“La memoria del cuore”, di Michael Sucsy

Channing Tatum è quel tipo di ragazzone di buon cuore e tanta passione che bene o male tutti abbiamo conosciuto nelle nostre vite, con il quale ogni tanto usciamo a bere qualcosa, ci scambiano due chiacchiere per strada. Un cugino maggiore, magari non il più sveglio della famiglia, ma quello di cui ti puoi sicuramente fidare nel momento del bisogno. Proprio come il suo ruolo in Guida per riconoscere i tuoi santi, in qualche modo gemello di quello in 21 Jump Street (in attesa di vedere Magic Mike…). 

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A Hollywood i giovani sembrano essere di due specie, generalizzando. Da un lato c’è il partito di James Franco: gli intellettuali, antipatici quanto lucidi e “avanzati”, che si danno alla videoarte, scrivono romanzi, postano tweet acutissimi, comprendono appieno l’essenza dell’iconoclastia dei nostri tempi. Da queste parti li ammiriamo e ci piace studiarli, però chi scrive ha sempre lanciato le palline di carta ai secchioni del primo banco, in classe. Dall’altra parte, i tipi come Ashton Kutcher, che sembrano sempre finiti sui set per caso, fanno gli scherzi goliardici da collegiale in tv (un giorno qualcuno dovrà seriamente mettersi ad analizzare le puntate di Punk’d), vanno dietro alle milf, eppure in una maniera del tutto inconsapevole e istintuale diventano magnifiche pulegge della giostra come se non costasse loro sforzo alcuno (e infatti a interpretare il biopic su Jobs ci finisce Kutcher, mica Franco). Voi con chi dei due vi fareste una partita a PES?
Ecco, l’unico modo di mandare giù questo finto-Sparks di Michael Sucsy è non scollare lo sguardo da Channing Tatum.
Rachel McAdams, è lei che dovrebbe essere confusa: per colpa di un tremendo incidente d’auto ha perso la memoria degli ultimi cinque anni di vita, malauguratamente proprio gli anni in cui ha abbandonato il sentiero tracciato per lei dalla famiglia (fidanzato per bene, laurea in giurisprudenza, amicizie altolocate, vita moderata) per intraprendere un’esistenza freak dedita all’arte in a basement down the stairs, there was music in the cafes at night and revolution in the air in coppia con Tatum, che ha uno studio di registrazione e un gruppo di amici geek come si conviene.

E invece quello che appare più smarrito è proprio Channing, che non sa proprio come fare a cavarsi di bocca grugnendo le terribili battute che gli sono state affidate da uno script indifendibile che costringe al ridicolo Sam Neill e Jessica Lange (la confessione in ginocchio nell’orto con paletta in mano è forse il punto più basso della carriera di questa fantastica attrice), che non capisce come fare ad abbracciare la McAdams perché quando le cinge il vitino con quelle enormi mani ti viene paura che possa spezzarle la schiena in un attimo, e che in ultimo il film costringe in assurdi golfini di lana con megabottoni che fanno tanto alt-radical come il suo personaggio, ma che Tatum sembra volersi strappare di dosso con forza alla fine di ogni inquadratura.
E allora Channing se ne resta imbambolato, grosso e penzoloni come un personaggio non giocante ai lati dello schermo, che alza le spalle e allarga le braccia a intervalli regolari. Ma quando si tratterà di fare la propria scelta tra lui e il fidanzato storico di un tempo che riesce ancora a ricordare, uomo d’affari in carriera, bello e benvoluto dai genitori, la McAdams secondo voi da quale parte volgerà lo sguardo?
Come amava ripeterci un compagno di classe occhialuto e sgobbone quando ci vedeva perder tempo sghignazzando negli atri invece di entrare in aula a ripetere per il compito, “voi divertitevi adesso, che io riderò dopo”. Altroché.

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Titolo originale: The Vow
Regia: Michael Sucsy
Interpreti: Rachel McAdams, Channing Tatum, Jessica Lange, Sam Neill, Jessica McNamee, Scott Speedman
Origine: USA, Brasile, Francia, Australia, Gran Bretagna, Germania, 2012
Distribuzione: Sony Pictures Italia
Durata: 104'

Un commento

  • Michele Centini
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    Francamente, mi sono sbellicato dalle risate, forse perché Filmcritica ha dato la cover a questo film. Non è una critica né alla storica rivista o a Sozzo, anzi è il contrario, è la conferma che nella critica la riconoscibilità, l'autorialitò serve eccome. Complimenti.