La lunga estate calda: Renato Nicolini


L'ideale direttore di Festival, colui che ha fatto vedere insieme Luchino Visconti e Marilyn Monroe, Steven Spielberg e Griffith, Howard Hawks e Totò. Con un Napoléon sotto la pioggia nel 1981, brividi di freddo e di emozioni..

Renato NicoliniE' morto a 70 anni proprio in una delle giornate della stagione in cui ha fatto grande Roma. Per un rilancio dell'attività culturale della città, per un rilancio del cinema ben oltre le beghe politico-istituzionali sulle poltrone del Festival di Roma, si era pensato spesso. "E se tornasse Renato Nicolini?". Proprio lui, che si era inventato l'estate romana dal 1977 quando era assessore alla cultura sotto la giunta di Giulio Carlo Argan, che aveva fatto vedere Senso di Luchino Visconti dentro la Basilica di Massenzio il 25 agosto del 1977, che faceva vedere film uno dietro l'altro come vere e proprie maratone con più schermi in simultanea (a cui oggi forse alcuni degli architetti che hanno progettato le multisale hanno preso in prestito, per non dire quasi copiato, più di un'idea). Lui, architetto trentacinquenne, aveva totalmente rivoluzionato il ruolo istituzionale, quello che molti pigri assessori alla cultura oggi delle varie provincie italiane non sono più in grado di fare. Ma tutta Roma era illuminata, tutte le luci dell'estate per chi non andava in vacanza o chi ci era appena tornato: spettacoli per bambini, il teatro di strada, il Festival dei poeti a Castelporziano del 1979 dove intervennero anche Allen Ginsberg e Peter Orlovsky. Gli schermi si accendevano con tutto: Hitchcock e il nuovo cinema americano (con Lucas e Spielberg considerati prima come registi di giocattoloni commerciali), Griffith e Alberto Sordi, Aldrich e Corman, Totò e Howard Hawks, Dario Argento e Marilyn che ricompariva e te ne innamoravi di colpo.

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L'eredità di quell'esperienza, la forza dirompente di quell'innovazione non è mai stata del tutto compresa, soprattutto oggi più che ieri. Perché con Nicolini, c'erano menti che non ci sono più come quella di Enzo Ungari, scomparso troppo giovane, che al Festival di Venezia del 1981 riprendeva il principio della contaminazione di Nicolini e della sua Estate Romana nella sezione che curava, "Mezzogiorno/Mezzanotte" con Jean Renoir, Manoel de Oliveira e il cappello volante di Indiana Jones.

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napoleon di abel ganceCi sarebbe piaciuto immaginare Renato Nicolini anche dentro al Festival di Roma – su cui si era espresso in questo illuminante intervento su CineClandestino lo scorso 28 aprile –  non quello creato da Veltroni nel 2006 ma proprio uno tutto suo, anche prima, con i suoi amici e collaboratori di sempre. Dove alto e basso si mescola e la parola "effimero" conteneva dentro così tante cose che sembrava scoppiare. Per chi volesse ripercorre quella stagione c'è un libro scritto da lui recentemente: Estate romana 1976-85. Un effimero durato 9 anni.

Quella stagione piurtroppo non l'ho vissuta, ma ne ho sempre sentito parlare da mio padre. Che ogni sera andava a vedere un film diverso. E comunque mi portò, mentre io sbuffavo e volevo fare altro, a quella serata del 1981 dove venne proiettato il Napoléon di Abel Gance restaurato. C'era una massa di gente lì, dalle ricerche d'archivio ne risultano oltre 8000. Fino ad allora ne avevo vista soltanto di più un po' di mesi prima, il 29 marzo a Milano, stadio San Siro, Inter-Juventus 1-0, gol di Carletto Muraro al 16° del secondo tempo. Durante la partita iniziò a piovere. Anche lì, venne un forte scroscione d'acqua. Qualcuno se ne andò, ma quasi tutti rimasero, bagnati e incantati. Emozioni da brividi, come la pioggia sulla pelle delle braccia, riprovata soltanto 31 anni dopo, il 10 giugno di quest'anno al concerto di Bruce Springsteen a Firenze. Renato Nicolini aveva già proiettato il suo Dancing in the Dark con gli schermi che si dividevano nell'inquadratura del film di Gance. Molte passioni si sono incrociate tra lui e Sentieri Selvaggi. Tra queste una irrinunciabile: Massimo Troisi. Che lui ricordava a 10 anni della morte, nel 2004, in questo appassionato articolo su L'Unità. Forse ora il rimpianto è che ci sarebbe piaciuto incrociarci molto di più, magari anche direttamente. Un altro dolce rimpianto.

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