La febbre dell’oro, di Charlie Chaplin
Un film in strardinario equilibrio tra comicità, poesia e dramma che rivela la profonda libertà espressiva del suo autore. Da oggi al cinema in occasione del 100° anniversario dall’uscita
Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: “Sono diventato ricco recitando la parte del povero”. La dichiarazione calza perfettamente a proposito di La febbre dell’oro. Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot. Il mondo è capovolto, la casa è in bilico sul burrone, ma la natura che il capitalismo trasforma in denaro rende la dichiarazione di Chaplin meno contraddittoria e più aderente al senso del suo cinema.
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La febbre dell’oro, esce oggi nelle sale italiane in occasione del 100°annversario dall’uscita, nella versione restaurata della Cineteca di Bologna.
La storia è quella del povero cercatore d’oro che, affascinato dalla corsa alla ricchezza, parte per il mitico Klondike dove troverà la cattiveria di Black Larsen e stringerà uno strano e diseguale sodalizio con Big Jim, ritrovandosi affamato, ma ricco d’amore da offrire. L’idea è nata grazie ad una serie di fotografie di cercatori d’oro che Chaplin ebbe l’occasione di vedere a casa di amici. Il suo film precedente La donna di Parigi, aveva stentato quanto ad incassi e pertanto c’era la necessità di rimediare al parziale insuccesso.
Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film. Si tratta di caratteristiche costanti nella filmografia chapliniana che troveranno maggiori e più evidenti conferme nei suoi film successivi. In queste considerazioni va misurata anche la sua idea artistica che si fondava su un modello produttivo il più possibile distante dalle grandi produzioni. Chaplin era un altro one man band, un artista profondamente libero, la sua estrazione assai modesta resta un segno essenziale dentro la maschera di Charlot, dignitosissimo povero mai in vendita e sempre orgoglioso della sua povertà. Il disincanto e l’immaginazione costruiscono il resto di questo personaggio malinconicamente allegro e poeticamente solidale. Un uomo ideale, un personaggio da favola che ha abitato una realtà sempre ostile.
Ma del resto La febbre dell’oro resta quella splendida invenzione di un artista che non smette mai di essere moderno, che non smette mai di incantare, con la sua malinconia sempre speranzosa. L’immaginazione di Chaplin, d’altronde ci accompagna e nella nostra memoria non possono cancellarsi le immagini costruite per questo film: la cena con la scarpa, la sequenza della casa penzolante sull’orlo del burrone o l’indimenticabile sequenza della danza con i panini.
Come diceva René Clair: Prima di tutto c’è il cinema. Poi c’è Chaplin.
Titolo originale: The Gold Rush
Regia: Charlie Chaplin
Interpreti: Charlie Chaplin, Georgia Hale, Mack Swain, Tom Murray, Malcom Waite, Henry Bergman
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 95’
Origine: USA, 1925




















