"La parola è il ritratto del pensiero" – Incontro con Manoel De Oliveira

Ottava edizione del Festival Internazione dei Circoli del Cinema che quest'anno, abbandona i luoghi della Calabria, per approdare nella limitrofa Basilicata. È dunque Matera la città che ospita questa edizione 2006 della manifestazione che ha tra le sue punte di diamante proprio la presenza del 98enne regista portoghese Manoel De Oliveira. Il lungo percorso della sua attività artistica, qui solo per cenni riproposta e soprattutto nei suoi primi film-documentari, non può essere condensato nell'ora e mezza dell'incontro che ha concesso alla stampa. Ma resta comunque la precisa sensazione che la ricchezza dei suoi interventi sia riuscita a fare luce su alcuni processi artistici che guidano la sua prolifica attività cinematografica.


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L'informalità dell'incontro ha dissolto il disagio di chi si trovava davanti un monumento vivente dell'arte contemporanea.


 


Dall'alto della sua esperienza artistica, quale consiglio si sente di dare ai giovani autori e soprattutto qual'è secondo lei il modo migliore per avvicinarsi alla direzione di un nuovo film?


 


Resto sempre imbarazzato davanti a queste domande, sinceramente non mi sono mai considerato un maestro e, anzi, al contrario sento sempre che devo imparare. L'unico consiglio che mi sento di suggerire è che per avvicinarsi al cinema deve esserci una precisa motivazione accompagnata da una grande passione per questo lavoro. Questa attività serve per arricchire anche se stessi e quindi il giovane autore deve guardare dentro se stesso, solo così, quando questo processo sarà concluso l'opera che ne verrà fuori potrà considerarsi originale proprio perché imbevuta della individualità del proprio autore. In ogni caso voglio dire che il primo pubblico per un artista, il primo metro di giudizio deve esser proprio l'artista stesso. L'artista deve fare in modo che ogni concetto sia per prima cosa chiaro a se stesso, solo così potrà mostrarlo e allo spettatore. Lo sforzo quindi è proprio questa chiarezza e capisco che è un enorme sforzo.


Penso di avere anche risposto alla seconda parte della domanda e per questo posso dire che ho in progetto tre film e uno di questi riguarda un film proprio su Don Chisciotte e devo dire che è una bella coincidenza potere annunciare qui questo progetto proprio nel momento in cui sto per ricevere il premio Don Chisciotte dalla FICC. Devo confessare che per questa ragione mi trovo oggi più impegnato davanti a questa prospettiva anche se so bene che non è facile fare un film su questo personaggio.


 


Il suo cinema evocativo fa pensare all'anima di ogni uomo, ma qual'è il suo paesaggio dell'anima e in questo lavoro che lei conduce da anni qual'è il suo rapporto con il pubblico?


 


È molto difficile avventurarsi su questo terreno, è complicato parlare del rapporto tra anima e corpo. Sono entrambi necessari uno come contenuto e l'altro come contenente ed è sempre un difficile equilibrio quello che si stabilisce tra queste due componenti. L'anima conferisce al corpo la dignità e la morale che spesso concorrono con l'istinto. A secondo di chi ha il sopravvento tra questi due elementi si definisce un diverso paesaggio.


Per quanto attiene ai miei rapporti con il pubblico, visto il contesto in cui ci troviamo, credo che il pubblico dei cineclub sia un pubblico esperto e la funzioni di queste associazioni è stata sempre quella di diffondere il cinema di qualità, il cinema d'autore e mi ricordo che un tempo la difficoltà di interpretazione di un'opera dava luogo a lunghe e articolate discussioni.  Oggi, invece, spesso il pubblico ritiene più semplicemente che sia l'opera ad essere incomprensibile. Credo che debba essere questa la riflessione da svolgersi nei cineclub.


Nel mio Paese i circoli del cinema hanno poi svolto un'importante funzione contro il fascismo, oggi per fortuna questa finalità non ha più ragione di essere.

Il suo è un cinema tutto centrato su precise indagini filosofiche, su concetti che attengono all'anima dell'uomo, questa ricerca è in qualche misura suggerita da una modernità che ogni giorno scavalca se stessa e non lascia spazio a queste riflessioni o nasce puramente e semplicemente dalla necessità di indagare su questi temi?


 


In realtà non penso che si tratti di una ricerca consapevole, è un procedimento di ricerca che parte da te stesso. Per quanto mi riguarda il mio cinema parte dagli impulsi che percepisco attraverso la vita di ogni giorno. Poi non c'è nulla di lasciato al caso. Ma questo fa parte della storia dell'uomo, anche Einstein diceva che neppure Dio aveva lasciato qualcosa al caso. In fondo la ricerca è sempre quella per cercare ogni strada che dia una spiegazione all'essere umano. Spinosa diceva che l'uomo si crede libero, ma è condizionato da forze che gli impediscono di agire. Tutti scienziati e filosofi hanno da sempre cercato di capire l'uomo attraverso la saggezza della natura e questo tento di fare anch'io, di scavare per comprendere l'essere umano.


 


Il suo è un cinema molto sofisticato lei è cosciente che l'impatto sul pubblico non è larghissimo…


 


Per quanto attiene all'impatto su un pubblico di non specialisti davvero non so che dire, si entra in un ambito molto complesso che non so definire. Ogni spettatore ha una propria caratteristica e ovviamente se lo spettatore accetta l'opera è, per l'autore, un grande piacere, ma l'opera in primo luogo deve piacere allo stesso autore. Per cui le opere si realizzano indipendentemente dall'esito finale del prodotto. Van Gogh in vita ha venduto un solo quadro. Si realizza un'opera per esprimersi non necessariamente per scopi commerciali. Scrittori e pittori possono rinunciare a qualcosa, il regista non può rinunciare perché lavora con altre persone per realizzare il proprio progetto. Bergman diceva che il suo cinema aggiungeva una pietra alla costruzione del cinema, io forse aggiungo una foglia all'albero frondoso del cinema.


 


Quali sono i film italiani che hanno contato di più nella sua formazione?


 


È difficile stabilirlo, ma in fondo credo il neorealismo perché non lo trovavo pomposo come certo cinema americano. Raccontava le storie che avevano come protagonista il popolo. Ma non ho mai pensato che ci fosse dietro una scuola, ho sempre pensato a quei registi a come delle individualità che hanno aperto le porte al cinema futuro. Ma tra le mie fonti di formazione non posso non citare l'espressionismo tedesco.


 


Il suo cinema, soprattutto l'ultima produzione è caratterizzato da pochi movimenti di macchina e da molta parola al contrario del passato. Ci può dare qualche spiegazione di questa trasformazione.


 


Tutto dipende dal contesto. Ci si può esprimere in ogni modo, ma una cosa è filmare il corpo, un'altra cosa è filmare l'anima.


Se ritorniamo alla filosofia dobbiamo dire che la parola è sempre servita a spiegare il pensiero e  che l'immagine al cinema ha la sua importante funzione, ma la parola è il ritratto del pensiero.