La piedad, di Eduardo Casanova

Caratterizzato da una scarsità di idee e soprattutto nella loro rappresentazione, è un film esibito e inconcludente sul morboso rapporto madre/figlio e sulla malattia. Concorso.

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Dalla Spagna questa commedia/tragedia nerissima, giocata sul rapporto contenuto-immagine, per un’idea che si sviluppa all’interno di una dialettica dello spettacolo nella forma estrema del racconto, nel didascalico procedere e annullarsi dentro il buco nero della sua stessa messa in scena.
Tra colori rosa confetto e più che surreali scenografie, si consuma la tragedia di Mateo e Libertad (Angela Molina), la sua castrante madre che inizia quando si scopre che il giovane è ammalato di un tumore al cervello. Il tema del film del regista spagnolo non è in fondo, o almeno non è soltanto, il racconto di questa malattia, quanto l’attenzione al rapporto madre-figlio così annullante che la donna ne assume perfino le sembianze e assorbe su di sé la malattia. Una relazione dolorosa e frustrante per Mateo, che, già afflitto dal male, subisce anche questa ulteriore prepotenza. Sono forse le parole di suo padre separato dalla madre a dare senso a questa dolorosa relazione filiale con le quali paragona la madre al sole che a starci vicino ci si brucia, ma a starci lontano si gela. Il film si fa metafora non troppo celata dell’invasivo potere e Casanova, ove qualcuno non lo avesse compreso fino in fondo, ce lo spiega con la didascalica storia di personaggi vinti dal pervasivo potere del dittatore della Corea del Nord.
Il film, nel concorso lungometraggi, si esaurisce nella sua stessa sorpresa iniziale di cinema tutto sopra le varie righe di ogni normalità. Cinema che, come spesso accade, si consuma in una scarsità di idee e soprattutto nella loro rappresentazione, che deve diventare iperbolica e assorbente di ogni altro aspetto narrativo o meno che sia, per farsi notare, per diventare ricordo al di là di ogni altra fascinazione del racconto. Se tutto questo non fosse ancora sufficiente il film indulge in quella storia che dall’Asia estrema ci informa di quanto il potere sia cattivo e di quanto chi lo subisce sia complice.
La piedad diventa cinema esibito, per forza di cose spettacolare, per scelta didascalico, per volontà dei suoi autori anche mostruoso, ma di quel mostruoso che allontana lo sguardo non per paura, ma per noia del già visto. Anche qui, come per altre ragioni, ma più complesse, accadeva con l’omonimo titolo di Kim Ki Duk, non sono sufficienti i riferimenti alla famosa opera di Michelangelo per salvare un film che finisce per naufragare in un asfittico per quanto luccicante, ma anche oscuro, mare.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
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Il voto dei lettori
1 (1 voto)
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