La programmazione di Fuori Orario dal 20 al 26 settembre

Domenica 20 settembre 2020

Fuori Orario cose (mai) viste

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

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IL PRURITO

I mille occhi in convergenza con Fuori orario (3)

Il prurito è il titolo della XIX edizione del festival I Milleocchi di Trieste, e riprende quello dell’unica regia perduta di Carlo Levi, prodotta da Marco Ferreri.  Il Festival, diretto da Sergio M. Grmek Germani, che da sempre si occupa delle zone più segrete e appassionanti del cinema, viene realizzata in quest’anno di emergenza sanitaria anche con la programmazione televisiva di tre notti di Fuori Orario, una convergenza frutto di anni di ricerche comuni e di affinità elettive. Sergio M. Grmek Germani, che inoltre è stato anche uno degli autori di Fuori Orario nei primi anni del programma, scrive nella presentazione del Festival pubblicata su Film Tv: “La storica amicizia con Fuori orario ha portato a una di quelle convergenze parallele che coltiviamo. Il ringraziamento va a Roberto Turigliatto, che con me cura le tre notti, al coordinamento di Simona Fina, ai montaggi di Dario Cece. (…)  La parte digitale/terrestre del festival (per cercare un’impronta rosselliniana nel termine tecnico delle trasmissioni) include solo film profondamente voluti, di ogni epoca perché il cinema è uno e infinito, e tra questi alcune prime televisive: il sommo Rohmer Agente speciale (di cui scrivo meglio qui nella rubrica), Fiamme sul mare di Waszyński e Cottafavi, e Le officine della Fiat di Luca Comerio (dall’Archivio Cinema d’Impresa di Ivrea). Vi sono inoltre ritrovamenti di film italiani dati per perduti: un episodio di Gente delle Langhe di Cottafavi, e un raro film di Ellis Donda. Inoltre gli amatissimi La casa è nera di Forugh Farrokhzad in rima con le uscite dalla fabbrica di Lumière (negli occhi di Rohmer) e di Comerio, L’intrusa di Raffaello Matarazzo, Love Affair di Leo McCarey e altre meraviglie in via di svelamento”.

ALTRE EPIFANIE

(Italia, 1985, col., dur., 57’)

Regia: Ellis Donda

Con: Luciana Sacchetti, Umberto Bortolani

“Quello realizzato da Ellis Donda per la Terza Rete dell’Emilia Romagna nel 1985, e mai più proiettato da allora, ci appare oggi tra gli oggetti cinematografici più inquieti e affascinanti del cinema italiano anni 80. Presentato solo al Salso Film Festival 1986 (in una selezione cui collaborò il nostro Marco Melani, che con Ciro Giorgini è l’ideale dedicatario di queste notti) sarebbe ora perduto se non ne restasse la traccia della videoregistrazione d’epoca della cosceneggiatrice Luciana Sacchetti, che con Giovanna Pattonieri è anche magnifica attrice. Dopo il film su Rilke a Duino qui Donda tratta l’esilio di Joyce, l’amore per Nora, e il pianto della sensuale Pattonieri col controcampo notturno viene a toccarci intimamente”. (Sergio M. Grmek Germani, direttore I mille occhi)

LE OFFICINE DELLA FIAT                           PRIMA VISIONE TV

(Italia, 1911, b/n, muto, dur.,11’)

“Ormai nessun dubbio che Luca Comerio sia il massimo cineasta delle origini dopo Lumière. E qui si confronta nel finale con la primitiva uscita dalla fabbrica (da noi riproposta nello sguardo di Eric Rohmer). “Ogni inquadratura di Comerio è un capolavoro” (Roberto Turigliatto), e qui come nei film sulla grande guerra egli non teme le committenze, la propaganda: come tutto ciò che è confluito nel genio di Rossellini e Dreyer, egli parte dalla convinzione che lo sguardo del cinema si apre comunque alla verità. Bisognerà attendere le scene di fabbrica di “Europa 51” per vedere qualcosa di altrettanto radicale sull’universo della forza-lavoro, da cui nel finale l’uscita di individui infiniti libera come nessuna rivoluzione è riuscita. Ritrovato da Sergio Toffetti per l’Archivio Cinema d’Impresa dell’olivettiana Ivrea”. (Sergio M. Grmek Germani, direttore I mille occhi)

