LA FACCIA POLITICA DEGLI SPAGHETTI WESTERN

La Cineteca di Bologna propone un lungo percorso attraverso i titoli “rivoltosi”, da Corri uomo corri con Tomas Milian a Navajo Joe di Sergio Corbucci. Dal 9 ottobre al 22 novembre
LA FACCIA POLITICA DEGLI SPAGHETTI WESTERN
 
La Cineteca di Bologna propone un lungo percorso attraverso i titoli “rivoltosi”, da Corri uomo corri con Tomas Milian a Navajo Joe di Sergio Corbucci
 
Primo appuntamento martedì 9 ottobre, ore 20, Cinema Lumière, con I sette del Texas presentato da Marco Giusti e dall’attore Claudio Undari
 
 
Tra arte e consumo, dove mettiamo il cinema? Il dibattito che tanto ha scaldato gli amanti della settima arte oggi si trova di fronte a un’impasse: che fare di tutti quei film sfornati una volta per darli in pasto ad ogni sorta di pubblico e che oggi tornano all’attenzione di chi un tempo li aveva snobbati? Che fare, quindi, di quella laboriosissima industria che ha dato vita al “western all’italiana”, pellicole dal destino “cult” già a partire dai loro titoli?
Se lo chiede la Cineteca di Bologna, che agli spaghetti western dedicherà molta attenzione a partire dall’autunno e fino alla primavera: un ciclo di film che impegnerà i mesi di ottobre e novembre, e una mostra – da novembre a marzo, tutta con gli scatti del fotografo di scena Angelo Novi – che ritrae i momenti più belli dai set di quella grande stagione.
Se Quentin Tarantino – nella sua geniale e calibrata irriverenza – è il nome più speso per ricordare, tra il serio e il faceto, la renaissance che sta vivendo in questi anni una certa cinematografia italiana (dalla commedia sexy al western, appunto) e non solo (come dimostrano gli ultimi Kill Bill e Grindhouse), va detto che nel nostro paese quel cinema e quegli anni hanno avuto la loro rivalsa (alla Mostra del Cinema di Venezia) e il loro Pigmalione: Marco Giusti.
Non è un caso quindi che l’autore del Dizionario del western all’italiana sarà l’ospite d’apertura, martedì 9 ottobre al Cinema Lumière (ore 20), della rassegna della Cineteca di Bologna che si aprirà con I sette del Texas coproduzione italo-spagnola di Joaquín Luis Romero Marchent, nell’ottima copia presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, occasione in cui il western all’italiana ha avuto una vetrina d’onore. E assieme a Marco Giusti, per presentare I sette del Texas, uno dei protagonisti di quella pellicola e di quella stagione: Claudio Undari, alias Robert Hundar, secondo l’utile e divertente consuetudine che voleva un nome e un cognome inglese anche per chi, come Undari, è nato in provincia di Trapani.
La retrospettiva della Cineteca di Bologna (che si avvale della collaborazione di CSC – Cineteca Nazionale, Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – Telecom Progetto Italia) prende tuttavia una sua strada: sullo schermo vedremo infatti alcuni titoli tra i più “rivoltosi”, quelli che attraverso la metafora del West, dei soprusi dei potenti e delle ribellioni dei poveri, rispecchiavano l’ardore del clima politico che infiammava gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta: ecco allora il Tomas Milian diretto da Sergio Sollima in Corri uomo corri (e definito dallo stesso Sollima “un rappresentante del sottoproletariato, un tipo da terzo mondo”); Sergio Corbucci che dà voce agli Indiani in Navajo Joe; il Leone più sovversivo di Giù la testa; ancora Corbucci, che dirige Milian e Franco Nero nella rivolta messicana di Vamos a matar compañeros.
Sono questi alcuni della ventina di titoli in programma al Cinema Lumière a partire dal 9 ottobre, film che dal 22 novembre saranno accompagnati dalla mostra che sarà allestita nella sede della Cineteca di Bologna e che raccoglierà 140 scatti di Angelo Novi (cui la Cineteca ha già dedicato una personale con le fotografie dal set di Novecento di Bernardo Bertolucci), catturati sui set degli spaghetti western.
 
 
 
Da Cineteca di ottobre:
““Nel western all’italiana trovavamo ciò di cui avevamo bisogno, utopia, sogno, passione. Eravamo noi a costruire quel cinema, forse anche più dei registi. Per questo oggi, privati di quegli sguardi, molti di quei film ci sembrano vuoti quando allora non lo erano. Ciò non toglie che la malattia dello spaghetti western contagiò, allora, non solo il pubblico italiano, ma quello di tutto il mondo, come se il nostro gioco infantile fosse un gioco globale. Come se il nostro cinema fosse riuscito a far sognare a tutti lo stesso sogno. Caso che non si è più ripetuto negli anni, ma che allora miracolosamente accadde” (Marco Giusti). È passato un cinquantennio. Il western all’italiana continua a far parlare di sé, e si è meritato una folta retrospettiva all’ultimo festival di Venezia, che qui in parte riprendiamo. In questa retrospettiva mettiamo nel mirino il lato del genere più esposto al dibattito politico, ovverosia uno dei suoi aspetti più originali e fecondi, accanto ad alcuni classici da scoprire sul grande schermo e un pugno di bizzarrie”.
 
