La programmazione di Fuori Orario dal 2 all’8 ottobre

Su Fuori orario P’tit Quinquin di Dumont. E poi Wiseman (In Jackson Heights), Varda in prima tv (Daguerréotypes), Ghatak (Un fiume chiamato Titas) e Luis Silvio (La casa è di chi la abita)

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Domenica 2 ottobre dalle 2.40 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

SI SALVI CHI PUO’ – LA VITA NON SI SCAMPA (12)

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

P’TIT QUINQUIN  – 1°, 2° e 3° episodio                                                  

(Francia, 2014, col., dur., 155′, v.o.sott.it.)

Regia: Bruno Dumont

Con: Alane Delhaye, Lucy Caron, Bernard Pruvost, Philippe Jore , Philippe Peuvion, Cindy Louguet

Stupefacente serie in 4 puntate (che può anche venire presentata come film lungo). Una detection poliziesca nella campagna francese per scoprire chi ha smembrato una giovane donna: con due maldestri e scaltri poliziotti, il comandante Van der Weyden e Rudy Carpentier, che si muovono come in una comica burlesque sotto gli occhi di un bambino…  Il sorprendente cambio di registro di Bruno Dumont, secondo il quale “la commedia ha lo stesso potere esplosivo del dramma, la capacità di arrivare dritti al cuore delle cose, ed è sempre una possibilità e un rischio”.

Venerdì 7 ottobre dalle 1.10 alle 6.00

UN POSTO SULLA TERRA (1)

a cura di Roberto Turigliatto

DAGUERRÉOTYPES                      PRIMA VISIONE TV                           

(Id., Francia, 1975, col., dur., 78′, v. o. sott. it.)

Regia, soggetto e sceneggiatura: Agnès Varda

Interpreti:  i commercianti della Rue Daguerre

Restaurato nel 2014 da Ciné-Tamaris presso i laboratori Éclair

“Daguerréotypes non è un film sulla rue Daguerre, pittoresca via del 14° arrondissement, è un film su un pezzetto di quella strada, tra il civico 70 e il civico 90, è un documento modesto e locale su alcuni piccoli commercianti, uno sguardo attento sulla maggioranza silenziosa. È un album di quartiere, sono ritratti stereo-dagherrotipati, sono archivi per gli archeo-sociologi dell’anno 2975. Come nella rue Mouffetard, dove ho girato il mio Opéra-Mouffe, Daguerréotypes è il mio Opéra-Daguerre”. (Agnès Varda, 1978)

“Non mi interessava fare un film politico. Non sono andata a chiedere: E il fisco? E le tasse? E il futuro? Non vuole che cambi qualcosa? Come vota? Ho invece cercato un approccio del tutto quotidiano, cercando di cogliere il modo di vivere di queste persone, i loro gesti”. (Agnès Varda 1975)

“La cineasta e la sua piccola troupe si introducono nei negozi come topolini, con la massima discrezione. Documentando le storie personali del macellaio o del panettiere, le origini provinciali, l’arrivo a Parigi, il lavoro, la pensione, Varda crea così bene una serie di ritratti in movimento da svelare possibilità romanzesche. Ogni soglia di negozio varcata dischiude anche un ricco materiale narrativo, i muri, i banconi, gli sguardi e i gesti raccontano ricordi e tracce di vita quanto le parole degli affabili commercianti. Circoscritta al suo tratto di marciapiede, Varda inventa così un autentico “cinema di quartiere” ridando lucentezza, tenerezza e sapore al quotidiano più prosaico e abitudinario che esista: la propria via. (Serge Kaganski, Les Inrockuptibles, novembre 1995)

IN JACKSON HEIGHTS

(USA, 2015, col., dur., 180’, v .o. inglese, spagnolo, arabo, hindi con sott., it.,)

Regia: Frederick Wiseman

Jackson Heights, nel Queens, a New York, è una del comunità etnicamente e culturalmente più eterogenee degli Stati Uniti e del mondo. Ci sono immigrati da ogni paese del Sud America, da Messico, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, India e Cina. Alcuni sono cittadini, altri hanno la green card, altri ancora non hanno documenti. Le persone che abitano a Jackson Heights, nella loro diversità culturale, razziale ed etnica, sono rappresentative della nuova ondata di immigrati in America. Alcune delle questioni poste dal film – l’assimilazione, l’integrazione, l’emigrazione e le differenze culturali e religiose  – sono comuni a tutte le principali città dell’Occidente. Il tema del film è la vita quotidiana delle persone di questa comunità: i loro affari, i loro centri comunitari, le loro religioni, e le loro vite politiche, culturali e sociali; nonché il conflitto tra il mantenimento dei legami con le tradizioni dei paesi di origine e il bisogno di imparare e adattarsi ai costumi e ai valori americani.