LA CASA E’ NERA(Khanehsiahast)

(Iran, 1963, b/n, dur., 20’, v.o. sott. in italiano)

Regia: Forough Farrokhzad

Il 13 febbraio 1967 alle 16.30, Forough Farrokhzad è morta a 32 anni in un incidente automobilistico a Teheran. Era una dei più grandi poeti persiani contemporanei e resta purtroppo la regista di un solo film Praticamente sconosciuto in Europa, il film fu commissionato alla regista per documentare l’inguardabile: un lebbrosario in Iran. Il dolore, la bruttezza, la deformità delle persone che lo abitano sono visti mirabilmente senza compiacimenti e commiserazione. Ammirato da Chris Marker e riscoperto negli ultimi anni come uno dei grandi capolavori ignorati della storia del cinema, una preghiera laica sulla folgorante bellezza della creazione divina in tutti i suoi aspetti. 

“Forugh Farrokhzad, che per I mille occhi è con Larisa Šepit’ko e Tanaka Kinuyo la necessità stessa del genio femminile nel cinema, immerge la sua splendida poesia, la sua bellissima voce in questo film quasi-unico, prodotto dal compagno Ebrahim Golestan, nel momento più alto del cinema iraniano, perdurante oltre l’alternanza delle censure politiche. “L’ebbra di cinema” potremmo chiamare Forugh in questo film che reagisce a un universo di lebbrosi (come in Pollet), e nel finale l’uscita dalla casa nera compie il gesto di Lumière e Comerio”. (Sergio M. Grmek Germani, direttore I mille occhi)

UN GRANDE AMORE

(Love Affair, USA, 1939, b/n, 87’07”)

Regia: Leo McCarey

Con: Irene Dunne, Charles Boyer, Maria Ouspenskaja, Lee Bowman, Astrid Allwyn

Sulla nave da crociera su cui si è imbarcato per raggiungere a New York l’ereditiera promessa sposa, un play boy francese spiantato che aspira a diventare pittore incontra una cantante americana di cui s’innamora. In uno scalo a Madera l’uomo fa incontrare la sua nuova conoscenza alla vecchia nonna, in un’atmosfera mistica, che rivela ai due delle sensazioni mai provate. All’arrivo decidono di mettere alla prova il loro amore e di rivedersi un mese dopo sulla cima dell’Empire State Building “la cosa più vicina la Paradiso che abbiamo a New York). Ma un incidente cambierà il corso della storia. Capolavoro di Mc Carey che ne realizzerà il remake nel 1957 (Un amore splendido, con Cary Grant e Deborah Kerr).

“La prima delle due versioni di un incontro d’amore realizzate da uno dei massimi cineasti: l’esistenza stessa di questo film e del suo “remake” (termine obbrobrioso in questo caso) è l’immagine più vera dell’amore, di corpi (non solo degli amanti, ma anche della nonna nella sua duplice incarnazione) che rinviano il loro incontro. Ed ecco il cinema più necessario, che quando pare finire inizia infinitamente.” (Sergio M. Grmek Germani, direttore I mille occhi)

Venerdì 25 settembre 2020

I POTERI MAGICI DEL CINEMA: UNA PSICOPATOLOGIA

1 – The River

a cura di Lorenzo Esposito

LA GUERRA DEI CAFONI       PRIMA VISIONE TV

(Italia, 2017 col, 94’)

Regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte

Con: Pasquale Patruno, Letizia Pia Cartolaro, Donato Paterno, Angelo Pignatelli, Alice Azzariti

Candidato ai David di Donatello 2018 per la migliore sceneggiatura adattata.

