La notte del giudizio per sempre, di Everardo Gout

Giunta al quinto episodio, la saga distopica si trasforma in un western allucinato che attacca la mitologia americana. La strada è ancora lunga ma per la prima volta si guarda al futuro con speranza

La prima immagine è quella di due figure nel deserto. Sono Juan e Adela due messicani in fuga verso l’America che una volta stabilitisi in Texas, nel ranch dei ricchi Tucker, finiranno loro malgrado al centro dell’ennesimo Sfogo, la notte in cui ogni crimine è permesso, che però, stavolta, si tramuterà inaspettatamente in una vera e propria guerra civile xenofoba.

Juan e Adela varcano la frontiera come due fuorilegge, come i protagonisti di un western di Peckinpah o di Aldrich, in un momento che per il film ha il sapore di una sequenza programmatica.

Con La notte del giudizio per sempre, la saga creata da James DeMonaco non si nasconde più e da rappresentazione distopica dei lati oscuri dell’America diventa un progetto pienamente militante, come in realtà già lasciavano intuire gli affondi assestati all’America Trumpiana da La prima notte del giudizio.

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Giusto in tempo prima di cadere in una pericolosa ricorsività, la saga si affida ad un nuovo regista, l’esordiente Everardo Gout e punta ad un ripensamento linguistico integrale.

La notte del giudizio per sempre trasla le atmosfere distopiche della saga dal contesto del thriller metropolitano a quelle di un western carpenteriano assolato e allucinato, perfettamente consonante con l’immaginario grottesco del franchise, una scelta, questa che rappresenta un coraggioso attacco frontale agli estremismi all’America contemporanea attraverso uno dei generi fondativi della sua mitologia.

Everardo Goud opta per un approccio ambivalente: asciutto ma al contempo capace di inattesi guizzi visivi e particolarmente ambizioso in termini concettuali.

Quello de La notte del giudizio per sempre è un western che procede per frammenti e improvvise fiammate e pronto a esplorare i propri miti e a ribaltarne i caratteri essenziali, tra Messicani che diventano cowboy senza macchia e possidenti borghesi che si ricredono delle loro idee razziste.

Il turning point del franchise è tutto qui: in un racconto che esce lucidamente dalla sua comfort zone e piuttosto che essere soltanto un atlante delle paranoie dell’America contemporanea, raccoglie fattivamente spunti e idee per contrastare l’Eta Oscura Trumpiana, usando il western per riattraversare l’America fino a trasformare una distopia in un’utopia.

Ma il film soffre di un pericoloso andamento a due velocità. Se da un lato il discorso sull’immaginario è centrato e solido alcuni aspetti della scrittura sembrano annaspare nell’ambiziosa struttura concettuale. Il salto cercato da La notte del giudizio per sempre, è quindi riuscito a metà.

Per risultare veramente efficace, il film avrebbe dovuto liberarsi di alcune intrinseche superficialità del franchise, legate alla gestione dell’intreccio, dei personaggi oltreché ad un eccessivo didascalismo. Quello instaurato con lo spettatore è quindi un dialogo incompiuto, impantanato tra una struttura da lucido blockbuster d’autore ed un passo da pamphlet iperpop che semplifica eccessivamente le linee tensive della politica contemporanea, forse apparendo per la prima volta, proprio a causa degli ambiziosi obiettivi concettuali che si propone, come un progetto al contempo riuscito ma straniante per chi si ferma al tono con cui sceglie di raccontare la sua storia.

 

Titolo originale: The Forever Purge
Regia: Everardo Gout
Interpreti: Ana De La Reguera, Tenoch Huerta, Josh Lucas, Cassidy Freeman, Leven Rambin, Will Patton
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 103′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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