La felicità? A un miglio di luna di distanza…. – "Moonlight Mile", di Brad Silberling

Sembra incredibile come, a volte, la morte possa essere uno straordinario contenitore/ispiratore di (una migliore) vita. Vediamo tutti i giorni film con protagonisti che sembrano vivi ma in realtà sono morti dentro, incapaci come i loro autori di suscitare la benché minima emozione-mutazione nei nostri corpi inariditi e martoriati dal quotidiano inferno. Film di autori essi si davvero "morti", che stanno lì a raccontarci storie di morti, e noi lì a rispecchiarci in questo incubo assurdo che è diventato ormai il cinema. Morti dentro che guardano sullo schermo altri zombi: questo è diventato oggi il cinema, per la maggior parte delle "opere" che ci arrivano e ci tolgono, invece di darci, quei pochi pezzetti di vita che ancora ci sono rimasti dentro. Poi arriva un cineasta, "il migliore del mondo", che della morte ha fatto la sua "ragione di vita", e ci porta via con lui lungo dei sentieri che quando mai ci siamo immaginati di percorrere se non nei sogni? E infatti, il cinema, quello vero, quello che ci spacca dentro che ci sconvolge i cuori e ci fa ridere piangere urlare che ci fa venire voglia di abbracciare chi ci sta al fianco in quel momento, non è forse fatto "della materia di cui sono fatti i sogni"?

Eccolo Brad Silberling, l'uomo che ci racconta dei fantasmi. Perché il suo è un cinema di morti che sono più vivi dei tanti vivi-morti che ci sono in circolazione. Se qualcuno ha visto almeno una volta quel piccolo gioiellino per l'infanzia (ovvero per tutti noi che non vogliamo mai crescere) che era Casper, sa di cosa stiamo parlando. Questi fantasmi… così vivi, cosi vitali, così assolutamente fatti di… vita. Quattro anni fa, forse cinque, ci eravamo scongelati il cuore assistendo al remake assoluto che Silberling aveva fatto de Il cielo sopra Berlino di Wenders. City of Angels parlava di un angelo, altro fantasma che scendeva in terra e, alla fine, decideva di diventare uomo e morire, neanche fosse il figlio di dio… pur di provare almeno una volta quelle condizioni fondamentali che fanno di noi degli esseri umani.

Oggi, 2003, Silberling ha perso ogni pudore, oppure lo ha riposto in soffitta, da dove con il coraggio del cuore ha ritirato fuori le canzoni nascoste di un'epoca, le voci dall'altro mondo indispensabili per accompagnarci in questo viaggio in paradiso che è Moonlight Mile. Di che tratta? Di una storia d'amore con la presenza di due fantasmi, direbbe Silberling. Ovvero di quella che è la differenza tra ciò che siamo e  ciò che qualcosa di incontrollabile ci spinge ad essere. Quel che vorremmo e quel che dobbiamo essere.  "Vivo solo per essere disteso accanto a te, ma sono a circa un miglio di luna di distanza", recita Moonlight Mile, splendida ultima canzone dell'album, Sticky Fingers dei Rolling Stones, che dà il titolo e il cuore al film.  Di cosa parla questo film, allora? "della distanza tra dove sei e dove vorrebbe essere il tuo cuore", direbbe Brad. Ovvero della responsabilità, o dell'ipocrisia del vivere. Insomma dell'esplorazione dell'altro lato della vita, quella necessaria che ci fa amare i "b-side" di alcuni dischi, e i film "minori" magnifici e fatti di carne sangue e dolore come noi, proprio come Moonlight Mile.