Nel terriorio aspro e selvaggio di Torrematta gli adulti sono scomparsi. Unico, a guardia di un’estate che brucia, rimane il proprietario di un bar sperduto nel nulla, spettatore di un’antropologia quasi schizzata che vede affrontarsi senza esclusione di colpi due bande di ragazzi. Da un lato i cafoni, i figli della terra, guidati dal cupo e testardo Scaleno; dall’altro i signori, figli dei ricchi, con a capo l’astuto e fascinoso Francisco Marinho. La guerra si ripete uguale ogni estate e viene combattuta da sempre sprigionando risentimenti dal sapore ancestrale. Ma la società sta cambiando, una delinquenza più moderna e organizzata è pronta a soppiantare l’antico conflitto per trasformare la Puglia in una terra di sfruttamento e guadagno. Storici fondatori del collettivo indipendente Fluid Video Crew, Barletti e Conte firmano qui la loro seconda co-regia (di dieci anni precedente il sorprendente esordio Fine pena mai) ispirandosi al romanzo omonimo di Carlo D’Amicis.

A RIVER CALLED TITAS

(Titas Ekti Nadir Naam, Bangladesh, 1973, b/n., dur., 152’, v.o. sott.it.)

Regia: Ritwik Ghatak    

Con: Kabori Sarwar, Rosy Samad, Rani Sarkar, Sha kul Islam, Prabir Mitra                     

La saga poetica e politica del grande regista bengalese Ritwik Ghatak dedicata alle comunità di pescatori lungo il fiume Titas. Film di potente bellezza e di straziante malinconia, che ha il pregio tuttavia di non abbandonarsi mai al fatalismo. Opera recentemente restaurata.

Sabato 25 settembre 2020

I POTERI MAGICI DEL CINEMA: UNA PSICOPATOLOGIA

2 – Spirited Away

a cura di Lorenzo Esposito

SURBILES                                             FILM     PRIMA VISIONE TV

(Italia, 2017 col, 74’)

Regia: Giovanni Columbu

Presentato al Locarno Film Festival 2017 nella sezione Signs of Life.

“Tutto accade dal tramonto all’alba, quando gli aspri paesi della Sardegna centrale rilasciano le stanche membra. Anche il cielo sembra tremare e portare l’annuncio di un qualche evento grande e ignoto. Ci sono delle donne che nel sonno, oppure potenziate da droghe, lasciano il proprio corpo e fluttuano nelle case altrui per succhiare il sangue ai bambini. Sono le Surbiles, accusate nel passato della morte improvvisa dei piccoli cari. Ci sono anche delle surbiles buone che si contrappongono a quelle cattive e prendono a loro volta forma immateriale per combatterle. Così si racconta. E così filma Giovanni Columbu con un’invenzione assoluta, degna di un moderno Ernesto De Martino, una messa in scena inquieta e inquietante a metà tra inchiesta antropologica e horror etnografico. Già nel’esordio Su Re (2012) Columbu ci aveva introdotti nella sua particolarissima visione della terra di Sardegna come luogo ruvidamente, dolorosamente ancestrale. Ma con Surbiles arriva al cuore della questione. L’immagine, ciò che crediamo di vedere e di sapere, non è altro che la storia delle inummerevoli apocalissi che giacciono nel passato e che risalgono ogni volta la china per definire le nostre vite e le nostre visioni, pronte a circolare in eterno come una sorta di psicopatologia profonda e incancellabile” (Lorenzo Esposito, Locarno Film Festival-PardoLive).

LO ZIO BOONME CHE RICORDA LE VITE PRECEDENTI          

(Loong Boonmee raleuk chat, Thailandia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, col., 2010, 108’37”, v.o. sott. it.)

