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La piccola Amélie, di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang

Un’opera sensoriale che ragiona sulle possibilità immaginifiche dello sguardo e proietta su schermo la filosofia materica di Amélie Nothomb. Animazione nella sua forma più pura.

Per Amélie Nothomb l’atto di creazione risiede nello sguardo. “Nulla è più eccezionale dello sguardo” rivela del resto la scrittrice in una delle prime pagine di Metafisica dei tubi (2000). E oggi, quella prosa trova un ideale completamento ne La piccola Amélie, meraviglioso film d’animazione transalpino firmato dalla coppia Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang e già candidato ai Golden Globe 2026. Non un contraltare, beninteso. Bensì l’integrazione di un discorso che tra caratteri mobili e disegno continua a sondare quel “qualcosa di inesprimibile” di cui “nessuna parola esprime, neanche lontanamente, la strana essenza”. E attraverso il quale, semplicemente, viviamo.

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Ambientato nel Giappone di fine anni ‘60, nella casa nella provincia del Kansai dove l’autrice ha trascorso parte della sua infanzia, il film di Vallade e Han Jin Kuang segue la traccia della controparte cartacea per raccontarci i primi tre anni di vita di Amélie. Adattando, limando qua e là e dando forma a numerosi passaggi della filosofia materica di Nothomb. Nonché riuscendo a trasporre, perfino, quella sintesi tra vertigine teorica e ironia graffiante che spesso caratterizza i testi della scrittrice.

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La piccola Amélie vola infatti sulla superficie delle cose, senza però negare loro la giusta profondità. Indaga “Dio”, la vita e la morte con la curiosità dei verdi occhioni della protagonista, che tutto accolgono e tutto creano, posandosi con leggerezza sulle meraviglie e le brutture del creato. Lo fa mescolando stile grafico artigianale e modelli 3d, ritrovando nella bambina un nuovo spirito del giardino dopo la Arrietty di Yonebayashi e omaggiando la Disney di Rapunzel nella toccante sequenza delle candele sul fiume. Oltre a sfiorare, in più di un’occasione, la vocazione sintetista della pittura di fine ‘800 – trovando cioè una propria ragion d’essere non solo nella gestione di pause e silenzi, bensì nel fuggevole vorticare delle immagini e nell’utilizzo del colore (a cui, come già in Across the Spider-Verse, il film affida spesso emozioni e stati d’animo).

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È un’opera di scoperta e inabissamenti continui La piccola Amélie, esperienza sensoriale che modella a suon di immagini il sapore dell’esistenza e il peso della memoria. È soprattutto animazione nella sua forma più pura. Che elabora sostanza a partire dalla forma. Che prende corpo nella sua fluidità inafferrabile. In un progressivo andirivieni di linee che va componendosi insieme con il nostro sguardo e lo sguardo di Amélie. Una bambina che vede le cose per la prima volta e, vedendole, dona loro un’anima.

 

Titolo originale: Amélie ou la métaphysique des tubes
Regia: Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang
Voci: Victoria Grobois, Cathy Cerda, Marc Arnaud, Haylee Issembourg, François Raison
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 75′
Origine: Francia, 2025

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
3.57 (14 voti)

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