"La giuria", di Gary Fleder

Quando in Don't say a word Micheal Douglas scopre di avere la casa continuamente monitorata da mabusiani occhi invisibili, il cinema di Gary Fleder è miracolosamente diventato bambino, libero di giocare con la scena, di smontare e rimontare il set a piacimento (quello che gli era riuscito a fasi intermittenti in Cosa fare a Denver quando sei morto), di inventarsi di volta in volta movente e alibi, fughe e depistamenti. Un gioco nel gioco allora in cui il cinema si perde, contaminando identità e scivolando su di esse leggero e distratto. La giuria allora (in origine c'è un gran bel testo di John Grisham, uno dei suoi più complessi e articolati) nasce proprio da questo incalzante movimento ludico che ama in modo incondizionato la classicità, unendola ad un gusto molto spiccato nel costruire la scena come alambicco etereo e pregnante di interni sempre sul punto di esplodere. Il controllo scopico del film precedente torna allora come segno di uno sguardo invisibile che cesella corpi e seziona traiettorie. Tutto racchiuso dunque nei doppi/tripli movimenti di un grandissimo Gene Hackman che centra il punto nevralgico della pratica registica di Fleder: il suo personaggio spia la vita dei membri della giuria (selezionati per il processo intentato da una vedova contro un consorzio d'affari, responsabile ai suoi occhi dell'uccisione del marito), ne estrapola tratti per desumerne connotati e così via, attraverso un rispecchiamento costante di soggetto e oggetto, di occhio e di monitor, sino a giungere ad un progressivo sovraffollamento della scena. Fleder costruisce con poco un giocattolo assemblato con pezzi che risalgono alla stagione d'oro del cinema americano dei Settanta (per quel che riguarda Hackman una lunga e ironica occhiata a La conversazione di Coppola, in cui l'attore invece veniva osservato e seguito da un occhio instancabile) e più di uno sguardo anche a La parola ai giurati di Lumet sorvolando su spazi metropolitani e interni giudiziari con la tensione libera e divertita di uno sguardo che ama soffermarsi sui corpi in scena (quello del formidabile Hoffman, ma anche quello sempre ambiguo di John Cusack), incrociando pulsazioni aritmiche e nevrosi capillari. In questo modo il cinema non si presta più ad uniformarsi all'universo di Grisham, ma è questo ad essere reinventato e rivissuto all'interno delle tazze di caffè prese prima della seduta in tribunale, negli interstizi scivolosi e seduttivi di un mezzo pubblico cittadino (la sequenza dell'approccio tra Hackman e la Weisz sul tram) lungo le spirali dialettiche dei corridoi della giustizia, e ancora in una messinscena articolata come oscuro acquario di corpi intrappolati nelle nicchie lacunose della materia.


Titolo originale: Runaway Jury


Regia: Gary Fleder


Soggetto: John Grisham, tratto dal romanzo omonimo di Grishma, "Runaway Jury"


Sceneggiatura: Matthew Chatman, Rick Cleveland, Brian Koppelman, David Levien


Fotografia: Robert Elswit


Montaggio: William Steinkamp


Musiche: Christopher Young


Scenografia: Nelson Coates


Costumi: Abigail Murray


Interpreti: John Cusak (Nicholas Easter/Jeff Kerr), Gene Hackman (Rankin Fitch), Dustin Hoffman (Wendell Rohr), Rachel Weisz (Marlee/Claire/Gabrielle), Jennifer Beals (Vanessa Lembeck), Jeremy Piven (Lawrence Green), Cliff Curtis (Frank Herrera), Bruce McGill (Giudice Harkin)


Produzione: Mojo Films, New Regency Pictures


Distribuzione: 20th Century Fox                                              


Durata: 127'


Origine: Usa, 2003