Regia: Apichatpong Weerasethakul

Con: Thanapat Saisaymar (Boonmee), Jenjira Pongpas (Jen), Sakda Kaewbuadee (Thong), Natthakarn Aphaiwong Huay (moglie di Boonmee), Jeerasak Kulhong (Boonsong, figlio di Boonmee)

Sorprendente e indimenticabile Palma d’oro al festival di Cannes, grazie alla giuria presieduta da Tim Burton, il film tratta il tema della reincarnazione nella cultura thai. Sesto lungometraggio del maestro tailandese (di cui Fuori Orario ha già trasmesso il precedente Tropical Malady e il cortometraggio Luminous People, episodio di Lo stato del mondo).

Lo zio Boonmee, un piccolo proprietario terriero thailandese malato di insufficienza renale, passa i suoi ultimi giorni in campagna con Jai, un immigrato laotiano suo dipendente che si prende cura di lui, e con la cognata Jen e il figlio di questa, Thong, che sono appena giunti in visita dalla città. Una sera, mentre cenano nella veranda della casa all’interno del suo podere dove crescono grandi alberi di tamarindo, appaiono alla loro tavola i fantasmi della moglie Huay morta diciannove anni prima e del figlio, scomparso da qualche anno, che ora ha assunto la forma di una grande scimmia semi-umana dagli occhi rossi e fosforescenti.  Essi parlano con i viventi a testimonianzadell’ incessante ciclo della vita in cui esseri umani, animali e vegetali incessantemente si trasformano. Anche zio Boonme seguirà le due apparizioni attraverso un cammino notturno nella foresta che lo condurrà alla tappa finale della sua vita, morire per rinascere. La vita precedente di Boonme è evocata al centro del film dalla sequenza di una principessa che si accoppia con un pesce gatto: «di fronte alla giungla, alle colline e alle valli – dice Boonmee – le mie vite passate, come animale o altro essere, emergono davanti a me».

LA POTENZA DEGLI SPIRITI

(Italia, 1968, b/n, dur., 28’01”)

Regia: Luigi Di Gianni

Presentato al “Festival di Venezia” nel 1968 ed al “Festival dei Popoli” nel 1969. Ambientato nell’alta Irpinia, il documentario prende in esame, nella prima parte, le pratiche di Giuseppe Cipriani, mago ed esorcista. Vengono interrogati alcuni abitanti del luogo: la madre di un ragazzo che si crede fratello del diavolo ed una posseduta cieca. Nella seconda parte del film si assiste “in diretta” ad una seduta religioso terapeutica in cui un esorcista pentecostale tenta di liberare una donna dallo spirito maligno.

LA POSSESSIONE                                                   

(Italia, 1971, col., dur., 36’51”)

Regia: Luigi Di Gianni

Presentato al “Festival di Oberhausen” nel 1972. “Nascita di un culto” e “La possessione” trattano, a pochi anni di distanza, un caso di culto eretico nell’ambito del cattolicesimo popolare, a Serra d’Arce, in provincia di Salerno.Giuseppina Gonnella, venditrice di pomodori, dopo la morte del nipote Alberto (un ex seminarista deceduto giovanissimo nel 1957 in un incidente di camion) rimane posseduta dal suo spirito e acquista poteri magico terapeutici.

UN MEDICO DI CAMPAGNA

(Italia, 2012, col., dur., 37’26”)

Regia: Luigi Di Gianni

Con: Renato Scarpa, Davide Borettaz, Elvezia Balducelli, Raffaele Braia, Gaetano Gesmundo, Teresa Sciarretta, Teresa Di Leone

“Ero in grande imbarazzo; c’era un viaggio urgente da fare: un malato grave mi attendeva in un villaggio distante dieci miglia (…)” Così comincia Un medico di campagna, racconto scritto da Franz Kafka fra il 1916 e il 1917 e che Di Gianni ambienta in una Puglia lunare e visionaria.