La morte legale, di Silvia Giulietti e Giotto Barbieri

Quasi un secolo dopo la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, e a 47 anni di distanza dal film che per la prima volta, raccontandola, aprì la strada verso un vasto movimento di riabilitazione pubblica dei due anarchici, il cinema torna a occuparsi di questi ultimi ripercorrendo la genesi di quel film. Occasione il recente restauro di Sacco e Vanzetti, la pellicola del 1971 diretta da Giuliano Montaldo. Il risultato, per la regia di Silvia Giulietti e Giotto Barbieri, è La morte legale: una lezione di brutale attualità sulle migrazioni e il corollario di paure, pregiudizi e falsificazioni che esse generano, ogni qual volta ci si dimentica di quando l’altro, “straniero, pericoloso e sovversivo” eravamo noi. E restituzione di una stagione, rimasta unica nella storia del cinema italiano, in cui i film impegnati – da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a La classe operaia va in paradiso al Giorno della civetta citati in uno scorrere di locandine – sbancavano al box office.

Punto di partenza un importante lavoro documentario che – interpolando spezzoni e foto di scena dell’opera di Montaldo (provenienti dall’Archivio Storico Enrico Appetito), disegni di Remo Fuiano, filmati dell’Istituto Luce e interviste a protagonisti e studiosi – articola un discorso a più voci, per altrettanti piani interpretativi. Le difficoltà e i colpi di teatro della gestazione filmica emergono dal racconto del regista: la ricerca laboriosa di un produttore risolta nell’incontro fortuito con Giuseppe Colombo, ebreo che, fuggendo dall’Italia negli Usa nel 1938, aveva imparato l’inglese sulle lettere di Vanzetti al Comitato di difesa. O il coinvolgimento, ancora casuale di Joan Baez che interpreta, su musiche di Ennio Morricone, una leggendaria Here’s to you. Poi la scelta degli attori, in primis Gian Maria Volonté, perfetto per identità politica e natali (il Piemonte) per il personaggio di Bartolomeo Vanzetti. E Riccardo Cucciolla, a sua volta pugliese come Nicola Sacco e preferito a Yves Montand. E il lieto fine della distribuzione che non si aspettava affatto il successo della pellicola.
Film spartiacque che – nell’analisi di Mario Sesti – gioca col genere processuale e vince la sfida di ridare popolarità al dramma dei due connazionali. Saranno un gruppo di studenti di legge, dopo la visione del film, a chiedere e ottenere, con la creazione di un comitato internazionale, la proclamazione ufficiale in Massachusetts dell’innocenza dei due anarchici.

Allo storico Lorenzo Tibaldo, allo studioso Luigi Botta e al presidente dell’associazione “Sacco e Vanzetti”, Matteo Marolla, tocca invece il compito di “spiegare” perché Sacco e Vanzetti, italiani immigrati negli States per miglior fortuna, vengano ingiustamente arrestati per rapina e omicidio e giustiziati, nel 1927, sulla sedia elettrica, malgrado alibi di ferro e una vasta mobilitazione internazionale innocentista. Dietro quel verdetto a priori, il pesante processo di pesante denigrazione e “deportazione” nei paesi d’origine messo in atto contro gli italiani, i più temuti tra gli stranieri in America, con l’aggravante dell’anarchia, troppo pacifista in tempi di patriottismo belligerante.
Lezione double face, dunque, di storia del cinema e di cinema della storia, il cui baricentro è scommessa, e auspicio, di un cambiamento di coscienza, ammesso dal regista nel finale. In tempi di migrazioni al contrario, revival xenofobi e memoria corta, film necessario.

Regia: Silvia Giulietti, Giotto Barbieri
Distribuzione: Distribuzione Indipendente
Durata: 52′
Origine: Italia, 2018

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