La programmazione di Fuori Orario dal 27 novembre al 3 dicembre

Da stanotte a sabato 3 dicembre nel segno di Jean-Luc Godard e Lucio Fulci. E poi The Assassin di Hou Hsiao-hsien, Gli amori di Astrea e Céladon di Rohmer e Una donna libera di Cottafavi.

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Domenica 27 novembre dalle 2.30 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

I MILLE OCCHI (DI LUCIO FULCI). Apocalipse Now (2)

a cura di Lorenzo Esposito

I GUERRIERI DELL’ANNO 2072          

(Italia 1984, col., dur., 90’)

Regia: Lucio Fulci

Con: Jared Martin, Fred Williamson, Howard Ross, Eleonora Brigliadori, Cosimo Cinieri, Gianni Di Benedetto, Penny Brown

Nel 2072 il network televisivo ‘W Basic’ celebra il bimillenario del Colosseo organizzando dei giochi all’ultimo sangue tra detenuti condannati a morte. Per aumentare gli ascolti, il famoso campione di motociclismo Drake viene incluso con l’inganno tra i concorrenti. I gladiatori cominciano a combattere, ma ben presto si uniscono in una rivolta contro il potere della televisione. Incrocio tra il cinema peplum e le tensioni post-apocalittiche rese popolari dalla saga di Interceptor (ma non solo, si possono riconoscere le influenze di film come Rollerball). I Guerrieri dell’anno 2072 conferma l’eclettismo e l’inventiva forsennata di Lucio Fulci che ricostruisce una Roma futuristica a suo modo unica.

I NUOVI BARBARI        

(Italia 1983, col., dur., 83’)

Regia: Enzo G. Castellari

Con: Enio Girolami, Anna Kanakis, George Eastman, Giancarlo Prete, Fred Williamson, Andrea Coppola

Siamo nell’anno 2019. Dopo una guerra nucleare, i sopravvissuti, organizzati in violentissime gang, si combattono senza speranza fino alla fine del mondo. Sempre sulla scia di Interceptor, Castellari è meno scenografico di Fulci e punta più sul recupero – con variazione post-apocalittica – della tradizione western segnata da Sergio Leone con l’aggiunta di reminescenze da Carpenter e Walter Hill.

 

Venerdì 2 dicembre dalle 1.40 alle 6.00

GODARD FOR EVER

PER I 93 ANNI DI JLG

a cura di Fulvio Baglivi e Roberto Turigliatto

GODARD FOR EVER / 1

(Italia, 2022, col., & b/n, dur., 10’)

“Godard For Ever” è un Progetto in progress di cui presentiamo una prima parte con interventi, inediti e del passato, schegge e frammenti intorno alla figura, l’arte e l’opera di Jean-Luc Godard.

PASSION                                                

(Francia, Svizzera, 1982, col., dur., 88’, v. o. sott., it.,)

Regia, sceneggiatura, montaggio: Jean-Luc Godard

Con: Isabelle Huppert, Hanna Schygulla, Jerzy Radziwilowicz, Michel Piccoli, Laszlo Szabo, Jean-François Stévenin

Un regista polacco gira in studio, in Svizzera, un film incentrato su “tableaux vivant” che riproducono opere famose della pittura occidentale.

“Se questo film è una “passione” – e in effetti lo è – è la passione del cinema stesso, dilaniato tra il puro e l’impuro, la geometria e il caos, la comunicazione e il rumore. Tutti i cineasti cominciano col ridurre questo scarto ancor prima di iniziare il film, proteggendosi dal rumore e dal caos.  Godard, che ama al tempo stesso il rumore e la musica, mette in evidenza proprio lo scarto, ne fa il punto di partenza (…)  Il cinema viene effettivamente salvato da Passion (…) E Godard sceglie la via più difficile, ricordarci da dove viene realmente il cinema (il rumore cacofonico del mondo, la singolarità irriducibile delle cose, le variazioni della luce) e tendere malgrado tutto verso ciò cui il cinema non potrà mai pretendere se non per illuminazioni, la bellezza assoluta. La grande forza estetica di Godard consiste nel sapere che non c’è vera bellezza se non nella scintilla che si crea tra questi due poli”. (Alain Bergala, Cahiers du Cinéma, luglio-agosto, 1982)

SCENEGGIATURA DEL FILM PASSIONE (SCÉNARIO DU FILM PASSION)      

(Francia, Svizzera, 1982, col., dur.,54’, v. o. sott., it.)