L’America è un paese di immigrati. Come nel XIX e nel XX secolo, molti si stabiliscono a New York. In Jackson Heights è un film su una comunità in cui si parlano 167 lingue e gli immigrati del Sud America e dell’Asia vivono e lavorano con i discendenti degli immigrati del XIX secolo, provenienti dall’Europa centrale e occidentale”. (Frederick Wiseman)

Sabato 8 ottobre dalle 2.00 alle 7.00

UN POSTO SULLA TERRA (2)

a cura di Roberto Turigliatto

LA CASA E’ DI CHI LA ABITA (PORTA PIA OCCUPATA)        PRIMA VISIONE TV

(Italia, 2019, col., dur., 109’)

Regia: Luis Fulvio

La vita (stra) ordinaria in un palazzo al centro di Roma. Persone diverse, provenienti da luoghi diversi (Africa, Sud America, Roma stessa), famiglie e single con background diversi, che lottano insieme per rivendicare il diritto all’abitazione pubblica. Intanto, di fronte alla totale mancanza di soluzioni reali da parte dello Stato, dal 2007 vivono la loro quotidianità riunendosi per difendere il luogo e trovare le migliori modalità di convivenza.

“La casa è di chi l’abita. E il tempo è dei filosofi. La canzone di Francesco Bertelli – testo scritto in ricordo della Comune di Parigi – «versione» Youngang su cui scorrono i titoli di coda è quasi il controcampo del film di Luis Fulvio, premiato al Laceno d’oro di Avellino   – un po’ come la dedica finale che per scoprirla si deve arrivare in fondo. Di cosa si parla lo sappiamo invece subito, dal titolo La casa è di chi l’abita – Porta Pia occupata. Una casa occupata dunque, a Roma, nel quartiere borghese intorno a Piazza Fiume, davanti a quella «breccia» icona dell’unità d’Italia: negozi, bar, ristoranti, musei, le vie di ambasciate e ministeri importanti si snodano appena intorno. Ma il film ci porta altrove, anche se l’esterno romano – tra manifestazioni e «guardie» all’entrata dello stabile in caso di improvvise irruzioni di vigili o quant’altro, non manca. Dentro c’è invece la realtà della casa coi suoi «rituali», le regole, gli sprazzi privati di ciascuno e la definizione di una norma collettiva che avviene nelle assemblee partecipate, durante le quali vengono affrontati e discussi i punti chiave che costruiscono – e garantiscono – questo universo. (…) Il film di Luis Fulvio – già autore di un magnificamente irrequieto «documento» sul ’77 – ’77 No Commercial Use – non è un film su una occupazione; piuttosto a partire da lì, e in una situazione precisa, quella di Porta Pia occupata, prova a capire come si può raccontare questa esperienza, con quali immagini, da che punto di vista. Ogni passaggio così prima ancora che definire una «storia» pone una domanda al proprio gesto di filmare, al proprio ruolo di filmmaker, al dialogo che si instaura tra la macchina da presa e il mondo. (…)

 Il regista mantiene sempre la sua posizione rispetto alla materia che sta affrontando, e guarda wisemaniamente a questa «istituzione» e alla sua battaglia per un diritto fondamentale, la casa, all’interno della quale affiorano altri conflitti della nostra società, economici, sociali, che la rendono una possibile lente sul mondo. Il punto, o meglio la scommessa, è proprio questo: far sì che tutto ciò sia visibile, senza sovrapporre giudizi, interpretazioni, formati ideologici, e anzi lasciando posto alle contraddizioni che inevitabilmente si presentano”. (Cristina Piccino, Il Manifesto, 17 dicembre 2020)

UN FIUME CHIAMATO TITAS (A RIVER CALLED TITAS)          

(Titas Ekti Nadir Naam, India/Bangladesh, 1973, b/n., dur., 153′, v. o. sott.italiani.)

Regia: Ritwik Ghatak

Con: Kabori Sarwar, Rosy Samad, Rani Sarkar, Sha kul Islam, Prabir Mitra

La saga poetica e politica del grande regista bengalese Ritwik Ghatak dedicata alle comunità di pescatori lungo il fiume Titas. Film di potente bellezza e di straziante malinconia.  Opera recentemente restaurata dal laboratorio L’Immagine Ritrovata grazie al World Cinema Project della Film Foundation di Martin Scorsese 

“Tratto dal romanzo epico dall’omonimo titolo dello scrittore bengalese di Advaita Barman, il film racconta la povertà e le condizioni di vita durissime delle famiglie di pescatori disseminate nei villaggi che costeggiavano le rive del fiume Titas, prima della ripartizione del Bengala in Occidentale e Orientale. Le donne, al pari del fiume Titas, sono protagoniste. Basanti (Rosy Samad) dal carattere generoso e combattivo unisce in sé le tradizioni di un mondo che sta scomparendo a una volontà ostinata e moderna di ribellarsi a una società ingiusta. L’attrice Kabori Sarwar, incarnazione vivente della dea RajarJhi, manifestazione dell’amore supremo per Krishna, rappresenta, insieme allo sfortunato marito che diviene pazzo per la sua perdita, la summa della religione induista. Dalla loro unione nascerà un figlio che presto orfano, passerà di casa in casa, di famiglia in famiglia. La luce che riverbera dall’acqua del fiume, dalla pioggia, dai volti bagnati di lacrime si scioglie nel respiro dei corpi, vibra negli strumenti musicali tradizionali, componendo un’elegia perfetta”. (dal catalogo di “Cinema Ritrovato”)

“Il film è opera di puro genio. Elegia appassionata di una cultura morente, mi commosse profondamente e continua ancora oggi a ossessionarmi. Ispirato al celebre romanzo bengalese di Advaita Barman e adattato dallo stesso Ghatak, Un fiume chiamato Titas racconta la dura e formidabile storia di un fiume e di una cultura agonizzanti”. (Deepa Mehta).

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