La programmazione di Fuori Orario da domani al 15 febbraio

Domenica  09   febbraio

Fuori Orario cose (mai) viste di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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ECHI DA UN ALTRO MONDO

a cura di Fulvio Baglivi

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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WENN AUS DEM HIMMEL – QUANDO DAL CIELO          

(Italia 2015, col., 89′)

Regia: Fabrizio Ferraro

Con: Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, Manfred Eicher

In un auditorium deserto, un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, due tra i più importanti musicisti jazz, Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, incontrano per la registrazione di un disco lo storico produttore della ECM Manfred Eicher. Qui, di fronte ad una platea spettralmente vuota, si sviluppa un lavoro artistico e artigianale in tutto analogo a quello di un laboratorio rinascimentale. Un lavoro nel quale la ricerca sul suono, l’esecuzione, la costruzione della struttura musicale, diventano espressioni di una fuga senza moto.

 

LA SCUOLA D’ESTATE       

(Italia, 2015, col., 86’45”)

Regia, montaggio: Jacopo Quadri

Jacopo Quadri

Con: Luca Ronconi, Luca Bargagna, Benedetto Sicca, Lucrezia Guidone, Sara Putignano, Fabrizio Falco, Gabriele Falsetta, Fausto Cabra, Lucia Lavia, Matteo Ramundo, Massimo Odierna, Francesco Petruzzelli, Rosy Bonfiglio, Matteo Mauriello, Arianna Di Stefano, Carmine Fabbricatore, Michele Lisi, Desireé Domenici, Eugenio Papalia, Gianluca Pantosti, Flaminia Cuzzoli, Barbara Chichiarelli, Giulia Gallone, Giulio Maria Corso, Ivan AlovisioLuca

Ronconi ha scelto l’Umbria per creare uno spazio dove accogliere giovani attori e giovani attrici, e attivare un libero cortocircuito teatrale, svincolato da condizionamenti e scadenze produttive. A Santa Cristina, in Umbria, in una vecchia stalla ristrutturata, una sorta di casa incantata nella luce trasparente e magica della campagna, scopriamo il maestro in veste di vecchio bambino: nel gioco dei caratteri e nello scavo delle voci, alla ricerca delle pieghe segrete dei personaggi, in un affascinante scandaglio dei testi.

“Ho scelto di avvicinarmi a Ronconi con discrezione, semplicità, nessuna adulazione, silenziosamente ci siamo introdotti nella vita della scuola. Ne abbiamo fatto parte e come gli allievi abbiamo riscoperto il valore dello studio, della concentrazione e del mettersi in discussione, del non accontentarsi del proprio lessico, delle proprie abitudini, che possono diventare una gabbia” (Jacopo Quadri)

Venerdi  14  febbraio   2020

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

presenta

RITUALI MUSICALI (AL RITMO DEL CINEMA)

a cura di Donatello Fumarola

 

 

 

ONDEKOZA FILM                          PRIMA VISIONE TV     

(Id, Giappone, 1981, col., dur. 105’,v.o. sott. in it.)

Regia: Tai Kato

Con: Eitetsu Hayashi, Toshio Kawauchi, Yoshiaki Ooi, Yoshikazu Fujimoto, Takumi Takano.

Documentario anomalo (girato nell’arco di qualche anno) di uno dei massimi cineasti giapponesi del dopoguerra al suo ultimo lungometraggio. Racconta e mette in scena la storia di Ondekoza e dei suoi membri fondatori, un gruppo di giovani musicisti che vivono in comune sull’isola di Sado nella prefettura di Niigata. Creano il taiko drumming, una tecnica percussiva, che ha reso celebre il gruppo in tutto il mondo.

  

ELEGIA DELLA VITA – ROSTROPOVICH, VISHNEVSKAYA

(Elegija zhizni: Rostropovic, Vishnevskaja, Russia 2006, col., v. o. sott. it., dur.101′)

Regia: Aleksandr Sokurov

Con: Galina Vishnevskaya,  Mstislav Rostropovich

Vita di Galina Vishnevskaya, soprano, leggenda dell’opera a livello mondiale, e del marito Mstislav Rostropovich, grande musicista celebre anche per le sue battaglie in favore di un’arte senza frontiere e libera di esprimersi.

Sokurov svela, tramite un flusso di note e parole, conversazioni confidenziali e uscite pubbliche, le sorprendenti personalità di due grandi figure della cultura musicale europea. Un omaggio all’arte, alla lirica. E a una storia d’amore. Un viaggio attraverso la storia, tramite due pedine straordinarie, interlocutori colti, profondamente umane, capaci di proporre uno sguardo critico sul mondo.