Regia, montaggio: Jean-Luc Godard

Con: Jean-Luc Godard, Jerzy Radziwilowicz, Hanna Schygulla, Michel Piccoli, Isabelel Huppert

 “Scénario du film Passion è, con Lettre à Freddy BuachePuissance de la parole e Histoire(s) du Cinéma uno dei momenti più affascinanti dell’opera godardiana degli anni ’80 e ’90,  un’opera in diversi capitoli che si è via via costruita nel tempo. E’ un film più emozionante dello stesso Passion, testimonianza dell’impegno del regista in queste opere che sono apparentemente dei “corollari” e invece si sviluppano liberamente come opere autonome: come nella Lettre à Freddy Buache la voce di Godard esita, balbetta, sembra mimare i momenti di incertezza nel corso della lavorazione del film. Per concludere con un incantesimo che è qualcosa di nuovo nel cinema godardiano”. (Suzanne-Liandrat-Guigues, Jean-Louis Leutrat)

“L’incredibile stratificazione concettuale dello “scénario de Passion”, la sua passione illuministica di mettere bene in luce tutte le oscurità analitiche della “creazione cinematografica” finiscono per rappresentare la costruzione fantastica del corpo dell’autore con sovrimpresso in testa (dentro l’immaginazione) il film in tutte le sue fasi, temporaneamente già concluse – ma viste così tutte insieme – sfatte, slabbrate, intrecciate l’una con l’altra”. (enrico ghezzi)

LE LIVRE D’IMAGE                              

(Francia-Svizzera, 2018, col., dur., 87′, v.o. sott. italiano)

Di: Jean-Luc Godard

Palma d’oro speciale al Festival di Cannes del 2018, l’ultimo capolavoro di Jean-Luc Godard, realizzato con la collaborazione di Jean Paul Battaggia, Fabrice Aragno, Nicole Brenez, è il frutto di un lavoro incessante durato ormai sessant’anni: il corpo a corpo col cinema, il movimento della mano nella pratica del montaggio (che ha definito “mon beau souci”), la perenne infanzia dell’arte come rinnovata cosmogonia  e “ardente speranza”.

Sulla soglia dei 90 anni Godard procede con un incessante “aller et retour” nella sterminata selva di lacerti letterari e cinematografici (di ogni formato e provenienza), nella polifonia delle voci, nello scontro di costellazioni da cui emergono il romanzo di Cossery, Une ambition dans le desert e l’evocazione dell’Arabia felice di Dumas.

Negli ultimi anni Godard ha ripetuto spesso la frase paolina “L’immagine verrà al tempo della resurrezione”. Dopo l’” adieu au langage”, nella sua battaglia contro il Logos, il Libro, la Legge, con Le livre d’Image si può forse cominciare a pensare come le immagini – anche nella catastrofe contemporanea dello spettacolo – possono ancora essere il contrario della legge e della rappresentazione, e come anzi possano contrastarle. “Le livre d’image integra e rilancia tutta questa tradizione magnifica – Artaud, Apollinaire, Epstein – che ha pensato il cinema come capace di liberarci dalla legge dell’identità” (Nicole Brenez). Il cinema non era forse pensato all’inizio come l’arte della luce? E nel finale di Scénario du film Passion (già programmato da Fuori Orario) non si passava dalla pagina bianca al mare per giungere al raggio di sole?

Verso la fine di Le livre d’image la voce cavernosa di Godard, nel nero dello schermo, come proveniente dall’oltre tomba, riprende e distorna le frasi di Peter Weiss: “Anche se nulla doveva essere come lo avevamo sperato, questo non cambierebbe nulla alle nostre speranze, esse resterebbero un’utopia necessaria, il campo delle speranze è più vasto di quello del nostro tempo, e così come il passato era immutabile, allo stesso modo le speranze resterebbero immutabili”.

 

Sabato 3 dicembre dalle 1.10 alle 7.00

LA TRASPARENZA DELL’AMORE 

a cura di Fulvio Baglivi

THE ASSASSIN

(Ci ke Nie Yin Niang, Taiwan / Hong Kong, 2015, col., dur., 101’, v.o. sott. it.)

