La foresta dei sogni, di Gus Van Sant

Arthur Brennan profana piu’ d’un cadavere nel corso della sua avventura tra le rocce ed i sentieri della foresta dei suicidi, ai piedi del Monte Fuji, fittissimo “mare di alberi” scelto ogni anno da centinaia di persone di tutto il mondo come sfondo silenzioso e complice del loro atto definitivo.
“Un purgatorio”, come lo definisce il disperato Takumi Nakamura (Ken Watanabe), un uomo che Arthur incontra nella foresta e insieme a cui cerchera’ di trovare una via d’uscita dal labirinto inestricabile di vegetazione e corpi lasciati marcire al sole.

Ecco, i cadaveri, sono una delle due cose che Arthur nota non appena si inoltra tra i rami e le chiome: la foresta ne e’ piena, morti che riposano tra le foglie o ancora pendenti dai tronchi. Nel paradosso che anima tutto il film, per sopravvivere al luogo impervio che avevano scelto per morire, i due uomini non esiteranno ad appropriarsi di abiti di defunti incontrati lungo il cammino, tende erette a minima sepoltura di una coppia di scheletri, e cosi’ via.
E’ una spoliazione che ha qualcosa di profondamente rituale, e passa in realta’ sottotraccia in confronto al misticismo un po’ raffazzonato e a buon mercato dello script di Christopher Sparling (campione del survival horror, Buried, ATM…): eppure e’ qui che si nasconde il segno piu’ prepotentemente vansantiano dell’opera, al di la’ di una nuova traiettoria dello smarrimento in luogo esistenziale che e’ forse un richiamo un po’ troppo esposto alle coordinate della sua poetica.

????????????????E invece, questo riutilizzo dei resti, delle umane spoglie, questa rimessa in circolo di materiali e segni aggancia The Sea of Trees in una zona inedita a meta’ tra la narcolessia di Belli e dannati (un altro own private Idaho…) e le storie di fantasmi giapponesi del recente Restless.
Quello che un convinto suicida ha voluto lasciare di se’ su questa terra, e quello che portera’ con se’: Gus Van Sant capovolge in questo modo con una vertigine autoriale gli stereotipi del film di espiazione cristologica mediante immersione nella natura di ultima generazione (Sean Penn, Jean-Marc Vallée) riscrivendo tutto come esperienza di near death infradimensionale e astratta, con la foresta che trascende la propria natura di luogo di passaggio per trasformarsi in una sorta di divinita’ superiore che contiene e rinnova tutta l’esistenza del protagonista, sanza tempo tinta, presente gia’ all’origine, e perenne.

Il secondo elemento che si staglia istantaneamente davanti agli occhi del personaggio di Matthew McConaughey al suo arrivo al cospetto del mare di alberi sono infatti i celebri cartelli che invitano a ripensare la propria decisione irrevocabile, a riflettere sul valore della vita, e cosi’ via.
E’, di fatto, quello che fara’ Arthur con una serie di memorie in flashback sulla sua storia d’amore tragica con la moglie Naomi Watts, ed e’ cosi’ che la foresta finisce per replicare il percorso tortuoso della vita dell’uomo, le brutte cadute, gli errori, le ferite, i salvataggi in extremis: Van Sant trasforma il simbolo della selva oscura in un’impalcatura di scrittura a vista come i cartelli all’imbocco del sentiero, continuo svelamento dei processi di una sceneggiatura che appare canonica, “industriale”, gioco di scoperchiamento sull’intero traballante armamentario di rimandi con cui si trova a lavorare, che non nasconde ma evidenzia senza vergogna (Hansel e Gretel, le trasmissioni di sopravvivenza estrema sui canali satellitari…).

Riesce a trasformare tutto in cinema? Non sempre il gioco delle distanze funziona (quante panoramiche aeree e “ventose” sulle chiome fluttuanti?), alcune grossolanita’ nei frammenti al passato sono decisamente difficili da evitare (la sequenza in ambulanza…): ma Van Sant va loro incontro come se facesse tutto parte dello stesso gioco di scovare i cadaveri tra le erbacce, alla ricerca del cartello con la freccia d’uscita (Noi siamo le colonne?).
Per forza di cose, il fulcro diventa allora il linguaggio universale e sempre traducibile dello straniamento per mezzo del cinema, che unisce l’alto con il basso, il terreno con lo spirituale, proprio come accade in purgatorio.
Una scala verso il paradiso, ascensionale come lo struggente finale di liberazione di Last Days.

Titolo originale: The Sea of Trees

Regia: Gus Van Sant

Interpreti: Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe, Jordan Gavaris, Katie Aselton

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 110′

Origine: Usa 2015