La 'piovra' nei generi: Damiano Damiani

damiano damiani"Sentieri Selvaggi" l'ha sempre visto come uno di quei registi del cinema italiano che non hanno avuto tutta quella considerazione che avrebbe meritato. Al pari di alcuni dei 'più grandi' di Alberto Lattuada, Luciano Salce e Antonio Pietrangeli. Tutti percorsi diversi che però hanno delineato in maniera consistente, delle traiettorie non messe adeguatamente a fuoco nel cinema italiano da metà degli anni '50 in poi e che per molti aspetti sono stati sia anticipatori sia modelli di un cinema futuro.

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Innanzitutto non bisogna relegare Damiano Damiani solamente come il cineasta dell'impegno civile. Certo Il giorno della civetta (1968) ha mantenuto la forza delle pagine del romanzo di Leonardo Sciascia nel mettere a fuoco il contrasto tra la legge e la violenza e i legami tra politica e mafia. Ma in una robustezza d'impianto che poteva aveve come precursore il cinema di Pietro Germi della fine degli anni '40 il cui punto di contatto lo si poteva già vedere nel suo primo lungometraggio di finzione, Il rossetto (1960) in cui il regista interpretava il commissario Fioresi che sta indagando sull'omicidio di una prostituta, sia nel successivo Il sicario (1961) – ancora con Germi presente – ispirato al caso Fenaroli che però è anche una felice rappresentazione del rovescio della medaglia del benessere capitalistico. Ma anche certo cinema politico catherine spaak in La noiastatunitense dove si avverte lì quella contaminazione con gli altri generi, in questo caso il western, evidente in quell'illuminazione calda sui volti di Franco Nero e Claudia Cardinale e in quella polverosità del genere che sembra arrivare da Quién sabe? (1966) e che ritorna poi anche nel 'picaresco' Un genio, due compari, un pollo (1975) davvero punto di passaggio tra gli spaghetti western e i film con Bud Spencer e Terence Hill, dove non a caso quest'ultimo è il protagonista nei panni del vagabondo Joe.

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Non solo cinema dell'impegno civile si diceva. Ma una specie di 'maestro' per esempio per Michele Placido ("Gli devo tutto" ha dichiarato il regista-attore) dove non si può sentire la sua influenza in film come Un eroe borghese (1994) ma anche gli stessi Romanzo criminale (2005) e Vallanzasca (2010). I due, dopo Un uomo in ginocchio (1979) hanno dato vita a una delle più popolari serie tv degli anni '80, La Piovra (1984), che già prefigurava quella frammentazione tra il concetto di cinema e quello di televisione già evidente nel successivo Pizza Connection (1985) in cui, ricambiando i personaggi, poteva essere anche un'altra esaltante puntata della serie. E proprio la sua collaborazione con Placido fa parte di quell'incrocio Italia/Usa, nella fusione tra situazioni profondamente connaturate col nostro paese (la mafia, i fatti di cronaca franco nero in Il giorno della civettanera, la violenza carceraria) e l'impianto di un poliziesco che a tratti sfociava anche in zone noir che ha segnato l'appartenenza al suo cinema anche nel modo in cui filmava e costruiva i personaggi interpretati da attori che, a posteriori, sono diventati fortemente marchiati dall'appartenenza a quel suo cinema. Di questa galleria, oltre a Placido, fanno parte tra gli altri Franco Nero (oltre a Il giorno della civetta anche Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica e L'istruttoria è chiusa: dimentichi entrambi del 1971, Perché si uccide un magistrato, 1976), Nino Manfredi (Girolimoni, il mostro di Roma, 1972), Gian Maria Volonté ed Erland Josephson (Io ho paura, 1977), Tony Musante (Goodbye & Amen, 1980), Giuliano Gemma (Un uomo in ginocchio, 1979; L'avvertimento, 1980) e Martin Balsam (Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica e L'avvertimento).

 

La sua opera è stata anche capace di dare forma alle inquietudini adolescenziali come dimostrano il quindicenne protagonista di L'isola di Arturo, 1962, dal romanzo di Elsa Morante o anche la dodicenne al centro di Il rossetto o ancora l'ambiguità sessuale del giovane attore della compagnia di attori squattrinatai al centro del suo ultimo film diretto 11 anni fa, Assassini dei giorni di festa).

walter chiari in La rimpatriataMa al pari di Lattuada e Pietrangeli il suo è stato anche un 'cinema delle donne',  figure femminili fragili e forti, seducenti e arrabbiate da Catherine Spaak di quella che, dopo Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, è la migliore riduzione per lo schermo di un romanzo di Alberto Moravia (La noia, 1963) a Ornella Muti di La moglie più bella (1970), da Rosanna Schiaffino di La strega in amore (1966) alle esplosive Jo Champa e Tahnee Welch, eroine da cinema d'azione, rispettivamente in Il sole buio (1990) e L'angelo con la pistola (1991).

In mezzo nella sua carriera, altre sperimentazioni, dal thriller religioso di Il sorriso del grande tentatore (1974) all'horror nella trasferta statunitense di Amytiville Possession (1982), qualche inciampo (L'inchiesta del 1986 ad Alex l'Ariete del 2000 con Alberto Tomba e Michelle Hunziker) e al capolavoro nascosto del suo cinema, La rimpatriata (1963), con uno strepitoso Walter Chiari esuberante dongiovanni in uno spaccato generazionale (una serata tra amici alle soglie dei 40 anni) che può essere anche il segnale premonitore della fine del boom economico. Dentro c'è tutta la felicità illusoria e l'amarezza. Il grande freddo di Lawrence Kasdan è passato da qui.