La Grande Bellezza – Versione integrale, di Paolo Sorrentino

Torna in sala il film Premio Oscar in una versione allungata di 30 minuti, da oggi fino a mercoledì 29.


Pronti tutti allora ancora a sorvolare, come pare suggerire Sorrentino Paolo (gabbiani al seguito) sia a Bigazzi Luca che allo spettatore: volare sopra un apparato di suggestioni letterarie/filosofiche di sconcertante vacuità (“indossata” nella maniera migliore dall’impagabile Luca Marinelli nel suo breve ruolo di giovane intellettuale tormentato) che dovrebbe sostenere, attraverso le pensose riflessioni di pigro esistenzialismo da varietà del protagonista Jep Gambardella, una complicata giostra formale di sorrentinismo potenziato e mostrato nella sua essenza più pura.
E dunque, appurato che il livello dell’allegoria sulla caduta di Roma e relativo teatro degli orrori rivisto oggi non assume nemmeno il valore della preveggenza, guardiamo ancora una volta alla superficie, e a questo discorso estetico che chiaramente per Sorrentino racconta in sé il nocciolo della questione (la traiettoria della palla del cannone del Gianicolo sparata e seguita in aria nell’incipit, poi probabilmente affondata nel Tevere dei titoli di coda).

Ecco, l’intera concezione della messinscena de La grande bellezza racconta in maniera lampante di una mancata presa di posizione (intendendo già la posizione perennemente e ostinatamente cangiante e ondivaga della mdp), e di una abissale trasparenza, vera e propria invisibilità, dei personaggi (diverse volte l’obiettivo di Bigazzi e lo sguardo di Servillo sembrano mancarsi, non incrociarsi, distogliersi a vicenda, eppure è chiaro che l’attore stia parlando/guardando in macchina: questo forse, spiega tutto, e lo lascio tra parentesi). Più che apparire, le visioni del film scompaiono: se di fellinismo si deve parlare, che se ne parli allora al contrario (Luciano Salce è forse il nome, o siamo davvero troppo poco autoriali così?).
Il dramma più tremendo de La grande bellezza rimane oggi davvero la sua latente mancanza di ambizione, nascosta dalla carta da parati d’oro intarsiata e barocca: un film piccolo piccolo (quasi quanto C’era un cinese in coma del complice fuggitivo Carlo Verdone, sempre più profetico e lucidissimo testo centrale da recuperare per decifrare il cinema italiano del nuovo millennio…) gonfiato fino all’esasperazione come le polifonie vocali della colonna sonora, un’autodistrazione più che un’autodistruzione.
Insieme ai racconti di Matteo Garrone questo La grande bellezza è giusto la stampa ornamentale di quella che fu salutata come una rinascita della tradizione “impegnata” del cinema italiano, travisatasi da sé in un conclave di claustrofobica, ostinata commedia all’italiana destrutturata ed essiccata: nell’attesa delle rivelazioni del giovane Papa
Fine dei giochi (e inizio del romanzo): tutto questo cinema si riduce, suo e nostro malgrado, a conti fatti ad un’ennesima, maledetta, commedia all’italiana.