"La nave dolce" – Incontro con Daniele Vicari e Kledi Kadiu

vicari la nave dolceDopo aver riscosso grandi consensi all'ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove è presentato Fuori Concorso) si appresta ad uscire il prossimo 8 Novembre in un numero limitato e scelto di sale (circa una trentina di schermi di "qualità") La nave dolce, il nuovo documentario realizzato da Daniele Vicari. Il regista di Velocità massima e Diaz ha accompagnato il film in questo incontro, moderato dallo scrittore barese Marco Desiati, insieme ai produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima (Indigo Film). Oltre a loro era presente anche il ballerino Kledi Kadiu, uno dei protagonisti della pellicola e dell'epopea della nave albanese Vlora e dello sbarco a Bari. Inoltre, per sottolineare l'apprezzamento del film, questa mattina è stato consegnato al regista il premio Franco Pasinetti 2012 al miglior film.

 

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Ogni storia inizia da un dettaglio. Qual è stato quello che ti ha fatto appassionare a questa vicenda?

 

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Daniele Vicari: Mano a mano che, grazie alle ricerche d'archivio, il materiale di repertorio diventava sempre più numeroso, ho cominciato a notare dei cambiamenti nel modo in cui gli operatori presenti al porto di Bari hanno ripreso le scene che avevano di fronte. Ricordo benissimo l'emozione che ho provato nel notare come dai totali che riprendevano tutta la nave, le telecamere cominciassero a stringere sempre di più sui corpi, sui volti di queste persone. Ho percepito un desiderio reale di restituire umanità a tutta la vicenda, di cogliere la speranza e il dolore da questi esseri umani, non intesi più come una massa indistinta. Da questa chiave di lettura è partito il nostro film.

 

Kledi, come è nata questa vostra avventura e come, in quei giorni, vedevi la tanto sognata Italia?

 

Kledi Kadiu: Io all'epoca avevo solo diciasette anni ed ero spinto da una speranza e da una voglia di futuro incredibile. Molti mi hanno chiesto se c'era premeditazione nel nostro viaggio. Assolutamente no. Se fosse stato organizzato sarebbe stato impossibile da realizzare. Tutti noi conoscevamo l'Italia come un paese magnifico, come ci mostravano le nostre televisioni. Quando siamo arrivati a Bari pensavamo di aver finalmente realizzato il nostro sogno. Invece, una volta sbarcat,i non abbiamo trovato accoglienza ma solo i manganelli di un paese che consideravamo fratello. In quei giorni, chiusi dento lo Stadio delle Vittorie, quindi chiusi fuori dalla vera Italia, molti si sono svegliati e hanno vissuto fino in fondo questa delusione.

 

Come è nata l'idea di realizzare questo film?

 

Francesca Cima: L'idea principale è partita dalla Apulia Film Commission che, in ricorrenza dei venti anni dell'accaduto, ci ha lanciato questo invito che abbiamo subito raccolto. Mentre ci confrontavamo con Daniele per realizzare il film nel migliore dei modi, ha aderito a questa iniziativa anche Rai Cinema insieme ad una casa di produzione albanese, il cui supporto è stato fondamentale. Con Daniele, che durante la lavorazione di La nave Dolce, ha realizzato anche Diaz, eravamo d'accordo che questa pellicola fosse perfetta per raccontare la storia del nostro paese e per riflettere su quello che siamo diventati. Infatti una volta finito il film ci siamo trovati tutti d'accordo che questa pellicola dovesse a tutti i costi arrivare in sala. Per questo motivo ringrazio la passione e la professionalità di Microcinema che ha deciso insieme a noi di raccogliere questa sfida.

 

In che senso La nave dolce mostra quello che siamo diventati?

 

Daniele Vicari: La mia pellicola non è un'opera di denuncia. Sarebbe troppo facile e ingiusto, a distanza di due decenni, dire che quelli che hanno gestito quella vicenda fossero tutti stupidi. Quello che voglio mostrare è che all'epoca c'erano due distinte visioni su come affrontare la vicenda. Una era quella della accoglienza, portata avanti dal sindaco democristiano Delfino e dalla sua giunta, l'altra era quella della repressione, propria del governo e del presidente Cossiga che insultò apertamente le istituizioni territoriali baresi. Questa divisione culturale è ancora presente in Italia ed è stata cavalcata per anni da quei politici che hanno continuato a dividere gli italiani tra comunisti e non-comunisti. L'Italia, dopo la caduta del muro di Berlino, non si è resa conto del proprio ruolo di paese di frontiera e di quali responsabilità questo status porti. E' incredibile che ancora oggi esistano delle cose come i CIE, le cui radici possono essere individuate in quello Stadio di Bari che mostro nella pellicola. Questi luoghi non sono carceri, dove la presenza democratica esiste, ma dei luoghi dove non c'è alcuna legge, dove non esiste democrazia. Una sorta di recinto dove è possibile rinchiudere chi non ha i documenti in regola. E' normale che poi il pensiero di tutti corra al Cile di Pinochet. E' da queste caratteristiche che si distingue un paese civile e democratico da una dittatura incivile.

 

Nei tuoi film c'è sempre molto realismo. Cosa ti ha spinto a realizzare un vero e proprio documentario?

 

Daniele Vicari: Parlando da regista e non da critico cinematografico, credo che il documentario in Italia potrebbe rivelarsi una grande opportunità per la nostra cinematografia. Certo, raccontare il presente attraverso questo genere è difficilissimo. Per me è stata una fortuna dovermi fermare perchè impegnato nelle riprese di Diaz. Ciò mi ha permesso di riflettere bene su La nave dolce e limitare al minimo tutti gli errori narrativi o le sbavature. Devo dire che questa pausa riflessiva mi ha permesso di lavorare in un modo perfetto. Per la gioia dei miei produttori credo che mi fermerò sempre per un anno durante la lavorazione dei miei prossimi film.

 

Hai detto che hai realizzato questo film insieme a Diaz. Quali legami ci sono tra le due opere?

 

Daniele Vicari: Prima di tutto entrambi i film sono realizzati dallo stesso regista e dallo stesso team creativo. E' normale che ci siamo somiglianze. Inoltre, visto che le due pellicole raccontano la stessa storia, ho pensato di raccontarli alla stessa maniera. In Italia non esistono film che raccontano grandi eventi di massa. L'unico che mi viene in mente e che ho rivisto molte volte per prepararmi, è La battaglia di Algeri. Sarebbe stato sicuramente più facile usare un solo personaggio, un eroe a cui far raccontare tutta la vicenda, ma cosi facendo avrei perso la multitudine di punti di vista che sentivo il dovere di rappresentare. Ho deciso quindi di usare una costruzione a cinque atti, come La Gerusalemme Liberata e altre tragedie classiche. Anche Sciopero! di ?jzenštejn è costruito in questo modo. Poi, come ho già detto, entrambi i film raccontano la stessa storia, ovvero quella di una politica incapace di gestire grandi avvenimenti sociali che, irresponsabilmente, delega tutto all'esercito e alle forze dell'ordine. E quest'ultime dunque, forti di un senso di impunità, si sentono libere di fare quello che vogliono. In entrambe le vicende infatti è rintracciabile la stessa sequenza "repressione-deportazione". L'unica differenza è, solo nel caso della scuola Diaz, ch la magistratura si sia resa conto della gravità della situazione e abbia punito i colpevoli. Entrambe queste storie però sono comunque le testimonianze di quanto in Italia la Democrazia faccia ancora fatica ad essere assimilata dalle istituzioni.