 

Sabato 15   Febbraio   2020

Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

L’AVANGUARDIA CONTINUA:

l’esperienza televisiva di Carlo Quartucci

(1)

a cura di Paolo Luciani

 

Sono figlio di un fanciullo del terremoto del 1908.

Mio padre, messinese, Antonino Manganaro, attore, capocomico, direttore artistico… è stato estratto dalle macerie che aveva quattro anni. Mia madre, Angela Quartucci, napoletana, canzonettista, o meglio cantante e attrice, è venuta a Messina a otto anni in quel terremoto con mio nonno Pasquale Quartucci,ebanista, mastro d’ascia assieme ad altri undici lavoratori, carpentieri, fabbri, muratori…”Dodici apostoli venuti da Napoli per ricostruire Massina” soleva dire Pasquale Quartucci, sempre, in tutti gli anni della mia infanzia.

“Terremoto del 1908” disse mio padre nel 1975 a Gibellina ai terremotati del Belice, nelle baracche di lamiera infuocate dal sole d’estate, incazzati e manifestanti, che lo avevano accerchiato minacciosi, lui “l’attore” simile a loro, mentre giravo io un film su “storia di contadini” per la seconda rete televisiva. E loro con rispetto, dopo, l’hanno lasciato recitare la parte della loro “ribellione”. E io filmavo questo padre con in corpo il fanciullo terremotato di quattro anni.

E così sempre con questo padre e i suoi racconti terremotati e le visioni  – mio padre sentiva, “avvistava” ogni piccolo segnale di terremoto molto prima che avvenisse – questo padre che mi accompagna “attore” nei miei lavori: maestro d’ascia nel Moby Dick televisivo del 1972; “attore” della compagnia in Pantgruel alla radio (600 ore di registrazione); “suggeritore” nel mio film L’ultimo spettacolo di Nora Helmer in Casa di bambola di Henrik Ibsen; borgataro-attore in Borgatacamion il film, tre puntate in tv alle 20.30; assieme a mia madre “bambinaia” di Casa Helmer e borgatara, dell’attore Don Antonio, e tanti “altri” lavori.

Ho convissuto per molti anni con questo “fanciullo” padre- attore e i suoi traumi di quel terremoto; questa tragedia, questa catastrofe ha in qualche modo attraversato la mia vita artistica. Ha terremotato il mio “viaggio scenico”, dalla Sicilia a Roma, Berlino, Vienna, Parigi, New York, Sidney…

Al punto che all’Università di Torino, per la mia laurea honoris causa nel 2002, nella mia “lezione magistrale” mi sentivo “figlio” di Empedocle, scoperto a 18 anni e traumatizzato dall’immagine della sua caduta nel cratere, e figlio di un fanciullo “estratto” dalle macerie del terremoto del 1908…

Carlo Quartucci, 2015

“…il nuovo teatro italiano, che rappresenta una vicenda artistica di grande importanza, esemplare, originale, e in qualche modo unica nel panorama internazionale, ha un preciso anno di inizio, il 1959.

In quell’anno a Roma si ha l’esordio di tra grandi della scena italiana: Claudio Remondi con la MOSCHETA di Ruzante, in giugno; Carlo Quartucci con ASPETTANDO GODOT di Beckett, in settembre; Carmelo Bene, attore in CALIGOLA di Camus, con la regia di Alberto Ruggiero, in ottobre.

Il 1959 può a buon diritto essere considerato effettivo anno di inizio del nuovo teatro, anche a livello internazionale, dato che corrisponde all’inizio, ad Opole in Polonia, dell’attività del Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski e a New York dell’attività del Livin Theatre di Julian Beck e Judith Malina; sempre in quell’anno viene pubblicato il primo manifesto teorico dell’altro grande polacco, Tadeusz Kantor, già attivo dal 1955 con il suo Teatro Cricot 2.”

“…Carlo Quartucci, figura centrale della nuova scena italiana – che teatralmente attraversa da protagonista assoluto e collante altrui il primo decennio – si accampò sulle sponde del Tevere a Prima Portare realizzando nel 1965 un memorabile Festival Beckett (come testimoniato da un altro protagonista di quella stagione, Pippo Di Marca). Con questa operazione, fortemente innovativa e coinvolgentem Quartucci completa e chiude una lunga e fortunata ricerca sulla drammaturgia beckettiana, condotta insieme ad un notevole gruppo di attori: oltre a Claudio Remondi, i giovani Leo De Berardinis, Rino Sudano e Cosimo Cinieri. Nel clima aperto e comunitario del festival romano nascono nuove idee, anche a seguito di interessanti incontri, come quello di Quartucci con Giuliano Scabia, poeta, autore drammaturgico e grande animatore teatrale.

