La programmazione di Fuori Orario dal 3 al 9 gennaio

Su Fuori Orario omaggio a Bergman con Il posto delle fragole, Fanny e Alexander e la copia restaurata di Il settimo sigillo. E ancora Sacrificio, Lo and Behold e La cosa da un altro mondo

Domenica 3 gennaio dalle 1.05 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Fumarola Giorgini Luciani Melani Turigliatto

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presenta

IL CINEMA FUGGE

REGISTI IN CERCA D’AUTORE (2)

a cura di Lorenzo Esposito e Roberto Turigliatto

IL POSTO DELLE FRAGOLE

(Smultronstället, Svezia, 1957, b/n, 88‘, v.o. sottotitoli italiani)

Regia: Ingmar Bergman

Con: Victor Sjöström, Bibi Andersson, Ingrid Thulin, Gunnar Björnstrand, Max Von Sydow, Björn Bjelfvenstam, Naima Wifstrand

Con questo film Ingmar Bergman fu insignito di premi in tutto il mondo. Vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino e il premio della critica al Festival di Venezia, il primo premio al Festival argentino di Mar del Plata e il Nastro d’argento in Italia. Fu infine candidato all’Oscar per il miglior soggetto originale e ottenne il Golden Globe della stampa estera a Hollywood.

Mai film fu più chiaramente parte di un percorso personale, di discesa nel proprio inconscio alla ricerca delle ragioni di un‘esistenza. Il punto di partenza è di marca psicanalitica: “Immagino che i più forti impulsi a fare Il posto delle fragole siano nati proprio di qui. Io mi ritraevo dalla figura di mio padre, cercando spiegazioni alle amare controversie con mia madre“ (I. Bergman, Immagini, Garzanti, 1992).

Il vecchio e illustre professor Isak Borg viene insignito di un prestigioso premio accademico e dovrà recarsi a Lund per ritirarlo. La sua giornata inizia però con un incubo: egli si trova solo in una città sconosciuta dove gli orologi sono privi di lancette,  un carro funebre cozza contro un lampione facendo cadere sul selciato la bara che trasporta. Si vede una mano afferrare il professore per il braccio, ed egli riconosce nel volto del morto il proprio viso. Al risveglio, decide di affrontare il viaggio in automobile e la nuora Marianne si offre di andare con lui. Durante il viaggio, una deviazione conduce i due alla casa dove Isak era andato in vacanza per vent’anni con nove tra fratelli e sorelle e dove il vecchio si lascia travolgere dai ricordi. Lungo l’itinerario si trova la casa della mamma ultranovantenne di Isak, l’anziana donna mostra a Isak e a Marianne vecchi giocattoli e vecchie foto lamentandosi per la solitudine. Dopo la breve visita, si rimettono in viaggio e, mentre Marianne è alla guida, Isak si addormenta e viene colto da un nuovo incubo. Quando il professore si risveglia dice a Marianne “Sono morto pur essendo vivo”. Il viaggio ha finalmente termine: inizia la cerimonia, Isak, che sente essere cambiato qualcosa in lui, decide di trascrivere l’esperienza di quella giornata. La sera, quando si addormenta, ricorda ancora i momenti felici dell’infanzia e l’immagine dei genitori. “Nel Posto delle fragole mi muovo senza fatica e con una certa spontaneità su diversi piani: tempo, spazio, sogno-realtà” (I. Bergman, id.)

FANNY E ALEXANDER

(Fanny och Alexander, Svezia-Francia-Germania, 1982, col., dur. 178’57”, versione italiana)

Regia: Ingmar Bergman

Con: Pernilla Allwin, Bertil Guve, Börje Ahlsted, Ewa Fröling, Erland Josephson, Allan Edwall, Jan Malmsjö, Käbi Laretei, Gunnar Björnstrand, Harriet Andersson, Stina Ekbad

Prossimamente Fuori Orario presenterà anche la versione televisiva del film  (4 puntate della durata  della durata complessiva di 312’).

Summa e testamento (se non gli fosse seguito il mirabile Sarabanda, già trasmesso da Fuori Orario), Fanny e Alexander è anche un film autobiografico, un atto d’amore per l’arte della rappresentazione (lanterna magica, marionette, magia, cinema e teatro sono in fondo la stessa cosa) alla quale Bergman ha dedicato tutta la sua vita d’artista.

Nel 1907, in una città della provincia svedese, l’agiata famiglia borghese degli Ekdahl festeggia il Natale in casa di nonna Helena. La famiglia, ma più in generale il mondo intero, sono osservati con gli occhi innocenti e visionari dei due bambini Fanny e Alexander, figli del direttore del teatro locale Oscar. Alle vicende di Fanny e Alexander si intrecciano quelle personali degli zii Gustav Adolf e Carl.  Quando la malattia porta alla morte Oscar, la madre di Fanny e Alexander, Emilie, trova conforto nella religione e finirà per sposare il pastore protestante Vergérus. La vita dei due bambini subisce un grande e brusco cambiamento, dalla dimora sontuosa e ricca di giochi dovranno adattarsi alla rigidità e all’austerità della canonica e conosceranno la durezza din un mondo crudele…    Alla fine del film la nonna Helena ha di nuovo finalmente tra le braccia l’adorato nipotino Alexander, e legge per lui le parole de Il sogno di August Strindberg   «Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni».

