La nuova umanità di Alex Garland

In attesa che “Men” venga presentato a Cannes 2022, ripercorriamo la “conversazione” ventennale di Alex Garland col suo pubblico, tra videogiochi, film e romanzi sospesi su un’umanità nuova

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La carriera di Alex Garland comincia con un fallimento. Di certo non commerciale, visto che poco tempo dopo la pubblicazione del 1996 il suo primo romanzo The Beach è già un simbolo della Generazione X. L’approdo idilliaco sulla spiaggia thailandese dove Richard giunge guidato da una mappa regalatagli da un suicida si trasforma ben presto nel luogo di un naufragio, non tanto letterale quanto ideale. Eppure, non tutto collassa con insieme al sogno utopico del viaggiatore. Tra le dune dell’isola di Ko Phi Phi Le spianate dai bulldozer della 21st Century Fox, tra le palme piantate per far sembrare la spiaggia “più paradisiaca” per il film di Danny Boyle con Leonardo DiCaprio, brilla la scintilla di un fuoco nuovo. Dal quale, forse, l’umano è già stato bruciato.

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Quando le immagini televisive di tutto il mondo mostrarono l’uscita di Neil Armstrong dall’Apollo 11, più di qualche scrittore di fantascienza avrà sicuramente pensato di aver perso il proprio lavoro. A confortarli ci aveva già pensato un loro illustre collega, J. G. Ballard: la materia prima dell’immaginazione non erano più navicelle e viaggi interplanetari, non più lo spazio esterno, ma quello interno. Garland sembra puntare alla stessa frontiera, percorrendo le vie di una fantascienza intimista che si interroga sui cambiamenti di una coscienza umana che si ritrova in un mondo reso irriconoscibile da una pericolosa vicinanza alla fine. I protagonisti delle due ulteriori collaborazioni con Danny Boyle, vagando 28 giorni dopo una pandemia che ha fatto regredire il mondo al cane-mangia-cane o viaggiando verso un sole che si sta spegnendo come in Sunshine, finiscono, però, per esser colpiti da un’illuminazione. Per quanto lo sconvolgimento possa essere grande, la fine non somiglia tanto a una soglia oltre la quale c’è il nulla, quanto piuttosto a un processo di riconfigurazione. Non distruzione, ma cambiamento.

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La scienza diventa per Garland il faro che illumina le acque prossime alle coste, prima che nuove rotte traghettino l’umano verso flutti oscuri. Più si viaggia verso territori inesplorati e più diventa facile allontanarsi dai propri punti di riferimento, fino al punto che le loro coordinate perdano di senso. Nella struggente storia tra Andrew Garfield e Carey Mulligan di Non lasciarmi andare, adattamento del romanzo del Nobel Kazuo Ishiguro per la regia di Mark Romanek, la compassione e la pietà si ammantano di un inquietante vestito nostalgico. L’amore è sorpassato, lasciato indietro come una scoria insieme a corpi sempre più volatili. In Dredd la compassione è l’eccezione necessaria per un sistema brutale che ha l’unico e ultimo conforto nell’illusione di essere il migliore possibile per un’umanità ridotta a gigantesca rovina sotto forma di Mega City.

L’adattamento del 2012 con Karl Urban a vestire l’uniforme del personaggio creato da Pat Mills (che per molti andrebbe considerata come prima regia di Alex Garland, seppur non accreditata) è un’opera che può apparire complementare a Enslaved: an Odyssey to the West, videogioco co-scritto due anni prima. L’odissea nella quale si imbarcano Monkey e Trip è volta a liberare l’umanità resa schiava in Pyramid, base dei robot che comandano 150 anni dopo una guerra nucleare (ricorda qualcosa?). Lì scopriranno che a capo della struttura c’è un solo individuo, che, con dei caschi speciali, inserisce gli schiavi umani in una simulazione che li riporta mentalmente a prima della guerra. Seppur immersi in una finzione, gli schiavi, dice il messia di Pyramid, possono pensarsi felici e non affrontare la crudele realtà. La sua uccisione per mano di Trip non mette a tacere le sue idee: e se l’umanità, intesa come insieme di qualità, fosse soltanto un’allucinazione collettiva?

Con il suo esordio alla regia del 2014, Ex Machina, Garland porta la questione alle sue estreme conseguenze, collegandola con la nascente Intelligenza Artificiale. Domnhall Gleeson deve collaudare nella lussuosa e isolata villa di Oscar Isaac, narcisista CEO di una compagnia tecnologica, il robot interpretato da Alicia Vikander. Quest’ultimo, chiamato Ava, test dopo test si racconta, convincendo il suo interlocutore di trovarsi davanti a un’entità non solo in grado di provare sentimenti, ma anche di suscitarli. Infatti, il collaudatore si infatua di lei ed è pronto a tutto per evitare la formattazione della sua memoria pianificata dal suo egocentrico creatore. Se, però, l’essenza che la partoriente umanità lascia in eredità alla nascente IA fosse solo quella di raccontare storie, ma con un punto di vista che ne sovverte completamente le emozioni connesse? Se la creazione, una volta vista la luce, rendesse per sempre il suo demiurgo obsoleto? Se l’Annientamento che dà il titolo al secondo lungometraggio di Garland, tratto a sua volta dal racconto di Jeff VanderMeer, avesse inizio da un abbraccio?

Posti davanti all’abisso di palingenesi e annientamento che si riflettono all’infinito, l’ultimo racconto che l’umanità può raccontarsi non può che essere quello di contenerli o dominarli. Più la forza gravitazionale aumenta nei pressi del buco nero della nostra estinzione, più aumenta la forza della corrente e più è facile cedere al delirio di onnipotenza di credersi in controllo. Così, in quasi tutte le opere di Garland ci sono degli autoproclamati Messia, che avvicinandosi al martirio lottano con chi li vuole falsi profeti: Mace in Sunshine, Pyramid in Enslaved, il CEO di Ex Machina. Proprio quest’ultima è una figura anticipatrice del Forest di Devs, prima serie tv scritta e diretta da Garland e ancora inedita in Italia. Capo del colosso tecnologico Amaya, è disposto a passare sopra tutti e tutto pur di sviluppare un supercomputer quantistico con la promessa di rivoluzionare completamente l’esistenza umana, ma con la segreta aspirazione di trovarle un senso. Sarà questa, però, l’ennesima illusione che può vivere soltanto all’interno di una simulazione, come la pura felicità?

nick offerman

Il primo ad ammettere di non avere una risposta a questa domanda è lo stesso Alex Garland, che nel 2020 si è aperto ai microfoni di Lex Friedman. Dopo aver parlato di Intelligenze Artificiali, realtà sognante e libero arbitrio, l’intervistatore chiude chiedendogli per cosa, secondo lo stesso regista e sceneggiatore, verrà ricordato in futuro. “Spero che sarà per aver partecipato a una conversazione”. Così, Garland prende le distanze dai suoi personaggi messianici sempre pronti a offrire proclami, posizionandosi al fianco della Natalie Portman di Annientamento e alla Sonoya Mizuno di Devs, personaggi che, piuttosto che tentare inutilmente di controllare la corrente, si abbandonano a essa quel tanto che basta per cercare mettere a fuoco la rotta migliore per non scuffiare. La risposta, allora, smette di lottare con la domanda e si mette a danzare con essa.  C’è, allora, una curiosità al limite della trepidazione per il suo prossimo film, che verrà presentato al prossimo Festival di Cannes. A detta dello stesso Alex Garland, Men tratterà il tema della mascolinità. E, in uno scarto di estrema coerenza, lo farà con una storia di spettri.

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