La gabbia dorata, di Diego Quemada-Diez

la gabbia dorata

Primo lungometraggio dello spagnolo Diego Quemada-Diez, La gabbia dorata descrive la realtà sociale dell'America Latina mescolando elementi di fiction e uno stile da documentario. Evidente anche l’omaggio al neorealismo, nel desiderio di autenticità dei personaggi che crea nello spettatore un coinvolgimento emotivo

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“Si imparano molte cose lungo il cammino. Qui siamo tutti fratelli, abbiamo tutti le stesse esigenze. L’importante è che impariamo a condividere. Solo così potremo andare avanti, solo così potremo raggiungere la nostra destinazione, solo un popolo unito può sopravvivere. In quanto esseri umani, non siamo clandestini in nessun luogo del mondo”.

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Juan, Samuel e Sara sono tre adolescenti del Guatemala accomunati dalla speranza di lasciare il loro paese per raggiungere gli Stati Uniti, e vivere l’utopistico sogno americano. Le difficoltà del viaggio e i controlli della polizia scoraggiano Samuel, che decide di tornare a casa. Ai due ragazzi se ne aggiunge un altro, Chauk, un indio che non parla spagnolo e comunica con gli occhi e il cuore. Insieme dovranno attraversare il Messico, ammassati su treni merci o a piedi per non essere catturati, in un cammino drammatico dal futuro incerto.
La gabbia dorata è il primo lungometraggio dello spagnolo Diego Quemada-Diez, un regista forse sconosciuto ai più, che tuttavia vanta una serie di collaborazioni con autori quali Tony Scott, Oliver Stone, Spike Lee, Cesar Charlone. E tra gli altri spunta anche il nome di Ken Loach. La sua influenza è evidente soprattutto in un modo di rappresentare la società contemporanea che mescola elementi di fiction e uno stile da documentario: attori non professionisti, riprese in sequenza, pochi movimenti di macchina, la scelta di luoghi reali. Ed è esplicito l’omaggio al neorealismo, nel desiderio di autenticità dei personaggi che crea nello spettatore un coinvolgimento emotivo. Ci identifichiamo nella storia di questi giovani migranti, partecipiamo del loro dolore e della loro felicità, perché il film riesce a trasmettere il valore della fratellanza. La frontiera che i tre devono oltrepassare non è soltanto un luogo fisico che li separa dalla libertà, ma un simbolo forte di demarcazione tra razze, nazionalità e credenze religiose.

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La gabbia dorata si rivela allora un’illusione, una terra promessa di cui abbiamo sentito parlare, un’idea che nei fatti è semplice menzogna. I personaggi di Juan e Chauk incarnano lo stesso dualismo: al primo potremmo affiancare il treno, metafora del progresso e di una società materialista; al secondo l’immagine della neve, che ricorre spesso a indicare una purezza istintiva e impossibile da imprigionare. La sincerità del film è dunque rinchiusa nella sua crudeltà, nel rifiuto di piegarsi ai meccanismi dell’industria cinematografica che imporrebbe un lieto fine, seppur amaro. Qui siamo invece in una zona di confine, sospesi tra incredulità e presa di coscienza.

Titolo originale: La jaula de oro
Interpreti: Rodolfo Dominguez, Brandon López, Ramón Medína, Carlos Chajon, Karen Martínez
Origine: Messico, 2013

Distribuzione: Parthenos distribuzione
Durata: 102’
 

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