La profezia di Soderbergh. Vedere (e ripensare) Contagion

…questo articolo è stato scritto in Italia, il giorno 7 della quarantena stabilita dal decreto “Io resto a casa” in materia di emergenza sanitaria e Covid-19.

In filosofia il termine iperstizione sta a indicare una sorta di preveggenza. È una profezia che si autoavvera. Per dirla con le parole del Valerio Mattioli di Remoria (ed. Minimum Fax) “è il futuro che preme sul presente per realizzare se stesso”. Contagion di Steven Soderbergh – anno 2011, scritto da Scott Z. Burns – è un chiaro caso di iperstizione. È un film talmente pieno di premonizioni che rivisto oggi, in piena quarantena da Coronavirus, appare sconcertante. Più che un capolavoro, porta in sé le tracce del film epocale. Era, già alla sua uscita, una riflessione potentissima sulla globalizzazione, sulla mancanza di confini del nuovo mondo e sulle infinite potenzialità (e pericolosità) del virus all’interno del mercato – la sanità, l’informazione, la finanza, la privacy dei sentimenti persino.

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Alcune delle iperstizioni di Contagion sono tutto fuorché metaforiche. Eccole lì nero su bianco senza neanche sforzarsi troppo, dieci anni dopo, di lavorare di interpretazione: la propagazione dell’agente endemico dalla Cina al resto del mondo, le quarantene che portano alla paranoia e al saccheggio – bene, a quello speriamo di non arrivarci! – la corsa contro il tempo degli scienziati verso l’elaborazione di un vaccino, il potere di una controinformazione – il blogger interpretato da Jude Law – che prolifera in rete e fornisce alternative complottiste alla narrazione ufficiale.

Ci sono però due aspetti che si agganciano in modo sconcertante all’attualità di questi giorni. Sono due dettagli narrativi. Il primo riguarda l’impossibilità di ricostruire le modalità iniziali del contagio. Nel film c’è un’inviata dell’Oms (Marion Cotillard) che studia ossessivamente le telecamere di sorveglianza del casinò di Macao per cercare di ricostruire la scena in cui le prime vittime dell’epidemia si sono incrociate. Le vediamo toccarsi, sfiorarsi, parlarsi. Notiamo gli scambi ma non capiamo chi ha contagiato chi. Le immagini rappresentano, ma non scoprono. Così nessuno in Contagion sa chi è il paziente zero (vi ricorda qualcosa?).

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Per la verità non proprio nessuno. Lo spettatore sì. E qui entra in gioco il secondo punto. Soderbergh e Burns costruiscono il film in modo tale da inserire in coda il prologo, ovvero il giorno 1, quello del contagio. Scopriamo che il virus nasce da una fusione tra un pipistrello e un maiale avvenuta in un mercato alimentare (vi ricorda qualcosa?). La prima immagine di questo epilogo/prologo vede pipistrelli scappare da una foresta rasa al suolo da una ruspa. L’ecosistema sconvolto dall’intervento umano si prende la sua rivincita diventando un’arma letale per l’uomo stesso. Come fosse un’anatema di Greta Thunberg ante litteram (a proposito date un’occhiata alle emissioni di gas serra in questi due mesi di epidemia).

Un’ultima cosa. Giornalisti e fan del genere distopico – ammetto di non esserne immune – stanno condividendo da pochi giorni un’uscita pubblica di Bill Gates del 2015, in cui l’uomo più potente del mondo annunciava una imminente catastrofe planetaria a causa di una pandemia. Iperstizione da manuale. “Un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo” diceva Gates. Da non crederci. Ma avrebbe dovuto pagare il copyright a Soderbergh e Burns.