La gatta sul tetto che scotta, di Richard Brooks

Adatta la pièce di Tennessee Williams neutralizzandone il sostrato ideologico, per ragionare sull’immagine delle sue star-icone e sul loro posizionamento nella memoria collettiva.

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Nell’istante in cui Brick (Paul Newman) si interroga su “come un uomo che annega possa salvare un uomo che sta annegando?” egli non solo manifesta la fragilità della propria condizione emotiva, ma riassume apertamente la matrice traumatica alla base del suo conflitto. Ha perso per suicidio il migliore amico e collega Skipper – che oltre ad essere un compagno di football, è per lui fonte unica di sicurezza, nonché oggetto di un desiderio più profondo – e non sa più come relazionarsi con i membri della sua famiglia, ridotti al mero stato di alterità. La materializzazione di una condizione alienante che in La gatta sul tetto che scotta – adattamento dell’omonima pièce teatrale di Tennessee Williams – parte dalla fragilità emotiva del protagonista, per estendersi al racconto di un nucleo famigliare in crisi, di cui la controparte femminile (la moglie Maggie, interpretata da Elizabeth Taylor) è riflesso, specchio e veicolo di un processo di decostruzione (apparente) della mascolinità americana in epoca eisenhoweriana.

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Sin dall’incipit La gatta sul tetto che scotta rende manifeste le regole diegetiche alla base del proprio racconto. Se le prime inquadrature ci mostrano (in esterni) l’irragionevole tentativo del protagonista di saltare gli ostacoli con la gamba ingessata, dalla seconda sequenza non si esce più dai soffocanti ambienti (interni), in un processo di significazione fortemente centripeto da cui il conflitto di Brick non può prescindere in vista della sua risoluzione. Confinando il protagonista in un luogo chiuso, Richard Brooks presenta le mura casalinghe non solo come strumenti materici di costrizione – vediamo l’uomo muoversi nervosamente dal letto al balcone, con gli angoli della stanza a nascondere le rimanenze dell’alcol – ma come spazio di materializzazione della condizione di fragilità del personaggio. E tra litigi furiosi e sguardi persi nel vuoto, il dramma che si consuma al suo interno rende l’abitazione al stesso tempo una prigione (per Brick) e una gabbia (per Maggie), dalle cui maglie restrittive dovrà necessariamente emergere il superamento delle cause traumatiche. E in continuità con l’andamento narrativo del melodramma – pensiamo ai sirkiani Magnifica ossessione e Come le foglie al vento, ma anche alla struttura di Le lacrime amare di Petra Von Kant – è solo attraverso il confronto (verbale, fisico, esistenziale) che i personaggi giungono ad una comprensione reciproca dei sentimenti, disvelando l’entità reale delle proprie sofferenze. Strutturando la narrazione attorno a tre macro-conversazioni – alla prima tra Brick e Maggie, seguono le due tra il protagonista e “Big Daddy” – La gatta sul tetto che scotta si serve delle divergenze di soggettività, di visioni e orientamenti sessuali che emergono dai contrasti dialogici, non solo in funzione propriamente drammatica, ma come strumenti primari attraverso cui indagare la fonte originaria del conflitto.

Se nel primo confronto dialogico tra marito e moglie, è lo spettro dell’omosessualità di Brick ad assumere il ruolo di evento traumatico, conducendo il protagonista verso una crisi identitaria – e alla messa in questione della propria mascolinità, sempre più oggetto di contaminazione con un’effeminazione inconscia – i successivi confronti con il padre ne sanciscono l’immediata negazione. Associando la genesi del trauma ad una derivazione originaria più benevola e conciliante – dallo stigma omoerotico si passa all’assenza di amore paterno in fase infantile – La gatta sul tetto che scotta si adegua apertamente ai canoni censori del cinema classico, per negare l’apparente omosessualità dell’uomo nella costituzione della coppia normativa, cornice unica (e appagante) in cui materializzare il pensiero dominante dell’America anni ’50. E per quanto la matrice queer della pièce teatrale venga qui deconflittualizzata, il film di Brooks (saggiamente) ne declina gli effetti in funzione divistica, ragionando sistematicamente sull’immagine delle sue star, nonché sui processi alla base del loro posizionamento nella memoria collettiva. Tutto in virtù di una referenza emotiva, che a partire da una neutralizzazione ideologica, dialoga ossessivamente con quei codici melodrammatici su cui l’industria hollywoodiana ha costruito le fondamenta della propria intramontabile classicità.

Titolo originale: Cat on a Hot Tin Roof
Regia: Richard Brooks
Interpreti: Paul Newman, Elizabeth Taylor, Burl Ives, Judith Anderson, Jack Carson, Madeleine Sherwood, Vaughn Taylor, Larry Gates
Durata: 108′
Origine: USA, 1958

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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