 

Venerdì 8 gennaio dalle  1.05  alle 6.00

IDENTIFICARE LE VARIABILI (3)

a cura di Simona Fina

IL SETTIMO SIGILLO    COPIA RESTAURATA

(Det siunde inseglet, Svezia, 1957, b/n, dur., 95’18”, v.o. sott. in italiano)

Regia: Ingmar Bergman; Soggetto: dal dramma Trämålning di Ingmar Bergman; Sceneggiatura: Ingmar Bergman; Fotografia: Gunnar Fischer

Con: Max von Sydow (Antonius Block); Gunnar Björnstrand (Jöns), Bengt Ekerot (la Morte), Nils Poppe (Jof), Bibi Andersson (Mia), Åke Fridell (Plog), Inga Gill (Lisa), Erik Strandmark (Jonas Skat), Bertil Anderberg (Raval), Inga Landgré (Karin), Gunnar Olsson (Albertus Pictor)

Premio speciale della Giuria ex aequo con I dannati di Varsavia di Andrzej Wajda al 10° Festival di Cannes. La copia che presentiamo è stata restaurata dalla Svenska Filminstitute a partire dal negativo originale 35 mm

“Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe”. (Apocalisse di San Giovanni, 8, I)

“Quel silenzio impressionante, magnificamente evocato nel film dall’aquila giovannea immobile tra le nuvole, sottolinea l’importanza suprema della Rivelazione, mentre il Libro dei Sigilli, ormai dissigillato, si svolge, lentamente. Tutto il film si colloca i questa mezz’ora. Questo è il tempo di dilazione che il Cavaliere, rigettato sulla spiaggia, chiede alla Morte. Mentre i flagelli continuano ad infierire quaggiù, bisogna cercar di interrogare questo silenzio del cielo, questo segreto che forse si nasconde al di là dell’ultimo sigillo infranto. Ma per Bergman questo interrogativo resterà senza risposta. Il Libro dei Sigilli si è forse aperto, ma nessuno sa che esso ha un contenuto. In ogni caso nessuno l’ha potuto interpretare. Bergman resta alla soglia dell’Apocalisse, la soglia della Rivelazione”. (Amédée Ayfre, Contributi a una teologia dell’immagine, Roma, Edizioni Paoline, 1966, pag. 155).  Il Settimo Sigillo è uno di quei film immortali, come immortali sono gli interrogativi che Bergman pone in tutti i suoi film. Lo spettatore non ha riposo di fronte a un’opera che lo obbliga, senza tregua, a una riflessione intima sul senso della vita. È un cinema senza certezze che rispecchia il crollo dei valori dell’epoca post illuministica e l’esaurimento di ogni residuo positivistico. Con quest’opera Bergman introduce la tematica religiosa nella sua filmografia, anticipando il tema dello specchio (sviluppato poi nella trilogia) e la concezione dell’uomo tormentato che non è più in comunione con sé stesso e con il prossimo. La problematica esistenziale del cinema di Bergman è esposta in questo film in maniera quasi didascalica. Il Crociato chiede una dilazione alla Morte per compiere qualcosa di buono. Durante il rinvio concessogli dalla Morte, il Cavaliere incontra, attraverso un itinerario simbolico, i drammi e le tragedie degli uomini (la guerra, la peste, la collera, l’adulterio, la superstizione) e riesce a riscattarsi sottraendo alla morte una famiglia felice. Nell’amore, forse, risiede l’unica via di salvezza. L’idea del film venne al regista osservando gli affreschi nelle chiese medievali dove accompagnava il padre pastore. Attraverso l’evocazione di pitture e sculture, Bergman rappresenta un nordico medioevo, giocando magistralmente con la luce. Il bianco e nero della scacchiera sulla quale il Cavaliere e la Morte giocano la partita definitiva della vita si ripropone in uno smagliante contrasto di luci e ombre nelle sequenze destinate a illustrare simbolicamente i sigilli apocalittici: la peste, la violenza, la fame, il potere.