 

Un uomo entra in un bar, in un impeto di gelosia spara sulla donna amata e, per errore uccide anche una giovane ragazza al suo fianco, Diana. E' il non visto da cui parte Moonlight Mile. Un cimitero, un funerale. Le porte delle auto incolonnate che si chiudono quasi in sincrono, l'autista che gira la chiave per mettere in moto e…. parte improvvisamente  "I wanna take you Higher" un rock blues di Sly & the Family Stones. Niente di più "fuori luogo". L'autista spegne l'autoradio e, dietro di lui, il ragazzo promesso sposo di Diana, Joe (Jake Gyllenhaal), non riesce a trattenere le risa. Si può ridere al funerale della ragazza che stavi per sposare? Nel silenzio imbarazzato la fila d'auto parte ma la mamma di Diana, JoJo (Susan Sarandon), l'unica che  sin dall'inizio non sa proprio reggere l'ipocrisia della santificazione e dell'imbarazzo, riaccende la musica a tutto volume. Joe è li, con Ben (Dustin Hofmann) e JoJo, e proprio non sa, non riesce ad andarsene via. Si sente parte di quel piccolo mondo, i suoi futuri mancati suoceri, si sente come responsabile del loro dolore. E ha un segreto dentro di se… E non può, proprio non può dormire in pace, con il fantasma di Diana che gli appare in continuazione in sogno, e sembra quasi volergli dire qualcosa, come per liberarlo di un peso insostenibile. Ma Ben e JoJo lo hanno preso con sé, è il loro nuovo figlio, che non può certo sostituire il dolore della perdita della loro Diana, e anzi la sua presenza non fa altro che ricordagliela in ogni momento, tra un imbarazzo e una gaffe e l'altra degli amici e vicini che cercano di darsi un tono di fronte all'assurdità di quella morte così giovane. Ma, come dicevamo, questo è un film con due fantasmi (e forse tre, quattro cinque, ecc…) L'altro fantasma è Cal, giovane proprietario di un bar che è andato a combattere in Vietnam (già, siamo nel 1973, se le canzoni dei Rolling Stones, Van Morrison, Dylan ecc… non ve l'avessero già fatto vivere, piuttosto che capire), e da lì non è più tornato, neppure in una bara avvolta nella bandiera americana, carica di medaglie e lustrini. E' rimasto lì, per sempre, straniero in terra straniera andato a combattere una guerra che non gli apparteneva, come non appartengono mai a nessuno le guerre, tutte le guerre. E Bertie (Ellen Pompeo), la sua compagna, è ancora lì, a gestire quel bar; e da 4-5 anni lo aspetta ancora. E negli  occhi ha solo la paura e il dolore, e dentro il silenzio che l'ha presa con sé.

E' naturale che questi due fantasmi, vitali e umani come non mai , presenze assenze dallo schermo eppure magnificamente centrali a guidare la storia, a dirigerne il senso, le traiettorie, a spingerle oltre i confini dell'accettabile, siano il tramite dei due "piccoli esseri" che – abbandonati – hanno deciso di instaurare un monumento virtuale alla persona scomparsa, monumento che va sotto il nome di "sarò quello che gli altri vogliano che io sia". Ecco perché Joe diventa il ragazzo per bene che rimane con i mancati suoceri e finisce per far parte di questa famiglia spezzata e bloccata, con la scrittrice JoJo chiusa in un dolore cinismo che le impedisce qualsiasi forma di comunicazione che non sia sarcastica e amara, e il buon diavolo di Ben, che cerca nel lavoro di agente immobiliare quello stacco da un dolore troppo forte per lui, che si scontra ogni giorno con quella vetrina fracassata che nessuno sembra voler più riaggiustare. Ed ecco perché Bertie vive anch'essa nel lavoro, di giorno all'ufficio  postale e di notte al bar di cal, come ad affogare la vita in un'attesa perenne, vedova sconsolata e inconsolabile, che tutti stimano e guardano con compassione. Ma queste due solitudini, perché la "commedia dentro la tragedia" è una dinamica naturale", si incontrano per un caso buffo e curioso. Joe, su incarico di Ben, deve recuperare prima che giungano a destinazione, le 75 lettere di partecipazione alle nozze spedite poco prima della morte di Diana. "Sarebbe troppo imbarazzante", dice Ben. E queste lettere formali che sanciscono l'ufficialità di un amore, divengono il tramite con il quale in una curiosa ricerca dentro le enormi ceste dove si raccoglie tutta la posta, Joe e Bertie vengono in contatto e, per un attimo, incrociano i loro rispettivi silenzi e balbettii del cuore. Qui nasce un altra direzione, un sentiero tortuoso, che si intreccia con quello del processo all'assassino di Diana.

