LA GUERRA DEI CAFONI. Intervista esclusiva al regista Lorenzo Conte

Abbiamo incontrato Lorenzo Conte, regista con Davide Barletti de La guerra dei cafoni. Uno scambio sui temi del film più cari al cineasta. Già in sala in Puglia e Basilicata, dal 4 in tutta Italia

Abbiamo incontrato Lorenzo Conte, regista con Davide Barletti de La guerra dei cafoni. Uno scambio sui temi del film più cari al cineasta. Già in sala in Puglia e Basilicata, dal 4 in tutta Italia.

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Come siete venuti a contatto con il romanzo di Carlo D’Amicis e che cosa vi ha convinto a scrivere la sceneggiatura insieme a lui?

Conte: Io e Davide Barletti venivamo da un periodo un po’ cupo. Avevamo appena finito il nostro precedente lavoro: una storia nera sulla nascita della Sacra Corona Unita in Puglia, e stavamo lavorando ad un progetto che non riusciva a vedere la luce. Il nostro sceneggiatore con cui lavoravamo in quel periodo, Marco Saura, ci segnalò questo libro. Dopo averlo letto ci siamo resi conto che in qualche modo sarebbe stato facile trarne un film e desideravamo in effetti qualcosa di più aperto, di più caldo. Abbiamo contattato D’Amicis, ci siamo incontrati ed è stato amore a prima vista. Lui conosceva anche il nostro lavoro e ci siamo subito presi. Io e Davide eravamo appena diventati genitori, quindi forse una storia di ragazzi ha colpito le nostre corde. Ci ha impressionato questo tono a metà tra la commedia e la peculiarità di Carlo di saper raccontare una storia con la s maiuscola. Da lì abbiamo provato a comprare i diritti del libro e abbiamo iniziato a lavorare con lui. Stranamente è stato molto disponibile visto che spesso gli scrittori tendono a difendere la propria creatura. Mettere a servizio di altro, come può essere la sceneggiatura, non è scontato. Devo dire che Carlo, insieme a noi e Barbara Alberti che nel primo periodo ci ha seguito, e poi Giulio Calvani ed altri collaboratori, si è messo a completa disposizione della storia. Ieri mi diceva: “Ci ripensavo ed è stato bello perché è come se lo avessi scritto due volte. Chi ha la possibilità di scrivere un romanzo e poi riscriverlo?”. Lui era il primo a voler cambiare e stravolgere dei passaggi lavorare. Lavorare con lui è stata davvero una scoperta.

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Quello che rimbalza agli occhi è la terra, ossia la località fantastica di Torrematta. Siete riusciti a creare una linea temporale, una congiunzione di linee temporali, che però al tempo stesso richiama una atemporalità, un determinismo e una maniera di ribaltarlo, dalla prima scena fino alla fine. Quanto siete legati alla terra dove avete girato ed in particolare alla storia che l’ha attraversata? Come vi siete posti nei confronti della storia in maniera fiabesca e dunque rapportata al mondo dei bambini?

Conte: Sì, esattamente. Davide Barletti è pugliese e noi lavoriamo insieme da tanti anni. Molti dei nostri lavori sono ambientati in Puglia, quindi sicuramente c’è un rapporto privilegiato con quella terra. Veniamo entrambi dal cinema del reale, dal documentario, quindi il nostro è un approccio più concreto. Nel libro di Carlo Torrematta era un luogo inventato tra il Salento e Taranto, ma che si avvicinava al realismo in quanto località con strade, una caserma dei carabinieri e poi un ospedale: tutto a fortificare un impianto realistico. Noi nel film abbiamo cercato di eliminare questi elementi; cafoni - 28 - 5342
abbiamo provato a spogliarlo il più possibile. Ambientare Torrematta in posto che non fosse definibile: luoghi naturali, lagune, oasi, pezzi di territorio quanto più selvaggi possibile e rendere questa storia universale. Siamo andati alla ricerca di location crude. Di sicuro ci sono le spiagge, ma non si tratta del Salento da cartolina. E’ un Salento, fotografato da Duccio Cimatti, un po’ più crudo. Volevamo estremizzare alcuni punti già presenti nel libro per portarli ancora di più verso la favola. Essendo un romanzo di formazione volevamo che fosse adattabile a tutte le epoche. Tutti in quella fase della vita in estate ci perdevamo in una pineta, in montagna, in un bosco, come se tutto il contorno non esistesse: noi volevamo ricreare proprio questo. E’ anche una fase dell’età in cui gli altri non contano; quando uno è piccolo vede tutto o bianco o nero – se hai ragione pensi di avere ragione in assoluto – ed è per questo anche gli adulti non potevano esistere nel racconto. I nostri personaggi vivono in un mondo che riflette la crudezza della terra, anche lì esiste o il sì o il no, almeno nella prima parte della storia. Invece il cambio, ovvero l’amore tra Marinho e Mela, ti aiuta a capire che la vita non è così manichea. Il loro è un passaggio alla vita più adulta.