SACRIFICIO

(Offret/Sacrificatio, Svezia, Regno Unito, Francia, 1986, col., dur., 142’)

Regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio e scenografia: Andrej Tarkovskij; Fotografia: Sven Nykvist; Con: Erland Josephson, Susan Fleetwood, Guðrún Gísladóttir, Allan Edwall, Sven Wollter

Grand Prix Speciale della Giuria al 39° Festival di Cannes

Alexander, un ex attore esperto di estetica e di storia delle religioni, vive insieme alla famiglia a Gotland, un’isola del Baltico. Mentre fervono i preparativi della sua cena di compleanno, si sente un forte boato che fa tremare l’intera casa: la televisione annuncia che è in atto una devastante catastrofe nucleare a cui è impossibile sfuggire. Alexander allora si raccoglie in preghiera e fa un sacrificio a Dio: rinuncia a tutto quello che ha, a patto che la vita possa tornare serena com’era prima.
L’ultimo film di Andrej Tarkovskij si chiude con un’immagine che ricorda direttamente l’inizio del suo primo lungometraggio, L’infanzia di Ivan (1962): in entrambe c’è a terra un bambino, mentre la macchina da presa punta verso il cielo risalendo il tronco di un albero. È una curiosa simmetria che incornicia la sua intera carriera e fa capire molto di quanto Sacrificio sia un’opera testamentaria a tutti gli effetti. Tarkovskij, vittima di una lunga malattia, sentiva che sarebbe stata la sua ultima pellicola e ha inserito all’interno tutti gli elementi stilistici tipici del suo cinema: dettagli di opere pittoriche (L’Adorazione dei Magi di Leonardo, contemplata come le icone di Andrej Rublëv del 1966); la musica classica dell’amato Johann Sebastian Bach; l’alternarsi del colore e del bianco e nero; le riprese lunghe e i dialoghi esistenziali e filosofici (Nietzsche è citato già nelle prime battute). Sacrificio è, allo stesso tempo, una parabola spirituale e un atto di accusa contro un mondo che ha perso ormai ogni tipo di fede.

 

Sabato 9 gennaio dalle 2.10  alle 6.30

IDENTIFICARE LE VARIABILI (4) 

a cura di Simona Fina

LO AND BEHOLD – INTERNET: IL FUTURO È OGGI

(Lo and Behold. Reveries of the Connected World, Usa 2016, col. dur., 92’52”, previsto DOPPIO AUDIO, mix italiano e mix originale)

Regia: Werner Herzog

Se la Terra venisse investita da una tempesta solare come quella del 1859, la società si bloccherebbe segnando inevitabilmente la fine della civiltà moderna. Diviso in dieci capitoli (come Apocalisse nel deserto) in ognuno dei quali Herzog affronta una riflessione sull’impatto di internet, della robotica e dell’intelligenza artificiale sul futuro della nostra società. Lo and behold è una stratificazione di visioni e intuizioni, un viaggio che cerca di raccontare la Rete partendo dal passato, dalla sala dove avvenne la prima storica comunicazione fra due computer, documenta le complesse realtà del presente e si pone molte domande sul futuro del mondo digitale.  Lo and behold indaga Internet come il risultato di uno straordinario progresso tecnologico e come mezzo neutrale nelle mani, spesso ancora inesperte, di una civiltà travolta da una rivoluzione tanto veloce quanto imprevedibile. Se da una parte Herzog si chiede se la Rete “può sognare” – ovvero se è capace di umanizzarsi capovolgendo l’assunto della disumanizzazione tecnologica – dall’altra Internet diventa un pretesto per parlare di nuovi mondi: è il caso dell’intervista a Elon Musk di SpaceX (e prima PayPal), l’imprenditore che vuole portare l’uomo su Marte e colonizzare il pianeta rosso. La Rete dunque non è solo parte di questo mondo ma genera orizzonti e paesaggi nuovi, nuovo caos, nuovi futuri, nuovi sogni. La Rete soprattutto, al di là della sua forma tecnologica, genera una natura nuova nell’uomo: è questo che affascina Herzog più di ogni altra cosa, che lo attrae e lo spaventa, che lo rende umile e curioso di fronte alla complessità infinita e indefinita di Internet.

LA COSA DA UN ALTRO MONDO             

(The Thing from Another World, USA, 1951, b/n, 82’26”)

Regia: Howard Hawks, Christian Nyby

Con: Kenneth Tobey, Margaret Sheridan, Robert Cornthwaite, Doglas Spencer, Dewey Martin, James Arness

Tratto dal racconto Who Goes There? Di John W. Campbell, sceneggiato da Charles Lederer e Ben Hecht, iniziato da Hawks che poi promosse a regista il suo montatore di fiducia, pur restando sempre sul set come supervisore. I membri di una spedizione scientifica americana nel Polo Nord scoprono in mezzo ai ghiacci i resti di un disco volante. Senza accorgersene riportano in vita un alieno ibernato nel ghiaccio e lo introducono nella loro base.  Il capitano, nonostante l’opinione contraria dei superiori, intende distruggerlo, ma si scontra con le capacità di difesa della “cosa” che si rigenera e si trasforma ogni volta grazie al sangue animale o umano.  Nel film è centrale il conflitto tra la necessità di salvaguardare la razza umana a tutti i costi (senza pensare alla possibile valenza scientifica della scoperta di una vita aliena) e il favorirne il progresso futuro a scapito della vita di un gruppo di uomini. La figura dello scienziato, ostinato fino alla “disumanità”, è di una modernità esemplare; la sua abnegazione, la sua volontà nel perseguire un risultato “positivo” anche nelle situazioni più pericolose, gettano un velo di dubbio sulla reale efficacia e umanità delle “magnifiche sorti e progressive”…

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7


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