La prima luce, di Vincenzo Marra

Il film del cineasta napoletano che sembra come spezzato in due. La prima più libera, la seconda invece decisamente più forzata. Con troppe piste narrative seguite.

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C’è qualcosa di incompiuto nel cinema di Marra. Come se qualcosa all’improviso si rompe. La stessa sensazione che aveva dato il suo primo lungometraggio, Tornando a casa, miglior film alla Settimana della Critica a Venezia nel 2001 dove la parte documentaristica appariva più felice di quella di finzione. In La prima luce, presentato al 72° Festival di Venezia alle Giornate degli Autori, si avverte ancora questo scarto. Di un film proprio spezzato in due.

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Marco è un giovane avvocato rampante che vive a Bari assieme alla sua compagna latino americana. I due hanno un figlio, Mateo, di 8 anni. Il loro rapporto però sembra arrivato al capolinea. Lei vuole tornare nel suo paese portandosi via il ragazzino. Lui cerca in ogni modo di impedirglielo.

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Sembra sempre sulla tensione di un continuo pedinamento. Sin dall’inizio lo sguardo di Marra è già addosso a Martina e cattura gli sguardi, gli avvicinsmente fisici rifiutati. Sullo sfondo delle luci e i rumori di Bari, con Riccardo Scamarcio filmato quasi come se fosse un attore non professionista ma un personaggio reale. C’è uno sguardo di Mateo verso il padre quando se ne sta andando via con la madre. I dialoghi sembrano più reazioni. Quasi come dei gesti, come se il cineasta entrasse nell’intimità nascosta della famiglia.

daniela ramirez in la prima luceDal momento del viaggio in poi si avverte invece una violenta frattura. Cambia ovviamente la situazione, ma il film disperde totalmente quella fisicità che aveva caratterizzato la prima parte. Emergono qui tutti i limiti del cinema di Marra nel momento in cui la costruzione del racconto si fa più serrata. Un clima alla Kramer contro Kramer. Ma senza mai affidarsi totalmente a un cinema di parola, ma senza neanche abbandonarlo totalmente. La parte processuale, i dialoghi di Marco con l’avvocato e la persona che deve aiutarlo a ritrovare Martina appare piuttosto farraginosa e anche la prova di Scamarcio, fino a quel momento convincente, perde d’intensità.

La prima luce segue il disorientamento del protagonista in un paese non suo: la difficoltà della lingua, la legge. Ma stavolta si affida a sottolineare il personaggio dentro le inquadrature (Marco accanto alla foto di Matteo) che rischiano anche di rasentare anche il compiacimento formale (il protagonista sullo sfondo delle nuvole). Il presunto rigore non coincide con una maggiore lucidità. Il dramma diventa costruito e sembra avvertirsi soprattutto nella rabbia reciproca della coppia. Mateo resta lì, in mezzo ai due lati della strada. C’è proprio un’inquadratura che lo sottolinea. Con l’impressione di una forzatura simbolica della quale non si sentiva il bisogno, forse uno dei risultati di una scrittura che segue troppe piste contemporaneamente.

Regia: Vincenzo Marra
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Luis Gnecco, Alejandro Goic, Gianni Pezzolla
Distribuzione: Bim
Durata: 108′
Origine: Italia, 2015

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