Ma Moonlight Mile non è In the Bedroom, e non cerca di far esplodere il dolore in un ulteriore gesto di follia finto-liberatoria. No, perché Casper-Silberling guarda la vita con gli occhi disperati di chi non cerca soluzioni facili e risposte adatte a tutte le circostanze. A volte risposte non ce ne sono. E lo sguardo dolcissimo con cui Joe, in tribunale, osserva la donna dell'assassino di Diana, da poco uscita dal coma, che a sua volta lancia un'occhiata d'amore al suo uomo folle omicida è qualcosa che ci lascia sbigottiti. C'è amore, forse, e vita, persino in un gesto folle odioso e impossibile come quello di un uomo che ci porta via la nostra donna. Ma tutto Moonlight Mile è fatto di piccoli frammenti, teneri punti di vista con cui riguardare la realtà fuori dalle logiche della "responsabilità" che il teatro della vita troppo spesso impone. E' questa responsabilità che fa accettare a Joe di stare con JoJo e Ben, di diventare socio di Ben, e di intraprendere una carriera di agente immobiliare a lui del tutto estranea. Perché Joe ha un segreto dentro che solo di fronte all'avvocato Mona (Holly Hunter), in un'aula di tribunale, saprà e dovrà far esplodere in tutta la sua sincerità. E lì avverrà un rovesciamento fondamentale. Nel momento in cui Joe confesserà la "fine di un amore" proprio allora trasformerà quel dolore in linfa vitale nuova. Perché le persone sono fatte di tante cose, belle e brutte, sono simpatiche dolci ma anche insopportabili e noiose, e perché a volte i difetti di ognuno di noi ci rappresentano umanamente meglio di ogni finta celebrazione.

Moonlight Mile è il più bel film di questo gelido 2003, scritto e diretto da uno dei più grandi e sottovalutati cineasti viventi. Raccontare il dolore, come fosse un sapore, attraverso il cinema, con la macchina da presa innamorata dei suoi personaggi, che gli sta vicino, quasi li accarezza e se li porta con se, ma anche con l'ironia e il distacco che sempre ci vuole, per non prendersi mai troppo sul serio, perché "quella che dovrebbe essere una situazione cupa finisce per essere sorprendentemente divertente".  E la musica che non sta messa lì ad evocare l'epoca con i TOP del 1973, ma al contrario cerca di raccontare i pensieri più intimi del protagonista, come fossero una "nuova esperienza", appunto per parlare dell'altro lato della vita e delle emozioni. E noi siamo qui a goderci questo lato oscuro che ogni tanto, rarissimamente, qualche fantasma delizioso riesce ad illuminarci e a farci vedere.

 

 

Titolo originale: Moonlight Mile
Regia: Brad Silberling
Sceneggiatura: Brad Silberling Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Lisa Zeno Churgin
Musica: Mark Isham
Scenografia: Missy Stewart
Costumi: Mary Zophers
Interpreti: Jake Gyllenhall (Joe Nast), Dustin Hoffman (Ben Floss), Susan Sarandon (JoJo Floss), Holly Hunter (Mona Camp), Ellen Pompeo (Bertie Knox), Richard T. Jones (Ty), Allan Corduner (Stan Michaels), Dabney Coleman (Mike Mulcahey)
Produzione: Brad Silberling e Mark Johnson's per Reveal Entertainemnt Distribuzione: Eagle
Durata: 120'
Origine: Usa, 2002

 

 

 

 

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