Regia: Hou Hsiao-Hsien

Con: Shu Qi, Chang Chen, Zhou Yun, Satoshi Tsumabuki.

Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2015, è l’unica incursione nel genere wu

xia pan (cappa e spada) e, ad oggi, l’ultimo film di Hou Hsiao Hsien, il grande maestro taiwanese. L’interpretazione che Hou Hsiao Hsien fa del genere è spiazzante: i combattimenti in volo e i colpi di spada vanno di pari passo a un discorso visivo in cui la rabbia politica e il romanticismo si dipanano attorno all’abisso indecifrabile di visibile e invisibile. Il difficile compito assegnato alla spadaccina Nie Yinniang, di uccidere il governatore suo cugino cui un tempo fu promessa sposa e poi negata, diventa invece sprofondamento in una geometria di veli, dove la bellezza sta nell’ipnotico sguardo che indaga ciò che si disperde nella visione, alla ricerca continua di un equilibrio tra furia amorosa e etica della responsabilità.

GLI AMORI DI ASTREA E CÉLADON           

(Les amours d’Astrée et de Céladon, Francia, Italia, 2007, dur., 105′, v.o. sottotitoli italiani)

Regia: Eric Rohmer

Con: Andy Gillet, Stéphanie Crayencour, Cécile Cassel, Véronique Reymond

Opera maggiore della letteratura francese del XVII secolo (pubblicata a partire dal 1607), Les amours d’Astrée et Céladon di Honoré d’Urfé è un romanzo pastorale conosciuto anche come “Il Romanzo dei Romanzi” sia per la sua estrema lunghezza sia per il grande successo che ottenne in tutta Europa. L’azione si svolge nel V secolo, nella Gallia ai tempi dei Druidi, al di fuori della civiltà romana. .Céladon è il figlio di una famiglia di piccola nobiltà  che si traveste da pastore per amare  la pastorella Astrée. Per un equivoco Astrée crede di essere stata tradita e ripudia Céladon che, disperato, si getta in un fiume ma viene salvato dalle ninfe della dea Galatea che lo accoglie nel suo regno a patto che non si faccia rivedere da Astreda.  I due innamorati dovranno attraversare molte prove prima di potersi riunire.

Rohmer nel suo ultimo film, che è anche una sorta di summa di tutto il suo cinema, ne fa l’adattamento ambientandolo in un contesto contemporaneo al romanzo: come nel XVII secolo si poteva immaginare una civiltà pastorale “gallica” che si fosse tramandata fino a quel momento. La sensualità della parola, dei corpi e del paesaggio risplendono in un’opera maggiore del suo autore, a torto sottovalutata.

“Se ho avuto voglia di adattare questo testo è perché naturalmente vi ho trovato numerosi motivi dei miei film precedenti. Per esempio, il motivo centrale della fedeltà. Il tema è quasi una costante in Ma nuit chez Maud , Conte d’hiver,  La Collectionneuse, ma anche in  Les Nuits de la pleine lune. La mia unica opera teatrale, Le trio en mi bémol, è costruito su una suspense analoga a quella de L’Astrée.  Vi si trova un personaggio che si ostina, in maniera altrettanto folle di Céladon, a non pronunciare la parola che da sola provocherebbe in risposta la frase che lui aspetta dalla sua amica. Perché questa frase deve venire solo da lei.” (Eric Rohmer)

UNA DONNA LIBERA                                                            

(Italia,Francia, 1954, b/n, dur., 92′)

Regia: Vittorio Cottafavi

Con: Françoise Christophe, Pierre Cressoy, Christine Carère, Gino Cervi

Liana, ragazza benestante e laureata in architettura, sogna una vita libera e indipendente. Dopo aver incontrato il musicista Gerardo Villabruna annulla il matrimonio con l’ingegnere Fernando e fugge con lui a Amalfi. Dopo aver scoperto che il direttore d’orchestra per cui ha rotto il fidanzamento è solo un vanesio dongiovanni, Liana si trasferisce da Napoli a Parigi dove accetta la corte di un ricco armatore. Ma la ricomparsa del musicista, che per vendicarsi del disprezzo di Liana vorrebbe sedurne la sorella, trasforma la sua vita in una tragedia.

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