…alla Biennale di Venezia del 1965 Scabia e Quartucci presentano il lavoro ZIP…le violente critiche, al limite del linciaggio (da parte  di una vecchia critica che, evidentemente, non vedeva l’ora  di regolare i conti con una avanguardia teatrale ormai sempre più al centro della nuova scena e  dell’interesse di un pubblico e di una critica invece più attenti ai nuovi linguaggi espressi dai tanti gruppi e personalità che si erano moltiplicate in quegli anni) spinsero i due autori ad accettare l’invito di Sipario, rivista ufficiale della drammaturgia italiana;  l’intervento che ne seguì produsse un documento ancora considerato fondamentale per la storia dell’nuovo teatro, che oltre a presentare i loro intenti ed il loro metodo di lavoro conseguente, esplicita con estrema lucidità il senso dell’avanguardia contemporanea. Scabia e Quartucci riconoscono il valore profondo del gesto dada e della rottura rivoluzionaria delle avanguardie storiche, ma considerano che ora l’atteggiamento debba essere diverso e costruttivo, facendo tesoro meravigliosi risultati e del fallimneto di quelle grandi esperienze, da intendersi come un prezioso serbatoio da attingere

(da Cento storie sul filo della memoria di E. Bargiacci e R. Sacchettini ed. Titivillus)

Carlo Quartucci in diverse occasioni ha utilizzato il mezzo televisivo per portare avanti il suo lavoro di ricerca teatrale; misurandosi, inutile dirlo, con tutte le specificità, le particolarità, le possibilità, anche innovative e tecnologiche, che il mezzo poteva offrire, utilizzandolo al limite del possibile per presentare, ad un pubblico certamente diverso da quello dei suoi spettacoli, la sua idea di teatro. Il suo lungo rapporto con la Rai lo ha portato sia a partecipare a diverse trasposizioni filmate di testi teatrali come  di racconti, secondo una linea di intervento aziendale votata alla qualità e alla promozione di giovani talenti registici, tipica dei primi anni ’60;  ma anche a proporre  rivoluzionarie rivisitazioni di classici (Moby Dick, Don Chisciotte, Robinson Crusoe) come a partecipare in prima persona ad operazioni  di assoluta novità teorica e produttiva; in questo caso  figlie anche della grande spinta di socialità che si sviluppa negli anni ’70 e che la Rai seppe, in alcune importanti occasioni, non solo documentare ma anche stimolare (vedi il progetto de I RACCONTI DELLA TERRA e  BORGATACAMION).

Carlo Quartucci è scomparso il 31 dicembre del 2019 a Roma.

Fuori Orario dedica una serie di notti riproponendo molti dei materiali realizzati per la televisione con il suo gruppo di lavoro

nella notte

LA RAPPRESENTAZIONE DELLA TERRIBILE CACCIA ALLA BALENA MOBY DICK

(Italia, 1973, colore, 240’ ca)

Regia:Carlo Quartucci; sceneggiatura Roberto Lerici; scenografia e costumi Eugenio Guglielminetti; arredamento Giuseppe Orlandi; musica Fiorenzo Carpi (le canzoni sono cantate da Gigi Proietti) ; luci Ludovico Della Torre

Con: Franco Parenti (Achab), Rino Sudano (Ismael), Carlo Enrici (Starbuck), Claudio Remondi (Stubb), Alessandro Barrera (Dakar), Carlo Hintermann, Alberto Ricca, Sandro Dori, Osiride Pevarello, Santo Versace

messa in onda alle ore 21’20  da sabato 17 marzo a sabato 14 aprile 1973 per cinque puntate sul secondo canale

”non è un tentativo di illustrazione, di trascrizione pura e semplice del romanzo” afferma Roberto Lerici, “piuttosto una ricerca dei significati più autentici ed attuali del romanzo. L’avventura c’è, persino dilatata, mai ricostruita tuttavia con pretese di realismo: è la cornice, non la sostanza. Le cacce alla balena vivono sul teleschermo più nella ingenua drammaticità di certe stampe popolari che nella documentaristica evidenza degli inserti filmati”

(R. Lerici dal Radiocorriere)