La macchinazione, di David Grieco

La formula alla base dell’impianto di Grieco – la Banda della Magliana versus Pier Paolo Pasolini – potrebbe rappresentare, al di là dell’urgenza dello svelamento cospirazionista, un’immagine decisamente emblematica dello stato dell’immaginario del cinema italiano d’oggidì, indeciso tra afflato sociale e esigenze dello spettacolo (il cartonato di Gian Maria Volonté che fa capolino ad un certo punto è forse allora il fotogramma cruciale di tutto).


E’ interessante come allo stato dei fatti le due traiettorie non finiscano mai per toccarsi davvero, e quello che ci resta sia sostanzialmente l’ennesimo ritratto contemporaneo di sale da biliardo di borgata in cui delinquenti coatti si danno le arie parlando il dialetto romanesco distillato a Cinecittà, alternato con l’indagine di un assorto Pasolini che inizia a frequentare il fantomatico Giorgio Steimetz di Questo è Cefis mentre è impegnato alla stesura di Petrolio.

L’espediente di reiterare i momenti di rigonfiamento orchestrale di Atom Heart Mother dei Pink Floyd come unica colonna sonora si innesta con un certo risultato soprattutto negli istanti in cui Grieco si concentra sulle mortifere rappresentazioni dei rituali imbiancati del Potere, battesimi e udienze ai piani alti in cui si consuma il patto sconsiderato tra la malavita delle strade e la politica in cravatta. L’obiettivo è mettere a tacere le scoperte che Pasolini sta appuntandosi sulle mire massoniche internazionali nascoste dietro l’operato dell’ENI, e l’espediente è fornito dal celebre furto con richiesta di riscatto delle bobine di Salò.
Massimo Ranieri dona alla sua caratterizzazione di un’icona che va sempre di più assumendo la fisionomia dell’eroe seriale della controstoria d’Italia (si vedano anche le diverse pubblicazioni a fumetti al riguardo) tutto un senso morale nell’orgoglio della sfida perenne alla mediocrità che non si fa domande. Peccato gli riesca meno di trasmettere quella sorta di maledizione della predestinazione che lo script sembrerebbe suggerire, per colpa soprattutto di una evidente indecisione di fondo che anima l’intera opera di Grieco. Anche al netto della sezione criminale che rimane un po’ abusata, seppur sorretta dall’istrionismo nervoso di Libero De Rienzo e Matteo Taranto.

Il paradosso del film è infatti quello di non avere successo nel delineare con precisione la portata del j’accuse che Pasolini stava preparando con Petrolio, e dunque mettere così lo spettatore nella situazione di dover operare un salto nel momento in cui la macchinazione omicida vera e propria si mette in moto: obiettivamente, al film manca qualunque visionarietà esplosiva per risolvere l’allegoria dal punto di vista visivo, e Grieco deve imbastire tutta una struttura a piani temporali sfasati per il racconto della disgraziata notte dell’esecuzione all’Idroscalo. 
In questo modo si effettua indubbiamente un raddoppio sui mille strati della verità e relativi insabbiamenti, allo stesso tempo però l’attenzione ossessiva per la complessità del tranello finisce per mettere in luce il respiro affannoso e il fiato corto dell’impalcatura formale, spesso preda di una grossolanità estetica a cui viene riservata una certa autoindulgenza.

 

Regia: David Grieco

Interpreti: Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Roberto Citran, Milena Vukotic, Matteo Taranto

Distribuzione: Microcinema

Durata: 100′

Origine: Italia 2014