La lucina, di Fabio Badolato e Jonny Costantino

L’austera e solitaria figura di Antonio Moresco sembra da sola raccontare la solitudine. Una inguaribile e ricercata solitudine che in La lucina, diventa drammatico ed enigmatico confronto con la fine della propria esistenza che finisce con il coincidere con la propria sparizione, avverando il fine dell’incipit del racconto.


Dalle parole alle immagini e su questa metamorfosi veglia la carismatica e severa presenza dello scrittore mantovano. La lucina, riduzione per il cinema di Fabio Badolato e Jonny Costantino, ha avuto la fortuna di nascere sotto la stessa stella che ha dato vita al romanzo dal quale prende le mosse e in questo processo di trasformazione ha conservato intatte le sue qualità e per questa ragione quelle immagini sanno restituire, con lineare parallelismo rispetto alle parole del racconto, il mistero dei luoghi, lontani da ogni contaminazione della civiltà, vero eremo accidentato della coscienza, luogo remoto al mondo nel quale solo i fantasmi possono prendere forma.
Badolato e Costantino hanno lavorato con cura sul testo, rispettando ogni intenzione dell’autore e il film si affida alla originaria sostanza di cui è permeato il racconto per trasformare la sottile metafisica della narrazione in contingibile realismo dell’esistente.
La lucina è il racconto di un uomo che desidera sparire al mondo e nell’eremo in cui sceglie di svanire, una lucina, che si accende nel buio di ogni notte, mette alla prova la sua curiosità, ma anche la sua segreta ansia di conoscenza. La scoperta del segreto scioglierà i suoi dubbi sull’esistenza.
Il film si immerge nel silenzio assoluto delle montagne lucane e il mondo ostile, dentro una natura definitivamente nemica e morta, immersa nello stesso silenzio nel quale l’uomo si trova a vagare d’improvviso, s’accende di questa luce che sembra vita. Le immagini sanno accogliere lo spettatore e riempirsi a loro volta di quei segni terreni che tengono in vita la speranza che precede alla dissoluzione. La presenza dello scrittore, nelle inusitate vesti d’attore, accresce il fascino dell’intera operazione e trasforma quella che potrebbe costituire solo un’altra operazione esclusivamente intellettuale o commerciale, in una differente forma del cinema, quel cinema dell’oltre (per citare un termine caro agli autori) che prova a dare consistenza all’esistenza, che restituisce senso all’attesa infinita che come quella di Godot tutti godiamo e tutti rende (im)mortali.
La lucina, si fa prova della conoscenza, diventa cinema di infantile primordialità e, come il racconto dal quale prende le mosse, da spazio ai luoghi dell’anima che conservano la sacralità sospesa dell’esistenza. La dove si consuma la ricerca di un assoluto universale, esistono i luoghi in cui le domande sopravanzano le risposte. Costantino e Badolato hanno saputo saturare le immagini attribuendogli il segno indelebile del vuoto dell’esistenza nel sistema primitivo che domina la vita del protagonista; hanno accompagnato il suo cammino con sguardo benevolo, tra i sassi e gli sterpi di una natura sempre antagonista e hanno costellato il loro racconto dei segni silenziosi di quella cattiva sorte che in agguato trama silenziosa. Un cinema che rispettando la materia del racconto si fa pura astrazione, e sa diventare terreno consistente del dramma e al contempo trasferire sullo schermo la purezza della solitudine. Un cinema loquace nella silenziosa ricerca di una quiete essenziale che trova nella composta e ieratica figura del suo protagonista e demiurgo la sua perfetta rappresentazione.
La lucina, con la sua fantasmatica densità diventa immagine davvero fuori sincrono rispetto ai tempi che viviamo. La disperata ricerca di un semplicismo esplicativo che diventi sicretismo buono per tutti i palati, si fa complesso e non complicato nelle immagini del film e la semplicità di una essenziale messa in scena prelude ad una più complessa articolazione del senso e ad una moltiplicazione delle sue direzioni. Così si comprende il lavoro non riduttivo della scrittura che è stato messo in opera, al cospetto di un testo di tutto rispetto, dotato di una ricchezza non comune di senso e di un pensiero complesso di fondo nel quale la vita e la morte sembrano trovare una pacificazione nel brivido finale che si avvera nella riconoscibilità della identica materia alla quale apparteniamo e nella scoperta di quello specchio, ultimo atto della coscienza, che, fedelmente, pur nel divario tra il passato e il presente, ne riflette l’immagine.
Le immagini de La lucina di Costantino e Badolato sanno raccontare questo sgomento e sanno imprimere al loro fluire una ritmica costante, che sa appropriarsi dello sguardo e ne fa sedimentare il senso, lasciando che il segno delle immagini e delle parole del racconto accompagnino lo spettatore ancora per un tempo tanto lungo quanto il soffio di quella lucina che illumina da sola tutti i bui dei nostri paesaggi.