frequentare. Perciò ci sfreghiamo le mani quasi fino a consumarcele (anche se per il capolavoro assoluto Nightmare before Christmas continueremo sempre a frizionarle di più…) quando ci troviamo a fluttuare in quello di La fabbrica di cioccolato. Se Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart (ispirato al classico romanzo per l'infanzia di Roald Dahl, che Salani editore ha ristampato proprio in questi giorni per chi volesse leggerlo o rileggerlo) è un piccolo cult della contro-cultura hippie degli anni 70 (e un film must natalizio) dal sapore unico, quello di Burton è una gioia-cult di terzo millennio. E' come se il biglietto dorato/coupon/fagiolo magico ce l'avesse consegnato tranquillamente la cassiera del cinema; fatato tappeto volante e rampicante (come il fantasmagorico ascensore di Wonka che non conosce confini direzionali…) regalatoci da un Burton completamente sotto acido visivo-narrativo come il Lennon di L(ucy) in the S(ky) with D(iamonds). In questa Disneyland-Oz-Wonderland Burton dipinge come un Dickens-Carroll della m.d.p. trattando gli spazi (aperti o chiusi che siano) con un calore innevato dal digitale nel vitale desiderio inesausto di un "narrare" che non è meno importante di un "mostrare", dando vita nella contemporaneità di fictionale e vero più del vero ad un ossimorico caos ordinato e perfettamente compiuto che si scompone e si ricompone continuamente per diventare "altro", ma sempre e comunque "qualcosa" che si chiama cinema. Un cinema che ci "sobilla" generando geniali "confusioni" in cui il nostro occhio potrebbe magari pensare che i nanetti operai Oompa-Loompa siano stati scovati da Burton girando tutto il mondo e non che siano la riproduzione infinita, digitalmente "messianica" di un unico nano, Deep Roy (già scelto dal regista in Big Fish e nel suo Il pianeta delle scimmie, apparso anche in pellicole quali Il ritorno dello jedi o Flash Gordon), così come il cioccolato sia creato da magie tecnologiche e non sia reale come, invece, effettivamente è! "Niente è come sembra" nell'ipnosi lisergica burtoniana che trova la sintesi iconica più compiuta in quell'imbuto che raccoglie le noci di scarto, nel quale convergono linee curve e colorate di un luna-park industriale.


Nel frattempo il felice sovraccarico citazionista (2001: Odissea nello spazio, i musical di Busby Berkeley e quelli natanti con Esther Williams…) s'impastano ad autoreferenzialità che evaporano magnificamente in un attimo, come quando Depp impugna un paio di forbici per inaugurare la fabbrica e la magnifica delicatezza di Edward Scissorhands ci balena innanzi. Ma il film è anche una magnifica, felliniana sfilata di straordinari visi che con quello di David Kelly (già al centro di Svegliati Ned), il dolcissimo nonno Joe, fa rimpiangere la morìa di caratteristi giustamente lamentata da Carlo Verdone nel Terra di Siena Film Festival, partito proprio in questi giorni con una retrospettiva sui caratteristi italiani dal 1945 al 1965. E su tutta questa carrellata fisiognomica svetta, ancora una volta, quel corpo mutante ed ectoplasmico che appartiene a Johnny Depp, seppellito/rivelato da kg di trucco sul viso, con capelli lisci e a caschetto alla Lord Fauntleroy, abbacinanti denti sbiancati dall'Acquafresh whitening, una risata-ghigno tra lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie e un membro dei Kiss, plastic's occhialoni da star del glam-rock e una mise edoardiana. Diversità, umiliazione, solitudine, riscatto sono temi ricorrenti della poetica d'indagine burtoniana che si sublimano nel ricorrente ed eterno dramma di diventare adulti, legato alle tensioni padre-figlio che si acuiscono sotto i fuorvianti strati di gelatina e zucchero perché qui Christopher Lee, oltre ad essere presenza-omaggio a tanto cinema di spavento amato dal regista fin da piccolo, è soprattutto specchio scuro della creatività del Vincent Price di Edward mani di forbice. Willy, ribalatando gli ordini gerarchici secondo un tòpos del cinema burtoniano, annulla la sterile rigidità odontoiatrica paterna cancellandola col segno opposto dell'estro inventivo a cominciare da quel "forzarsi" direttamente introducendo il cioccolatino, scampato al rogo provocato dal genitore, tra le maglie costrittive di quel mostruoso apparecchio ortodonzistico che lo ingabbia alla vita.


Burton gioca con serietà tremenda anche sulla moralità delle architetture: gli abitanti dell'unica casa (di)storta, quella di Charlie (un Freddie Highmore che ritorna a fianco di Depp dopo Neverland – Un sogno per la vita), sono, in realtà, i più equilibrati nel comprendere il mondo esterno che li mette alla prova (quel loro accontentarsi nella povertà, così terribilmente anacronistico rispetto al parossistico consumismo moderno che tutto inghiotte) ed entra in casa per mezzo della tv (la sana repulsione dei nonni e lo stupore di Charlie e dei suoi genitori per i piccoli, ma già adultamente ripugnanti, concorrenti). Fiabesco e horrorifico hanno sempre fatto rima nel suo cinema e continueranno imperterriti in questa direzione perché per Burton non ci può essere dolcezza senza crudeltà, né follia senza razionalità. Tra la vita e la morte (del/nel fare cinema) c'è il gioco… e Burton lo sa come pochi geni al mondo. Così pure la sofferenza retroattiva riversata dallo strampalato inventore nei suoi flashback a occhi aperti contiene la verità più scottante del film in un'epoca di "nuove" frontiere sociali e sessuali: nella fabbrica di cioccolato (leggi "mondo") non c'è dessert più dolce di quella parola impronunciabile per Willy fino al penultimo fotogramma che si scrive così, "famiglia".


 



Titolo originale: Charlie anche the chocolate factory
Regia: Tim Burton
Interpreti: Johnny Depp, Freddie Highmore, Helena Bonham Carter, David Kelly, James Fox, Christopher Lee
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 105'
Origine: Usa/Gran Bretagna/Australia, 2005