La mattina scrivo, di Valérie Donzelli
Un viaggio nei bassifondi del precariato che assume i contorni dell’incubo allucinatorio e meta-letterario. Efficace e riuscito, dal romanzo autobiografico del fotografo Courtés
“Per farla breve. Ero un fotografo e ho mollato tutto per diventare scrittore. Ma rimanere scrittore è tutta un’altra storia”. Esordisce così la voce fuori campo di Paul, che potrebbe anche essere l’attacco del romanzo che scriverà sulla sua esperienza come tuttofare sottopagato nella Parigi di oggi. Un romanzo proletario di meta-letteratura che è sostanzialmente il film che vediamo quindi, una mise en abyme esplicitata anche dal titolo, lo stesso del libro che alla fine l’editore di Paul pubblicherà. Che poi alla base di questo settimo film da regista di Valèrie Donzelli, c’è il romanzo autobiografico del fotografo Franck Courtés, a ribadire un ulteriore raddoppiamento di fonti e modelli per un film che è in realtà piccolo, assolutamente non intellettualistico né letterario, bensì manuale, “operaio”, su misura per il protagonista Bastien Boullion, scelto dalla regista per “la sua forza pacata e la sua presenza discreta”.
È un professionista che decide di mollare tutto per inseguire una passione, Paul. Ma, dopo tre libri, il successo non arriva. L’editore – Virginie Ledoyen – gli riconosce il talento, ma adesso, al quarto tentativo, serve un’opera di successo. Il progetto di un libro autobiografico sulla fine di una storia d’amore non convince. I diritti d’autore sono irrisori e allora Paul deve trovarsi un lavoro che possa permettergli di continuare a scrivere. La moglie e i figli partono per il Canada. Paul resta solo con i suoi fantasmi e la sua scelta di vita radicale. Vive in un seminterrato e inizia a lavorare per venti euro al giorno, o anche meno, facendo di tutto: traslocatore, giardiniere, autista. E così il film diventa un’incursione – borghese? certo, ma non lo siamo tutti oggi? – nel sottobosco urbano dello sfruttamento del lavoro, con le app, gli algoritmi e le valutazioni dei clienti a scandire ritmi lavorativi, retribuzioni e qualità della vita. E qui La mattina scrivo prova a mettersi sulla tracce di un cinema militante sul mondo del lavoro che dai fratelli Dardenne porta a Stephane Brizé, e al più recente e notevole La storia di Souleymane. Ma Donzelli è una cineasta più “pazza” e meno rigorosamente neorealista rispetto a questi riferimenti. Per questo il film è più interessante come cronaca dal sottosuolo, come viaggio nei bassifondi del precariato che assume i contorni dell’incubo allucinatorio – come dimostrano i ricordi e i dettagli della giornate di lavoro in pellicola sgranata che il protagonista rielabora la notte e appunta sui suoi taccuini, diventando poi il libro che scriverà.
Più che un film idealista sulla libertà individuale e sul bisogno di creare, quello della Donzelli assume i contorni di una vera e propria via crucis psico-fisica di auto-annullamento per arrivare a una essenza d’artista, come a voler esorcizzare il grande senso di colpa della classe intellettuale del mondo contemporaneo, costretta a raccontare un mondo e una società che non conosce davvero. Così La mattina scrivo mette in scena una sorta di training di depurazione dal benessere capitalista, scandita da lavori sfiancanti, isolamento sociale, dalle ferite sulle mani, dai lividi sulla schiena, dalla testa rasata. E nonostante si provi un certo rimpianto per la mancanza di quella libertà isterica che aveva contraddistinto i suoi film migliori (La guerra è dichiarata, Marguerite & Julien), ritornano alcuni elementi chiave del cinema della cineasta francese come la sensazione e l’esperienza del dolore come motivazione primaria del raccontare. E l’esigenza di partire dalla materia concreta e vissuta delle cose.
Corso di Regia in presenza a Roma dal 17 marzo

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Titolo originale: À pied d’œuvre
Regia: Valérie Donzelli
Interpreti: Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen, Adrien Barazzone, Valérie Donzelli
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 92′
Origine: Francia, 2025






