Ritornando alla questione del periodo storico, ad accenni come il proprietario del chiosco che si riferisce all’aperitivo dicendo “ora la fame ce la facciamo venire”, oppure il flipper che cade dall’ apecar o ancora il personaggio di Cuggino come rottura rispetto alla visione dicotomica… Quanto è stato importante per voi ragionare sul periodo storico attraverso i bambini? Come si pongono i bambini rispetto ad un periodo così di strappo come furono gli anni ’70?

Conte: Nel libro questo aspetto è ancora più marcato. Personalmente io vedo la questione storica come sottotesto. Ho sempre cercato di portare avanti la linea del romanzo di formazione, della crescita, del modo di concepire l’amore, la rivalità, l’odio e la paura dei ragazzi. Questo per me è l’aspetto principale. Effettivamente la questione storica è più sfumata nel film, eppure si tratta della base; nel sud, in particolare, avevamo una società molto più bloccata. I signori, come vengono definiti nel film, erano veramente i padroni di vastissimi possedimenti e dei destini di chi li abitava. I cafoni non avevano diritti, non possedevano nulla per davvero. La società era divisa. Piano piano negli anni ’70 questo equilibrio secolare, e che noi abbiamo voluto rappresentare all’interno del prologo, venne rotto. Cuggino in effetti è proprio l’elemento di rottura, rappresenta un cafone che si inizia quasi ad imborghesire, che inizia ad avere la possibilità di spendere: “Fa il meccanico, non zappa la terra”, come si dice nel film. Si tratta del fattore disarmonico, violento. Come la metà degli anni ’70 ha visto il termine di questa armonia, così l’estate del ’75 nella guerra dei cafoni segna uno spacco nelle loro vite e nel loro modo di vedere il mondo. Si va verso qualcos’altro e che cos’è lo possiamo vedere oggi e lo possiamo studiare, anche se sarebbe un discorso fin troppo lungo.

 

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Vorrei parlare del personaggio di Mela: il ruolo più vitale nei due gruppi, la persona che anticipa cosa avviene nel film. Voi ce la presentate subito come una ragazza che accudisce suo fratello, una ragazza che va a cercare il suo cane quindi si prende cura di un altro essere vivente. Lo va a cercare nelle acque ed essendo Mosè il nome del cane non si può fare a meno di notare la corrispondenza con il racconto biblico. Anche l’episodio di Marinho che raggiunge Papaquaremma nella grotta ricorda un’altra scena biblica. Come è stato il vostro lavoro sulla figura della donna rispetto alla rivalità, alla cura delle cose, e al suo essere la linfa del racconto?

Conte: E’ una storia tutta al maschile, ma Mela è l’unica che sa guardare aldilà, come spesso avviene quando si parla delle donne. Quando Marinho le dice: “Tu non puoi stare qui. C’è una guerra”, lei risponde: “Quale guerra?”. La sua posizione è superiore rispetto a quella degl’altri. Lei sente le luci ed ha il coraggio di compiere una scelta, di dire no al capo dei signori. Siamo contentissimi dell’attrice, Letizia Pia Cartolaro. Fin dai primi giorni di casting si vedeva che aveva qualcosa del personaggio. Ci disse che sarebbe stata sul set, che avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche se non l’avessimo scelta. Ha sentito fin da subito sintonia sia con la storia che con il ruolo e siamo molto contenti di come lo ha interpretato.

registiRispetto al film precedente, in cui parlate della Sacra Corona Unita e dunque di una Puglia molto diversa, quanto quel tipo di lavoro era urgente all’epoca e quanto è urgente, adesso, tracciare una vicenda così slegata da uno schema temporale e così improntata all’universalità? Secondo voi oggi abbiamo bisogno di un racconto denudato del presente per farci riconnettere con una radice?

Conte: Sì, al di là dell’aspetto storico e di qualsivoglia sottotesto, questo è un film che possono vedere tutti, dal ragazzo all’anziano, perché va a toccare delle corde, anche esagerando, universali. In questa occasione ci siamo slegati completamente dal contesto e dalla realtà contemporanea perché avevamo voglia di raccontare qualcosa che rimanesse: l’amore, la crescita, la tragedia, il conflitto, e dunque sviscerato da elementi relativi al nostro contesto storico. Fine pena mai era l’esatto contrario: c’è stato l’incontro con un libro che ci aveva impressionato ed è iniziato un percorso molto più aderente ad una fase storica. Dal materiale di documentazione del film abbiamo poi tratto un documentario, Diario di uno Scuro, con gli stessi protagonisti.

Come siete entrati nuovamente in contatto con Claudio Santamaria, che qui interpreta un ruolo incisivo ma anche piccolo?

Conte: L’abbiamo chiamato. Lui stava girando Lo chiamavano Jeeg Robot e all’inizio ci aveva detto di essere impegnato. Poi gli abbiamo detto che doveva interpretare un personaggio a cavallo, in costume, con la spada e che parlava greco-bizantino. A quel punto il gioco era fatto. E’ stato un omaggio che ci ha concesso e che ci ha permesso di proseguire un percorso iniziato con Fine Pena Mai. E’ una grande persona oltre che un grande attore.

 

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