La lezione di Andrei Konchalovsky inaugura il Bif&st2017

La proiezione di Paradise, Leone d’argento alla 73ma Mostra del Cinema di Venezia, seguita dalla  masterclass del cineasta russo Andrei Konchalovsky, hanno inaugurato il Bif&st2017, quest’anno dedicato alle figure artistiche di Vittorio Gassman e Dino Risi. Konchalovsky rimette in scena l’infernale deriva del secolo breve, la memoria del male come contrappasso delle tentazioni del bene, abbagli di un paradiso tutto arbitrario. Tre personaggi, in accidentale rapporto di salvatore-salvato, rievocano, come attanti di un canovaccio in bianco e nero, gli snodi retorici del Terzo Reich e dello sterminio ebraico: i passi falsi  di un grossolano commissario collaborazionista; i conflitti ideologici di un nobile gerarca delle SS; la deportazione e l’immolazione del corpo prostituito di.una militante della resistenza. Di contro,  le loro medesime mezze figure in un limbo di prigionieri, alternativamente confessano ad un interlocutore impercepibile, i più intimi autoinganni, giustificazioni senza necessario pentimento, mea culpa cieco alla sopravvivenza delle immagini. Nell’incontro col pubblico del teatro Petruzzelli, moderato da Marco Spagnoli,  il maestro russo si è concesso senza riserve all’approfondimento della genesi del film, spaziando al contempo su argomenti collaterali, ragioni essenziali ed esistenziali, lì dove la sua eloquenza d’intellettuale di formazione classica, ma figlio di questi tempi, lo conducevano: dalla differenza tra arte e intrattenimento, alle bugie dell’arte stessa rimesse alla libertà del pubblico.

Paradiso nasce andrei_konchalovsky-paradise-1dall’incrocio di diverse testimonianze storiche, tra cui spicca un romanzo sugli ufficiali nazisti, in cui mi colpì molto l’idea di scavare sotto le spoglie di sedicenti eroi, di un aristocratico tedesco affascinato dal male, eppure afflitto dalla crudeltà. Questo il punto di partenza, le spoglie eleganti e seduttive del male, la contraffazione di ideali positivi”. Alla domanda sull’eclettismo che lo ha spinto a realizzare nella sua carriera film di differenti fatture, dalla poetica d’autore al blockbuster, Konchalovsky risponde che come un giardiniere coltiva fiori differenti, pur avendo senza dubbio ora imboccato un’unica direzione d’indagine artistica, ovvero cosa vuol dire oggigiorno “cinematografia”. “Oggi viviamo bombardati quotidianamente di immagini e suoni, una costante diarrea d’immagini di cui è quasi impossibile ravvisare il valore e il senso. Ho riflettuto sul fatto che assistiamo a flussi di immagini e suoni senza dare al cervello il tempo del pensiero. Una certa frammentazione delle azioni è anche alla base di certo giovane cinema americano, cui manca ormai la cognizione e la contemplazione della visione unitaria. Ed il pensiero è silenzio, la migliore manifestazione di Dio. Tuttavia, questa involuzione non possiamo evitarla, solo affrontarla”. Prima di congedarsi il regista ha accennato alla lavorazione del film sull’opera di Michelangelo in cui ora è impegnato “… Non mi piace  tanto la parola masterclass, il mio non è un magistero, io sono un uomo comune che cerca di cogliere nel cinema il peso intrinseco del vedere. Lo shock che scuote il mio cervello cinico e risveglia il bambino che è dentro di me. Non faccio film sugli artisti ma sugli esseri umani, sulla loro intensità”.

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