La grazia. Incontro a Roma con Paolo Sorrentino e il cast
Il regista, insieme agli attori Toni Servillo, Anna Ferzetti e Milvia Marigliano, si è confrontato con la critica su temi quali la rappresentazione filmica della politica e la responsabilità morale
A diversi mesi di distanza dall’anteprima veneziana di La grazia, una Roma grigia e nuvolosa ha accolto Paolo Sorrentino e il cast del suo nuovo film (nello specifico: Toni Servillo, Anna Ferzetti e Milvia Marigliano) per un incontro con la critica incentrato sulle tematiche sollevate dall’opera, in cui un immaginario Presidente della Repubblica (di nome Mariano De Santis) si trova a riflettere sull’annosa questione della concessione della grazia a due detenuti, oltre che sull’approvazione di una legge sull’eutanasia.
Oggetto d’interesse delle prime domande sono stati i dialoghi tra i personaggi, da sempre caratterizzati – nella filmografia dell’autore – da uno spiccato senso dell’ironia e da un’arguzia intellettuale non indifferente.
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A proposito di ciò, ha detto Sorrentino, incalzato dalla domanda postagli dal moderatore dell’incontro, Steve Della Casa: “Scrivo i dialoghi nello stesso modo di quando ho cominciato e non so, onestamente, cosa ci sia stato di nuovo. Io sono sempre stato, anche all’università, un grande appassionato di diritto, quindi è qualcosa che mi è venuto abbastanza facile da scrivere, soprattutto considerando le numerose scene in cui Toni e Anna si confrontano sulla materia giuridica. Per il resto, penso che sia comunque una domanda difficile a cui rispondere, perché è un po’ come suonare a orecchio: o lo si sa fare, oppure non lo si sa fare.”
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Passando agli attori, la parola è passata ad Anna Ferzetti (Dorotea De Santis nel film), la quale si è trovata a rispondere sulla complessità del ruolo da lei interpretato, consistente in un dualismo tra la figura della figlia del Presidente della Repubblica, da un lato, e quella della ribelle giuridica, dall’altro. Dice Ferzetti: “Il processo è venuto in modo molto spontaneo, nel senso che è stata più semplice per me la parte più complessa, perché mi rappresenta forse anche come donna. Devo dire che questo suo cambiamento – grazie anche e soprattutto al padre, riguardo al fatto di scoprire di sentirsi ʻrotta dentroʼ – è stata la parte più difficile da affrontare come attrice, perché ti porta anche a vedere delle cose personali e a renderti conto di un insieme di aspetti. Per come lavoro io, poi, attingo molto a cose mie, vissute: ne ho bisogno e ne sento la necessità. È un qualcosa che in questo personaggio sentivo fortemente. A proposito dei dialoghi, che sono estremamente chiari, c’è una grande capacità di Paolo nel saper scrivere le didascalie, che lasciano fare a noi attori e alla scena quello che avviene. Io tendo di solito a non leggerle perché in qualche modo tendono sempre a volere un certo ʻrisultatoʼ; invece, questa volta, ho avuto il piacere di leggerle, perché lasciavano aperto qualcosa che poi sarebbe arrivato con il lavoro tra attori.”
Si è poi parlato del tema della rappresentazione della politica nel cinema di Sorrentino. In una domanda si è messo in relazione lo sguardo dell’autore in questa sua opera più recente con quello già osservato in film come Il divo e Loro, suggerendo anche l’ipotesi di un cambiamento nella sua rappresentazione degli uomini di potere. Risponde il regista: “È evidente dal film che io sono legato a una figura di politico un po’ più antica rispetto a quella che si vede oggi, ovvero a chi interpreta la politica come una sorta di vocazione e professa valori che sono abbastanza in disuso, che vanno dal senso altissimo della responsabilità alla frugalità e alla rinuncia. Sono tutti valori che oggi si sono un po’ dispersi con i politici attuali, quindi il mio rapporto con la politica è abbastanza disilluso. Sono ʻnostalgicoʼ, come molti della mia generazione, di figure politiche che interpretavano la politica come una vocazione piuttosto che come un’occasione, e mi sembra il sentimento – prevalente, ma non dominante – della politica di oggi.”
Sul punto di riflessione centrale scaturito dal film – ovvero la contrapposizione tra l’importanza attribuita all’atto della riflessione, “in un’epoca che sembra accettare solo facili posizionamenti” (per citare la recensione pubblicata sul sito), e il comportamento scaturito dall’avvicinarsi del protagonista alla sua fine (da intendere sia come termine del mandato sia come morte) – Sorrentino ha risposto con queste parole: “Penso che riflettere sia il dovere di chiunque abbia un potere così alto e un ruolo così importante, senza andare nella deriva opposta che era quella che, ai tempi della Prima Repubblica, si chiamava ʻimmobilismoʼ. Però anche la risolutezza con la quale si prendono oggi le decisioni politiche mi lascia molti dubbi, tant’è che spesso si assiste a smentite e contraddizioni del giorno dopo, proprio perché le decisioni mi sembrano un po’ troppo affrettate. Quindi mi sembra che il nostro presidente De Santis abbia trovato una via media piuttosto efficace in questa sua frase ricorrente che è: ʻHo bisogno di un ulteriore tempo di riflessioneʼ, soprattutto quando si affrontano temi delicati come quelli del film.”
La complessità psicologica del protagonista è stata commentata anche dal suo interprete, Toni Servillo, che ne ha approfittato per soffermarsi sulle peculiarità distintive del personaggio. Spiega Servillo: “Paolo mi aveva dato da leggere questa sceneggiatura molti anni fa, prima ancora di girare Parthenope, e io ero rimasto da subito molto impressionato dalla particolare psicologia di questo personaggio, che nella sua interiorità intreccia continuamente un dialogo tra il tempo, la memoria e la responsabilità soggettiva. Che questo tipo di elaborazione psicologica appartenga a un Capo dello Stato mi è sembrata un’idea così originale ed efficace per moltiplicare gli interrogativi che il film pone. È evidente che tutto ciò intreccia il privato con il politico, informando l’uno, a volte l’altro.”
Nelle battute finali c’è stato spazio per rimarcare nuovamente l’importanza di figure come Mariano De Santis nella vita di tutti i giorni, in una sottolineatura – fatta sempre dallo stesso Servillo – che ha messo in relazione la politica con il racconto satirico della stessa, troppo spesso superficiale su un aspetto così fondamentale della vita sociale. Commenta Toni Servillo: “La cosa che ho ritenuto più impegnativa per me è stata dare subito al pubblico credibilità a questo personaggio, proprio perché è il Capo dello Stato. Viviamo in un’epoca in cui è talmente forte la satira intorno alla politica che a volte sconfina nella burletta; perciò è difficile convincere dal primo minuto con un presidente che deve comunicare una sacralità istituzionale. Quando deve dire di no, invece, lo fa con convinzione e poi, nel corso del film, bisognava anche raccontare tutta la sua fragilità.”

