Martedì 9 ottobre, ore 20, Sala Officinema/Mastroianni
Introducono Marco Giusti e l’attore Claudio Undari
Il western all’italiana non sarebbe lo stesso senza il frequente ricorso alle coproduzioni con la Spagna, complici i vantaggi finanziari permessi dalle legislazioni di ambo le parti e le location in Almería (l’unico deserto d’Europa). Tra i registi spagnoli, Joaquín Romero Marchent è il più solido e inventivo. A lui si devono, per altro, i primi film che, alla metà degli anni Cinquanta, molto in anticipo su Leone, fanno nascere il western europeo.
 
Giovedì 11 ottobre, ore 22.15, Sala Officinema/Mastroianni
CORRI UOMO CORRI (Italia/1968) di Sergio Sollima
Sollima va considerato tra i nomi di spicco del western italiano a dispetto di un numero ridotto di film realizzati: solo tre, tutti con Milian, reinventato dopo gli esordi dell’attore in prove d’autore. Sollima lo vede come “un rappresentante del sottoproletariato, un tipo da terzo mondo”. Monnezza sarà, anni dopo, la logica conseguenza. Corri uomo corri è l’ultimo capitolo della trilogia, ed è il più apertamente politicizzato: la lotta di classe implica ai due lati dalle barricata uno che fugge e l’altro che insegue.
 
Lunedì 15 ottobre, ore 22.15, Sala Officinema/Mastroianni
NAVAJO JOE (Italia/1966) di Sergio Corbucci
È il migliore dei rarissimi western italiani che danno rilievo agli indiani e si mettono dalla loro parte. Navajo Joe vede la propria tribù azzerata dai cacciatori di scalpi e parte alla volta della tremenda vendetta. Le perplessità di Corbucci sul soggetto furono vinte dall’entusiasmo di De Laurentiis, che assicurava Brando come asso nella manica. Arrivò invece Burt Reynolds, al suo primo grande ruolo. Per superare gli incassi dei film di Leone, la strategia era raddoppiare i morti ammazzati da Eastwood.
 
Martedì 16 ottobre, ore 22.15, Sala Officinema/Mastroianni
UN FIUME DI DOLLARI (Italia/1966) di Carlo Lizzani
Il film è frutto di uno scambio tra Lizzani e De Laurentiis: uno ‘spaghetti’ in cambio di film impegnati come Il gobbo o Il processo di Verona. Lizzani (che si firma Lee W. Beaver) entra nel genere da forestiero e vi si cimenta con classe. Il tema del film è una delle fondamenta più solide del western italiano ed ha valenza universale: “La vendetta è la ragione per cui vivo, per cui respiro”.
 
Mercoledì 17 ottobre, ore 19.15, Sala Officinema/Mastroianni
GIÙ LA TESTA (Italia/1971) di Sergio Leone
Copia restaurata da CSC – Cineteca Nazionale
Leone apre il suo unico film esplicitamente politico con la celebre massima di Mao: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. Sulle esplosioni della decadente rivoluzione messicana (e a quelle della sedicente rivoluzione sessantottina) innesta le ferite dell’ultima guerra: “I cadaveri nella grotta, le fucilazioni nelle fosse, la fuga del governatore in treno, corrispondono per me a degli episodi precisi di lotta contro il fascismo, soprattutto le Fosse Ardeatine e la fuga di Mussolini”.
 
Venerdì 19 ottobre, ore 20, Sala Officinema/Mastroianni
BLINDMAN (Italia/1971) di Ferdinando Baldi
All’inizio degli anni Settanta il western all’italiana ha già preso la china discendente: l’apparizione di Trinità è il sintomo di un’imminente pietra tombale. Il genere cerca ossigeno nell’ironia, nel sesso e nel bizzarro. Di questa eccentrica categoria, Blindman è uno dei frutti migliori. Realizzato con capitali in gran parte americani e per il desiderio di infilarci dentro Ringo Starr, bandito braccato da un pistolero cieco.
 
Martedì 23 ottobre, ore 20.30, Sala Officinema/Mastroianni
VAMOS A MATAR COMPAÑEROS (Italia-RFT-Spagna/1970) di Sergio Corbucci
“I western extraparlamentari di Corbucci accompagnarono il nostro movimento con un certo entusiasmo e molte curiosità: del ’70 è Vamos a matar, compañeros con Tomas Milian e Franco Nero immersi nella rivoluzione messicana, con tutto il bagaglio di saggezza antica di un cinematografaro romano che la sa lunga, ha visto tutto e addita ai più fresconi la lezione del disincanto” (Roberto Silvestri). Cast di prim’ordine: Milian con basco da Che e lo ‘svedese’ Nero fanno coppia contro Jack Palance, yankee nemico del pueblo.
 
Mercoledì 31 ottobre, ore 20.30, Sala Officinema/Mastroianni
LE COLT CANTARONO A LUNGO E FU: TEMPO DI MASSACRO (Italia/1966) di Lucio Fulci
Fulci dirige il suo primo western, Fernando Di Leo scrive la sceneggiatura. Ne esce uno degli spaghetti western più coscientemente sanguinari, tanto che la censura lo tagliuzza senza fare complimenti (noi presentiamo la seconda edizione). Fulci arriva a parlare di film artaudiano e di vortici psicanalitici, tra incesti e fratelli che uccidono i fratelli. Le star della mattanza sono Franco Nero, Nino Castelnuovo e George Hilton.
 
 
 
 
Info ufficio stampa:
Andrea Ravagnan
Tel. 051 2194833
www.cinetecadibologna.it
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